“Il figlio del cimitero” di Neil Gaiman

Manco da tanto (e delle pseudo-ragioni, se vi interessa, le trovate qui), ma visto che stasera è Halloween, ho pensato di rispolverare una rubrica che non mi ha mai convinta del tutto e lasciarvi uno stralcio del libro che ho in lettura e che è adattissimo al tema.
Tra parentesi, l’edizione è bellissima, illustrata in maniera meravigliosa da Dave McKean, per cui metto due fotine anche se la luce è pessima, io di più e fanno pena.

1

C’era una mano nell’oscurità e impugnava un coltello.
Il coltello aveva un manico d’osso, lucido e nero, e una lama più sottile e affilata di un rasoio. Se ti avesse ferito, avresti anche potuto non accorgertene, non subito.
Il coltello aveva fatto quasi tutto ciò per cui era stato portato in quella casa; la lama era bagnata, e così il manico.
La porta d’ingresso, da dove si erano insinuati il coltello e l’uomo che lo impugnava, era ancora aperta, appena un po’, e viluppi di nebbia notturna serpeggiavano e si intrecciavano dentro la casa.
Quell’uomo qualunque si fermò sul pianerottolo. Con la mano sinistra prese un grande fazzoletto bianco dalla tasca del cappotto nero, ripulì il coltello e la mano inguantata che l’impugnava, e lo mise via. La caccia si era quasi conclusa. Aveva lasciato la donna sul letto, l’uomo accasciato per terra, la figlia maggiore nella sua cameretta dai colori vivaci, tra giocattoli e modellini incompleti. Restava da sistemare solo il piccolo, un bimbo poco più che in fasce. Ancora uno e la missione sarebbe stata compiuta.
Fletté le dita. Quell’uomo qualunque chiamato Jack era prima di tutto un professionista, o così amava definirsi, e non si sarebbe concesso un sorriso finché il lavoretto non fosse stato portato a termine.
Aveva capelli scuri e occhi scuri, e portava guanti neri della pelle d’agnello più fine.
La stanza del bimbo era all’ultimo piano. Quell’uomo qualunque salì gli scalini, i piedi silenziosi sulla moquette. Poi spalancò la porta della mansarda ed entrò. Portava scarpe di cuoio nero, tirate a lucido come specchi scuri: vi si poteva vedere riflessa la luna, una minuscola falce.
La luna vera splendeva fuori dalla finestra a battenti. Era velata dalla nebbia, ma l’uomo chiamato Jack non aveva bisogno di molta luce. Quella della luna era sufficiente. Gli sarebbe bastata.
Riusciva a scorgere l’ombra del bimbo nel lettino, la testa, gli arti e il busto.
Il lettino aveva alte sponde ad asticelle per impedire al piccolo di uscire. L’uomo chiamato Jack si sporse, sollevò la mando destra, quella che reggeva il coltello, puntò al petto…
…e abbassò la mano. La sagoma nella culla era un orsacchiotto. Non c’era nessun bambino.
Gli occhi dell’uomo chiamato Jack si erano abituati al flebile chiarore lunare, quindi non aveva alcun desiderio di accendere la luce. Vedere non era poi così importante, in fondo. Lui aveva altre doti.
L’uomo chiamato Jack annusò l’aria. Non badò agli odori che erano entrati nella stanza assieme a lui, scartò quelli che poteva facilmente ignorare, si concentrò sul profumo di ciò che era venuto a cercare. Riusciva a distinguere l’odore del bimbo: un profumo di latte, come di biscotti con le scaglie di cioccolato, e quello acre di un pannolino bagnato. Sentiva l’odore dello shampoo nei capelli del bimbo e di un oggetto piccolo, di gomma (“un giocattolo” si disse, “o forse no, qualcosa da succhiare”) che il piccolo aveva avuto addosso.
Il bambino era stato lì. Ma adesso non c’era più. L’uomo chiamato Jack si lasciò guidare dall’olfatto e scese le scale dell’edificio alto e stretto. Ispezionò la stanza da bagno, la cucina, l’essiccatoio per la biancheria e infine l’ingresso, dove non trovò altro che le bici della famiglia, un mucchio di sacchetti del supermercato vuoti, un pannolino caduto a terra e le spire di nebbia, entrate dalla porta aperta sulla strada, che strisciavano all’interno.
L’uomo chiamato Jack si lasciò sfuggire un brontolio, un borbottio di frustrazione e soddisfazione al tempo stesso. Infilò il coltello nel fodero, nella tasca interna del lungo cappotto, e uscì per strada. C’erano il chiarore della luna e dei lampioni, ma la nebbia soffocava ogni cosa, smorzava le luci e attutiva i suoni, rendendo la notte infida e caliginosa. L’uomo guardò a fondovalle, verso le luci dei negozi chiusi, poi si voltò verso la cima della collina, dove le ultime case si abbarbicavano, a zig zag, vino alle tenebre del vecchio cimitero.
L’uomo chiamato Jack annusò l’aria. Poi, senza fretta, si incamminò verso la sommità della collina.

2

il-figlio-del-cimiteroIl figlio del cimitero
di Neil Gaiman


MONDADORI • 342 PAGINE
Traduzione di Giuseppe Iacobaci
2008
LO TROVATE IN E-BOOKCARTACEO


Ogni mattino Bod fa colazione con le buone cose che prepara la signora Owens. Poi va a scuola e ascolta le lezioni del maestro Silas. E il pomeriggio passa il tempo con Liza, sua compagna di giochi. Bod sarebbe un bambino normale. Se non fosse che Liza è una strega sepolta in un terreno sconsacrato. Silas è un fantasma. E la signora Owens è morta duecento anni fa. Bod era ancora in fasce quando è scampato all’omicidio della sua famiglia gattonando fino al cimitero sulla collina, dove i morti l’hanno accolto e adottato per proteggerlo dai suoi assassini. Da allora è Nobody, il bambino che vive tra le tombe, e grazie a un dono della Morte sa comunicare con i defunti. Dietro le porte del cimitero nessuno può fargli del male. Ma Bod è un vivo, e forte è il richiamo del mondo oltre il cancello. Un mondo in cui conoscerà l’amicizia dei suoi simili, ma anche l’impazienza di un coltello che lo aspetta da undici lunghissimi anni…

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2 pensieri su ““Il figlio del cimitero” di Neil Gaiman

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