Città di carta ~ Parigi, Utrecht e Amsterdam in “Per un giorno d’amore” di Gayle Forman

Volevo riesumare questa rubrica da tempo, ma tra l’università e la mancanza di libri che mi dessero uno spunto ci ho messo più del previsto. Ma non importa: oggi siamo qui per parlare dei luoghi di un libro che ho amato nel profondo e di come la lista dei luoghi da visitare almeno una volta nella vita diventi incredibilmente più lunga ogni libro letto. Preparatevi a segnarvi queste tre città e soprattutto preparate le valigie che si parte!

La Parigi che mi accoglie fuori dalla Gare du Nord non è quella del cinema. Non ci sono né la Torre Eiffel né gli atelier di alta moda. C’è una strada qualsiasi, con una serie di hotel e uffici di cambiavalute, intasata di taxi e autobus.
Mi guardo intorno. Noto file e file di vecchi palazzi di un color grigio-marroncino. Il loro stile è uniforme e paiono fondersi l’uno nell’altro, con finestre e poggioli aperti da cui sgorgano fiori. Proprio di fronte alla stazione, all’angolo di due strade, si fronteggiano due caffè. Nessuno dei due ha un’aria lussuosa, ma sono entrambi affollatissimi: la gente è ammassata intorno a tavolini rotondi con il piano di vetro, sotto tende e ombrelloni. Sembra così normale, eppure così totalmente diverso.

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Città di carta: gli USA on-the-road in “Noi due ai confini del mondo”, di Morgan Matson

Credo non ci sia bisogno di ripetere il mio amore per i viaggi in auto. Ho la fortuna di abitare nelle campagne fiorentine, in un luogo che sta perfettamente vicino al centro città senza per questo rinunciare al suo essere un borgo legato alle proprie origini e tradizioni ed è inutile starvi a dire quante strade meravigliose si dipanano qua attorno o verso Siena. Quello di cui oggi, però, voglio parlarvi son le strade che percorrono gli Stati Uniti in lungo e in largo, li attraversano da costa a costa passando per regioni talmente differenti l’una dall’altra da non riconoscerli come appartenenti allo stesso lembo di nazione. Un viaggio, quello in auto, che tutti prima o poi dovrebbero fare e se fosse come quello di Amy e Roger non sarebbe niente male! Pronti quindi a esplorare gli States?

«Allora, se questo diventerà un vero viaggio», annunciò, mentre usciva in retromarcia dal parcheggio e si dirigeva verso l’uscita, «dobbiamo procurarci alcune cose fondamentali». «Come la benzina?» «No», rispose. «Be’, sì», si corresse, guardando l’indicatore del carburante. «Ma ci sono due cose che sono assolutamente necessarie quando si sta per intraprendere un viaggio». «E sarebbero?». Roger mi sorrise dopo essersi fermato a un semaforo. «Merendine e musica», mi spiegò. «Non necessariamente in quest’ordine».

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Città di carta: Parigi in “Il primo bacio a Parigi”, di Stephanie Perkins

Giro attorno a quest’idea da così tanti mesi che non so contarli (tendenzialmente, per darvi un’idea, credo novembre) e fondamentalmente mi piace far la romantica sull’idea di viaggiare con i libri, anche in posti che non esistono se non tra le righe. Avevo intenzione di postare il primo post di questa nuova rubrica con un’altra serie, ma è così complessa che proprio non ho tempo al momento per dedicarmici come vorrei, quindi ho optato per un libriccino di cui conosco la città e un post per il quale posso reperire cose più velocemente di quanto non potessi fare con l’altra. Ma non temete: arriverà! Nel frattempo, dedichiamoci a Parigi, che non è mica male, anzi, proprio per niente.

Ecco tutto ciò che conosco della Francia: Amélie e Moulin Rouge. La Tour Eiffel e l’Arco di Trionfo, anche se non ho la più pallida idea della loro reale funzione. Poi ci sono Napoleone, Maria Antonietta e una sfilza infinita di re che si chiamavano Luigi. E neanche in questo caso sono sicura di che cosa abbiano fatto, ma penso che c’entrino in qualche modo con la Rivoluzione Francese, che a sua volta c’entra con la parata del 14 luglio. Il museo d’arte si chiama Louvre e ha la forma di una piramide, e la Gioconda se ne sta lì, insieme alla statua della donna senza braccia. E poi ci sono caffè, o bistrot, o come diavolo si chiamano, a ogni angolo di strada. E i mimi. Il cibo pare sia buono e la gente beve un sacco di vino e fuma un sacco di sigarette (…) Abito nel Quartiere Latino, nel quinto arrondissement. Secondo il mio dizionario tascabile significa “distretto amministrativo”, e gli edifici del mio arrondissement si fondono l’uno nell’altro, curvando sugli angoli con la sontuosità di una torta nuziale. I marciapiedi brulicano di studenti e turisti, e sono cosparsi di lampioni art déco e panchine tutte uguali, di alberi frondosi protetti da basse reti metalliche, cattedrali gotiche e minuscole crêperies, espositori di cartoline e balconi in ferro battuto ricchi di ghirigori.

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