“Body art” di Don DeLillo

Si svegliava presto la mattina ed era il momento peggiore, il primo micidiale istante in cui, sdraiata a letto, ricordava qualcosa e poi con il fluire dello stesso respiro anche che cosa.

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Don DeLillo • Body art • 2008
Einaudi  • 102 pp. • traduzione di Marisa Caramella
e-book e cartaceo

La consuetudine di gesti ripetuti quotidianamente, riti di una vita condivisa che restano sempre gli stessi, identici al giorno precedente, uguali a quello successivo. Finché la morte arriva. Ma non irrompe sulla scena, entra a bassa voce spezzando una tela intessuta di attimi perenni e modificandola, costringendo chi resta a adattarsi, cambiare per scoprire nuovi riti, gesti, quotidianità nuove. La vita di Rey e Lauren – più spesso Lui e Lei – è trascorsa sempre allo stesso modo, poi più. Il suicidio di Rey, nella casa dell’ex moglie, la lascia sola nella casa che hanno affittato nel New England. Tutta va avanti, la vita scorre, le persone continuano la propria esistenza, in un biancore esasperante, a tratti accecante, e in un ripetersi ossessivo di sensazioni, incertezze, impressioni. Sembra di, si ha l’impressione che, pare di. Frasi spezzate, evocative, che non hanno bisogno del prosieguo per rendersi esplicite. La vita di Lauren scorre lenta, placida nel dolore che non ha voce fino a che non avverte dei cigolii, una presenza al piano superiore, che la porta a domandarsi se ci sia qualcuno in casa. O se forse Rey, in una qualche assurda distorsione spazio-temporale, sia ancora presente, ancora con lei.
Mr. Tuttle è una presenza surreale, a metà tra il sonno e la veglia, di quella follia pronta a scardinare le certezze con il suo sembrare un ragazzino imprigionato nel corpo di un adulto, l’andamento strambo e un linguaggio a tratti incomprensibile e a tratti ripetizione di voci e parole altrui. Esiste, non esiste, non è questa la cosa importante, quanto il suo impersonificare quasi il lutto stesso, spingere Lauren a processarlo e renderlo arte. Da body artist, cura il proprio corpo, lo rende tempio dei suoi pensieri ed emozioni, anima vera e propria e, nel momento del lutto, rappresentazione del vuoto, perdita, insanabile mancanza e incompletezza. Mr. Tuttle ne è la manifestazione esteriore, un’assenza di identità che cerca di raggiungere anche sulla propria pelle, cercando di liberarsi del colore dei capelli, la pigmentazione della pelle, ogni pelo superfluo. Un processo volto a ritrovare sé, nel rendersi trasparente per ritrovarsi intera. Una, e non più parte di una coppia, con tutti i suoi problemi e le sue gioie.
Pochi, pochissimi i dialoghi, minimali, uno stile poetico e visionario, cinematografico nel puntare lo sguardo su particolari che appaiono insensati ma che rivelano la profondità dell’occhio d’autore e fanno dubitare di tutto. Allucinazione, verità, fantasia, la narrazione volutamente doppia e ambigua non svela mai la soluzione, lasciando al lettore la possibilità, se non l’obbligo, di immedesimarsi in ogni sensazione e farla propria, se già non lo è, per svelare paure e speranze intime e comuni nascoste dietro il velo dell’ipocrisia borghese – umana.

Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C’è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggior sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.

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