Il giovane Holden, J.D. Salinger

Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

J.D. Salinger • Il giovane Holden • 2014
Einaudi  • 251 pp. • traduzione di Matteo Colombo
cartaceo

Holden sono io, siete voi o lo siete stati. In ognuno di noi c’è un Holden che non trova la propria strada, che in un momento particolare, quasi senza un motivo apparente, fa la sua apparizione per mettere in dubbio, o meglio, porre domande a cui si fa fatica rispondere, o a cui non si vuol dare risposta. Holden non sa cosa vuole, non sa dove andare, è in un peregrinare continuo tra situazioni, luoghi e persone che non conosce sosta, perché fondamentalmente non sa cosa sta cercando (né sa che lo sta cercando), quindi non conosce modo per trovarlo. Non è un personaggio semplice con cui relazionarsi, o per il quale provare empatia, perché Holden mostra quelle fragilità che si ha paura di vedere in sé. A chiunque è capitato di smarrire la via, di sentirsi senza scopo e non sapere quale sarebbe stata la mossa successiva, ed ecco perché seguire Holden è complesso e richiede sforzo, quella volontà di lasciare passare in secondo piano la voglia di giudicarlo e di scavare dentro sé, tramite lui, e guardare a quelle parti che prima o poi si sono manifestate.
Intrappolato in un «lato» che non sente suo, Holden cerca il proprio posto nel mondo facendosi scudo con una lontananza da tutti quanti e con un’ossessiva volontà di mostrarsi diverso anche nell’apparenza. Alla ricerca costante di un contatto con gli altri – i compagni di scuola, gli amici, i professori, persino gli sconosciuti –, li tiene però con la stessa determinazione distanti. Chiede a Sally di uscire, ma la voglia di proteggersi e di isolarsi da qualsiasi rapporto umano prende il sopravvento e lo porta a rovinare tutto. Vorrebbe chiamare Jane, ma non alza mai la cornetta inventando scuse su scuse. Holden sbaglia, e lo fa ripetutamente, quasi senza accorgersene. Crescere lo spaventa, lo terrorizza, e nemmeno se ne rende conto. Rifugge quindi gli altri, qualsiasi approfondimento di relazione, e si crogiola in un’ideale di infanzia perfetto e innocente contrapposto all’età adulta fatta di ipocrisia, superficialità. Quasi come se volesse rimanere lì, bloccato in un’età in cui tutto ha il proprio posto stabilito, ed ecco allora che si comprende il rimescolare e inventare le parole della canzone scozzese: Holden da grande vuol salvare i bambini, afferrandoli proprio l’attimo prima che cadano nel burrone, mentre giocano in un campo di segale. Avrebbe forse voluto essere salvato, che gli fosse impedito di cadere nel burrone della crescita e gli venisse impedito di abbandonare un periodo che vede come perfetto. Perché crescere spaventa, anche se non lo si sa dire a voce alta né lo si ammette con se stessi. Ognuno è stato Holden almeno una volta nella vita e nemmeno posso dire di non sentirmici proprio adesso.

A chi precipita non è permesso di accorgersi né di sentirsi quando tocca il fondo. Continua soltanto a precipitare giú. Questa bella combinazione è destinata agli uomini che, in un momento o nell’altro della loro vita, hanno cercato qualcosa che il loro ambiente non poteva dargli. O che loro pensavano che il loro ambiente non potesse dargli. Sicché hanno smesso di cercare. Hanno smesso prima ancora di avere veramente cominciato.

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2 pensieri su “Il giovane Holden, J.D. Salinger

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