Due chiacchiere con… Ryan Graudin

Quando ho letto Wolf. La ragazza che sfidò il destino, mi è stato chiaro fin da subito di trovarmi tra le mani una storia che non ha paragoni nella narrativa ya (qui la mia recensione). A metà fra una rivisitazione storica, un romanzo di viaggio e uno sci-fi, l’idea di un romanzo ambientato in un ipotetico futuro in cui Hitler ha vinto la Seconda Guerra Mondiale e la cosiddetta razza ariana domina incontrastata mi ha affascinata in un modo che non credevo possibile perché è quanto mai attuale tutto sommato. Se poi ci aggiungiamo una protagonista che sa cambiar forma ed è descritta con una tale cura e ricca di dettagli, da diventar quasi reale, capite che quest’intervista DOVEVO chiederla. E l’averla ottenuta è una delle cose più belle che mi sia capitato da quando ho aperto il blog ❤ Vi lascio alle chiacchiere scambiate con la disponibilissima Ryan Graudin.

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Wolf. La ragazza che sfidò il destino ci spinge a farci una domanda sgradevole a dir poco: se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale? Dove ti è venuta quest’idea e quante ricerche ti sono servite per prepararti a scrivere?
Mi ha sempre affascinata questo periodo della storia, perché è un ottimo esempio dell’umanità ai suoi due estremi. Da una parte, chi ha ucciso milioni di persone, e dall’altra, chi è stato disposto a rischiare e sacrificare la propria vita per salvare quella altrui. Ho letto tantissimo a proposito della Seconda Guerra Mondiale e mi sono spesso chiesta come sarebbe stato il mondo se gli Alleati non avessero prevalso. Creare un mondo del genere su carta ha richiesto tante, tantissime letture e la consultazione di storici professionisti. È stato anche molto emotivamente impegnativo (ancora di più di quello che pensavo da principio).Wolf

Da italiana, fin da bambina sono stata affascinata dalla storia – e in particolare dal periodo che hai scelto. C’è stato qualcosa che ti ha sorpreso durante le ricerche?
La storia è piena di fatti strani. Una delle cose più strane che ho scoperto mentre facevo ricerche su questo periodo è che Hitler commissionò il progetto del Maggiolino Volkswagen. Voleva una macchina economica che potesse essere prodotta in serie – infatti, Volskwagen in tedesco significa “auto della gente”. Trovo davvero ironico che la macchina che più tardi diventerà il simbolo degli hippy fu un’idea di un demagogo genocida.

Sono sempre molto cauta quando mi trovo davanti un libro (o un film) ambientato nell’epoca nazi-fascista e, leggendo Wolf, ho avuto l’impressione che ci hai pensato su parecchio. Avevi dei dubbi nello scrivere di quest’argomento? Se sì, come li hai superati?
Scrivere di storia è complicato, specialmente quando ti ci avvicini da un angolo congetturale come il mio. Mi sono avvicinata a ogni angolo del romanzo facendomi molte domande e prestando molta attenzione. Ho lavorato e rilavorato, e lavorato di nuovo e ancora su molte scene. Inoltre, ho consultato molti storici e la sensibilità dei lettori. 

E come scrivi nella nota a fondo testo, è importante che, anche dopo settant’anni dalla fine della guerra, ci si ricordi che “il mondo contenuto in queste pagine rischiava di essere il nostro. Per un certo periodo di tempo e in un certo luogo lo è stato davvero, e dobbiamo sforzarci di non dimenticarlo”. E protagonista di questa storia è Yael, un’eroina sci-fi, con l’abilità di cambiare pelle e forma. Un’idea piuttosto originale, se combinata con il contesto! 
5228256Il primo effettivo pezzo di Wolf mi è venuto assieme al primo paragrafo:

Ci fu un tempo diverso, in cui una ragazza visse in un regno di morte. I lupi ululavano sul suo braccio. Un intero branco, disegnato dall’inchiostro di un tatuaggio e dal dolore, dal ricordo e dal lutto. E questa era l’unica cosa di lei che non cambiava mai.

Sapevo fin dall’inizio che il personaggio principale sarebbe stato capace di cambiare aspetto, e il resto della storia è nato attorno a quest’idea.

Yael ha cinque lupi tatuati che rappresentano le persone che ama e ha perso, ma si intuisce che non siano solo questo, anzi, che siano qualcosa che si ricollega anche alla sua personalità e al suo modo di pensare. Per cui, perché proprio i lupi?
I lupi rappresentano il suo passato – gli eventi che hanno formato la sua vita e lei come persona. Sono l’unica cosa che non cambia quando la sua faccia invece lo fa, e penso che questo sia vero per tutti noi. Ci portiamo dietro le cose che ci sono successe, le persone che abbiamo incontrato, quelli che ci hanno cambiato, per tutta la vita. Per Yael, queste cose sono senza dubbio importanti, perché la sua identità è invece molto fluida.

Storico eppure sci-fi, penso che Wolf sia anche un libro di viaggio, perché la gara di moto parte a Germania (la nostra Berlino) per finire a Tokyo. Da dove ti è venuta l’ispirazione per una gara di moto? È stato difficile scriverla?
L’ispirazione per una gara su lunga distanza di moto mi è venuta guardando la miniserie Long way round in cui Ewan McGregor e l’amico Charley Boorman guidano da Londra a New York attraversoPhotoGrid_1469637402501 la Strada delle Ossa (strada statale Kolyma) in Siberia. È un programma davvero affascinante perché mostra tutte le cose che a loro sono andate storte – valichi di frontiera, esondazioni di fiumi, problemi al motore. Dopo averlo guardato ho pensato che fosse una cosa interessante da inserire in un libro. Capire il percorso e mappare le distanze e i tempi di tutto quanto è stata una sfida. Grazie a Dio esiste Google Earth!

E grazie a Dio esiste Ewan McGregor, aggiungo io!
Hai un capitolo o una scena preferita?

La parte che più adoro è la fine del capitolo 33, quando Yael richiama alla mente tutti i suoi lupi:

Ricorda e sentiti dilaniare.
(Devi essere a pezzi per poter essere aggiustata.)
Ricorda e sentiti dilaniare.

La Babushka… le aveva dato uno scopo.
La mamma… le aveva dato la via.
Miriam… le aveva dato la libertà.
Aaron-Klaus… le aveva dato una missione.
Vlad… le aveva dato il dolore.

Quelli erano I nomi che sussurrava al buio.
Quelli erano i pezzi che rimetteva a posto.
Quelli erano i lupi che cavalcava in guerra.

Wolf by wolfUno dei pezzi che più mi son rimasti dentro, tra l’altro. Che non dev’esser stato nemmeno semplice da scrivere, un po’ come tutto il romanzo. C’è stata una parte più complicata delle altre?
Sicuramente le sezioni sui lupi nei flashback, e in particolar modo quelle che erano ambientate nel lager. Non solo volevo avvicinarmi a quelle scene con estrema sensibilità e cura, ma volevo anche trasmettere il loro enorme peso emotivo. Sono state davvero difficili da scrivere.

Hai creato un mondo elaborato con così tanti elementi che non riesco a credere sia riuscita a legare tutto assieme così bene; per questo mi domandavo: ma c’è qualcosa che è stato semplice da buttar giù?
Mi sono divertita a scrivere le descrizioni degli scenari. Viaggiare è una delle mie attività preferite – andare in un posto, assorbire ogni più piccolo dettaglio, le vedute, gli odori, i cibi, la gente. Sono felice d’esser riuscita a sottolineare queste piccole cose in ogni nuova località in cui Yael e gli altri piloti arrivano.

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