Il giovane Holden, J.D. Salinger

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

J.D. Salinger • Il giovane Holden • 2014
Einaudi  • 251 pp. • traduzione di Matteo Colombo
cartaceo
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“Lady Susan” di Jane Austen

C’è qualcosa di piacevole nei sentimenti che si lasciano manovrare tanto facilmente.

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Lady Susan è il prototipo ante-litteram della donna moderna, o di come una donna moderna deve essere per sopravvivere ed emergere in un mondo a misura d’uomo. Scaltra oltre ogni misura, determinata a raggiungere i propri obiettivi, sa rigirare tra le dita a proprio piacimento gli altri per piegarli ai suoi scopi. Niente, nessuno è immune, tutti sono pedine con le quali giocare per vincere con freddezza la battaglia che ingaggia contro una società che l’ha emarginata e dalla quale è guardata con distacco, a volte con disprezzo. Non che le interessi, comunque. Niente, nessuno può fermarla, l’unico limite di Lady Susan è il suo stesso desiderio di riuscire a intessere tele intricate nelle quali coinvolgere gli altri, senza finirne mai vittima; una sua specialità, una qualità che le fa inimicare persino la figlia ma di cui tutti, prima o poi, finiscono per tirarsene fuori, tornare sui propri passi per concederle il beneficio del dubbio salvo poi finire nuovamente avviluppati nel suo gomitolo di bugie e necessità. Questo ciò che emerge dalle sue lettere e da quelle che chi le ruota attorno butta giù nella foga del momento regalando uno spaccato di vita di un microcosmo tratteggiato con irriverenza e ironia, mostrato nei suoi anfratti più retrogradi e in tutte le limitazioni a cui il sesso femminile era sottoposto.
Lady Susan è una donna da cui guardarsi le spalle, che ha se stessa al centro dei propri pensieri e non si lascia fermare da alcuno scrupolo, affetto o riguardo verso le relazioni altrui e il buon gusto. Una donna che sa come muoversi, che ha capito come funziona l’universo nel quale vive e sa sfruttare i propri mezzi per ottenere quello che vuole, a scapito di chiunque le intralci la via. Vedova da pochi mesi, non dovrebbe interessarsi a contrarre nuove nozze né dovrebbe così ostinatamente provare l’impossibile pur di far sposare la figlia Frederica – del tutto opposta alla madre – con un uomo di sua scelta. L’ennesimo pupazzo come gli altri uomini, marionette da manipolare a proprio piacimento, incantati quasi dalla malia che lei e solo lei sa esercitare. Consapevolmente, senza nessuna ricerca di perfezione o redenzione. È così e tale vuol esser ricordata, fiera di sé. Lo rivela lei stessa nelle sue lettere all’unica amica che le è rimasta accanto, lo mostrano le lettere degli uomini che rimangono invischiati nelle sue macchinazioni e le donne che si preoccupano dell’effetto che la sua frequentazione potrà avere su fratelli o figli.
I punti di vista si susseguono, e la sua figura emerge come pessima, l’eroina austeniana più cattiva eppure così reale, così ben caratterizzata da risultare impossibile da dimenticare una volta che la si è conosciuta. Non ci sono scuse per lei, né lei le cerca, ma quel che sotto le pieghe di un sarcasmo sottile prende forma è la stessa critica ferma e forte che si ritrova nelle altre opere dell’autrice. Stavolta per mano di una donna senza alcuna paura di essere additata o screditata, alla costante ricerca della propria affermazione in una società che la rende inutile e senza mezzi senza un uomo al proprio fianco, quasi godendo nello sfidare le convenzioni e sovvertirle, seppur di un minimo. Lady Susan gioca con quel che ha: una bellezza e un fascino innegabili e un’intelligenza sopraffina che le danno il vantaggio di essere qualche mossa avanti rispetto a chi le si oppone e, quando non avviene, la scaltrezza di tornarci nel giro di qualche istante ingabbiando chi vorrebbe metter a lei un freno. Non è una donna semplice, né una da prendere a modello, eppure non la si può non ammirare grazie alla capacità della sua autrice di mostrare la complessità della natura umana con naturalezza, nelle situazioni quotidiane, banali agli occhi dei più, piuttosto che in grandi contesti.

Quando si vuole prendere qualcuno in antipatia, un motivo si trova sempre.

“Lessico famigliare” di Natalia Ginzburg

Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse e non ci scriviamo spesso. Quando c’incontriamo, possiamo essere indifferenti o distratti. Ma basta, fra noi, una parola, una frase, una di quelle antiche, per ritrovare i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole.

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“Lettera al padre” di Franz Kafka

Caro papà,
non è molto che mi hai chiesto perché sostengo di aver paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché per motivare questa paura occorrerebbero troppi particolari, più di quanti io riuscirei a mettere assieme in qualche modo in un discorso. E se io qui tento di risponderti per iscritto, darà comunque una risposta del tutto incompleta, perché, anche scrivendo, la paura di te e le sue conseguenze mi bloccano e perché la vastità della materia supera di gran lunga la mia memoria e la mia intelligenza.

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