Recensione: “Mai più senza di te”, di Rachel Van Dyken

Dovrei essere incollata agli appunti di storia della lingua italiana e letteratura italiana, al momento, eppure ho sentito l’assoluta necessità di buttar giù una recensione d’un fiato, come non mi succedeva da tanto. Mi perdonino e non si sentano attaccati quelli che hanno amato questo libro, in me ha scatenato sentimenti del tutto opposti. Ed è un vero peccato.
Ad ogni modo, buona giornata, amici ❤

25445740Titolo: Mai più senza di te
Titolo originale: The dare
Serie: The bet #3 [ogni volume è autoconclusivo] Autrice: Rachel Van Dyken
Traduttrice: Francesca Toticchi
Editore: Nord
Anno: 2015
Pagine: 383

Beth Lynn è sempre stata una brava ragazza: timida, responsabile, riflessiva. Di certo non è da lei svegliarsi in una camera d’albergo accanto a un uomo che conosce appena. Eppure è proprio ciò che le accade dopo i festeggiamenti per il matrimonio fra la sua amica Kacey e Travis Titus. Come se ciò non bastasse, lui è Jace Brevik, il più giovane senatore della storia dell’Oregon, nonché il più ricercato da paparazzi e giornalisti, che infatti già stringono d’assedio l’hotel. Da quando la sua fidanzata l’ha tradito, spezzandogli il cuore, Jace Brevik ha deciso di mettere da parte i sentimenti e di dedicarsi esclusivamente alla politica. Quindi non può permettersi di essere trascinato in uno scandalo che potrebbe distruggere la sua carriera. Non ci sono alternative: deve sparire per qualche giorno. Per fortuna, niente è impossibile per il suo staff e, nel giro di poche ore, lui e Beth si ritrovano su un aereo diretto alle Hawaii, dove resteranno finché le acque non si saranno calmate. All’inizio, entrambi prendono quella convivenza forzata come una condanna. Ma, poi, fra loro cambierà tutto…

Non ho un bel trascorso coi precedenti romanzi di quest’autrice, anzi, ma cerco sempre di non crearmi nella mente pregiudizi e valutare ogni libro indipendentemente da chi lo ha scritto e dall’esperienza pregressa. Ecco perché ho scelto Mai più senza di te: con la testa troppo presa dai corsi e dallo studio, avevo bisogno di qualcosa di leggero che non mi coinvolgesse troppo e mi aiutasse a trascorrere quell’ora infame che mi aspetta sul treno dopo esser uscita da lezione alle otto. Insomma, un po’ per una ricerca di tranquillità, un po’ perché ero curiosa – forse speranzosa – di trovar qualcosa di suo che mi piacesse, l’ho iniziato. E finito nel giro, appunto, di due orette, credo. Ma, dispiace ammetterlo, la velocità col quale si legge è l’unica nota positiva che ho saputo trovarci. Non la storia, né i personaggi, non lo stile e neppure i messaggi che se ne ricavano: quando non mi è scivolato addosso, tutto mi ha irritata e frustrata in maniera imbarazzante, perché tra le righe filtra, come già avevo constatato in Ricordati di sognare, l’idea retrograda di una femminilità giusta e una sbagliata, di quella castigata e perfetta che alle minigonne e al rossetto rosso della seconda preferisce cose più “consone” che non la facciano apparire battona e che alla sola idea di aver fatto sesso con un politico si autodefinisce come tale; di quella che obbliga un uomo a riflettere se sia preferibile dare della prostituta alla ragazza che gli piace e offenderla oppure non farlo ma rischiare allo stesso modo di offenderla perché avrebbe pensato di non essere bella abbastanza. E, francamente, io, oltre a rimanere allibita e senza parole, mi arrabbio e nemmeno poco. Sono messaggi sbagliati, in così tanti punti da non poter essere espressi in una sola recensione, e che fanno appello a un’idea di donna che trovo decisamente maschilista, soggiogata da concezioni antiche che ancora oggi allungano i loro tentacoli e ci mostrano, ci obbligano a prendere per vera, a  fare nostra l’immagine di una donna che ha perso il lavoro come poco importante, una questione da sottovalutare, fintanto che il marito un lavoro ce lo ha sempre (sono, questi, tutti esempi tratti dal libro e non di mia invenzione purtroppo, ma non diamone colpa all’autrice, ce li propinano giornalmente da sempre e ormai sono radicati).
Non lo so. Forse me la prendo troppo, cerco in determinati libri qualcosa che non dovrei, eppure ho scelto di lavorare in questo mondo perché una parte di me continua a pensare che la letteratura possa e debba aprir coscienze e occhi e non soltanto essere uno svago. Certo, è anche quello e non potete sapere quanto lo sia stata nei miei momenti più no, eppure è stata ed è anche altro, qualcosa a cui fatico a dar voce ma che mi ha segnata, cambiata, spinta a cambiare prospettiva. A scuotermi. Così quando trovo frasi dal dubbio gusto mi sento in qualche modo chiamata a dire la mia, a non accettarlo, e sapete quanto cerchi di esser sincera qua sopra – forse fin troppo alle volte.

«Ho salvato il mondo dalle malattie sessualmente trasmissibili. Considerato come si comportava quel cavolo di nipote che mi ritrovo, a breve sarebbe stato responsabile della diffusione di un nuovo virus. Quella puttanella. Ma io ti voglio tanto bene e, è vero, l’ho fatto a pezzi, ma poi l’ho aiutato a rimettersi in sesto… e guardalo ora, felice come una pasqua.»
«Certo.» Feci per allontanarmi.
Ma la nonna mi prese subito per un braccio. «Adesso bevi il caffè e, dopo, seguimi.»
«Ho scelta?» le domandai, e mi guardai intorno per capire se avevo speranza di trovare una via di fuga, escludendo l’opzione di farmi travolgere dalle auto in corsa.
Lei si fermò un istante e mi guardò negli occhi. «Mia cara, possiamo sempre scegliere. Il punto, però, non è  questo. Bisogna vedere se hai migliori possibilità di cavartela da sola, o col mio aiuto. Di alternative ne abbiamo sempre a bizzeffe. Ma le fortune? Quelle capitano una volta sola nella vita. Che ne dici di buttarti?» E mi fece l’occhiolino.
«Non mi piacciono i salti nel buio.» «Anche a me non piacciono quelli che russano. Non vuol dire però che li soffoco nel sonno. A volte, tesoro, c’è bisogno di una piccola spinta.»
«E quella spinta sarebbe lei?»
«Ma no! È il tuo coraggio. Io sono una bomba atomica. Cosa fai, allora? Vieni o no?»

Ma non è solo questo. In realtà quel che più trovo irritante è l’idea di un testo con un pessimo editing – da quel che leggo online, persino nell’edizione originale, quindi non saltiamo al collo ai nostri traduttori ed editor – che unisce una narrazione banalotta, secca, incapace di far provare una minima forma di sentimento che non sia la noia a una trama spicciola, che unisce topoi visti e rivisti, tipici di una commedia degli equivoci che si basa interamente in maniera alquanto poco innovativa sulla presenza di un personaggio centrale che la fa da padrone, anche quando non dovrebbe. Fino a rendere il romanzo non più quello dei due personaggi che nelle intenzioni dovrebbero essere i protagonisti, ma della nonna Nadine, colei che manipola, droga, circuisce, si insinua nelle vite altrui e le comanda a bacchetta in un modo che, messo in commedia, avrebbe dovuto far ridere e qui risulta invece grottesco, capace di acuire il mio senso di angoscia e irritazione ancora di più. La sua, infatti, è una figura secondaria che tenendo i fili delle esistenze dei nipoti e di Jace e Beth li trasforma in marionette, che muove a suo piacimento, persino quando non se ne accorgono. La nonnina ottantaquattrenne tutto vede e tutto può, dialoga e si può permettere di ridicolizzare persino l’FBI e il Senato americano, a tal punto che, seriamente, è solo lei la protagonista della scena. Perché, quanto a Jace e Beth, davvero, mai lo sono: sbiaditi di fronte a un carattere tanto presente e ingombrante, quel che possono fare è sottomettervisi, accettare tutto ciò che viene senza mai davvero opporvisi e addirittura finire invischiati in un matrimonio combinato solo in virtù della decisione di Nadine.
Non si sente quella passione, quel senso di destino che sembra legarli fin dal liceo – quando, la sera del ballo, lui era comparso dal niente e l’aveva salvata dal suicidio sociale chiedendole di ballare anziché lasciarla essere mera carta da parati – e sinceramente non se ne capiscono le basi: si parla di amore, ci se ne riempie la bocca con discorsi che fatico a ritenere plausibili tanto sono a cuore aperto all’improvviso e mi ricordano una telenovela, ma mai se ne sente affiorare almeno una scintilla. Il loro è un legame troppo asettico, che probabilmente risente della scelta di focalizzare la storia dal loro punto di vista alternato che li fa assomigliare l’uno all’altro – non aiuta a scinderli né a comprendere un briciolo di personalità che non sia, appunto, la remissività di fronte alla molestia e al fastidio delle incursioni della nonna.
Mi sento pessima a scriver questa recensione, eppure la pubblico. Raramente ci arrivano romanzi o serie meravigliose, mentre più spesso si preferisce tradurre e lanciare sul mercato qualcosa che avrà un successo facile e si abbandona quel che vale di più (recentemente, è questo il caso dell’interruzione della Mondadori della serie Throne of glass della Maas) e, se da una parte queste sono scelte settoriali, dettate da un mercato in crisi che punta al guadagno più facilmente raggiungibile, dall’altro banalizza la possibilità di scelta del lettore. Impariamo a chiedere di più dai libri, forse otterremo di più nelle uscite.

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2 pensieri su “Recensione: “Mai più senza di te”, di Rachel Van Dyken

  1. Sono d’accordissimo con te e mi spiace molto che le CE italiane preferiscano puntare su romanzi dal facile guadagno, piuttosto che su libri di qualità e veramente desiderati da noi lettori! La Dyken a me aveva già fatto storcere il naso con Ricordati di sognare, quando la protagonista fa una battuta inopportuna, solo per il fatto di indossare un bikini bianco.. Non so se leggerò mai questa serie, penso di no, ad ogni modo sono sicura che ci meritiamo di meglio un po’ tutti..

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    • Mamma mia, “Ricordati di sognare” anche a me ha fatto venire l’orticaria in più punti. Se non ricordo credo di avergli dato due su cinque solo perché parte dei ricavati andavano in beneficenza.
      Per il resto, come non concordare? Ci meritiamo decisamente di più. Tanto alle volte di più!

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