“La strada” di Cormac McCarthy

Non c’è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti.

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Non ci sono descrizioni fisiche, né nomi. La seppur minima parvenza di civiltà ormai è dissolta. Esseri umani prima chiamati lebbrosi e mendicanti in cerca di elemosine, poi paragonati ad animali, quando l’istinto prende il sopravvento e le condizioni si fanno più impervie. A sottolineare una condizione di vita che non può più essere chiamata tale e che fa muovere padre e figlio in base all’istinto di sopravvivenza, il primo più del secondo. È questo lo scenario post-apocalittico in cui McCarthy decide di ambientare la sua storia, impregnata di un non vago sentore di religione e simbolismo − sette sono i personaggi che incontrano, sette sono i Sigilli la cui rottura annuncerà la fine del mondo.
È un mondo grigio, quello che ci troviamo davanti. Grigio il cielo, grigia la terra bruciata, grigi gli alberi e la polvere che un po’ copre tutto quanto. Forse il risultato di una guerra nucleare, forse presagio ambientalista di quel che al nostro pianeta potrebbe accadere se le cose non cambieranno, e in fretta. Nessun colore, tranne quando si sogna il passato: lì è un turbinio di colore, fiammeggiano le sfumature, tutto si illumina, quando ancora c’era la madre, quando ancora un abbozzo di possibilità si credeva possibile. Prima che l’unica soluzione rimasta fosse muoversi sempre e comunque, affrontare scenari impervi e persone che hanno perso l’umanità, trasformandosi in bestie, cacciatori dei propri simili, nessuna dignità, niente d’umano, solo la brutalità dell’esigenza che ha perso di vista l’umanità.
Padre e figlio vanno avanti, un passo dopo l’altro, alla ricerca del mare. Che forse cambierà tutto una volta arrivati fin lì, o forse no. L’importante è andare avanti – proseguire è la parola-chiave – e non fermarsi a pensare, a ricordare cos’era prima o chiedersi cosa sarà dopo. E questo fanno. Parlano poco, camminano tanto, a volte si abbandonano alla desolazione e di loro non si sa quasi niente. Forse medico prima della catastrofe, il padre è un animale braccato che lotta per la sopravvivenza del bene più caro, il figlio, incarnazione del verbo di Dio, del bene e delle possibilità ancora esistenti, tutto ciò che lo tiene in vita e ancora umano nonostante la malattia lo insidi e le loro provviste scarseggino ogni giorno sempre più. Uomo di principi che non esita a uccidere se sente che il bambino è in pericolo, lotta con tutte le sue forze per insegnargli la giustizia, dei valori in cui credere e riconoscersi, la differenza tra il bene e il male. Insegnamenti che il bambino apprende, rende capisaldi della sua coscienza a tal punto da ergersi a difensore degli indifesi, a privarsi del cibo per donarne a un vecchio – l’unico con un nome, quello di un profeta, sebbene sembri l’esatto contrario –, non esitare a criticare anche il papà quando pensa stia sbagliando o gli menta. È piccolo, comunque, emaciato e pallido, terrorizzato da un mondo che non sa spiegarsi e mai ha visto differente da come gli appare; ma la sua bontà è illuminante, unica speranza di una vita ancora possibile.
Non ci sono capitoli e i singoli paragrafi, brevi, hanno il sapore di strofe di una poesia che non vorremmo leggere, per il senso di angoscia soffocante che porta con sé. E come in una poesia, la musica la fa da padrone e le ripetizioni – più rintracciabili nell’originale ma spesso e volentieri mantenute nell’ottima traduzione – rendono l’ossessività dell’identico movimento a cui sono condannati i due protagonisti. Si ripetono i suoni ma anche le parole, e, come in una poesia, diventano riflessi della situazione che si evoca: il grigiore, il buio, la notte, la prosecuzione sono ciò che McCarthy ci vuol mostrare con le parole e coi fatti. Ripetitivi sono poi i gesti dei due e i loro dialoghi, che ruotano attorno agli stessi argomenti con una cadenza quasi rituale: il cibo, la morte, l’esser portatori del fuoco, forse scintilla di quella vita ancora tale che è tuttavia ancora possibile, a dispetto della bestialità imperante. Non c’è intreccio, non come lo intendiamo comunemente, solo un quadro desolante di due vite ridotte all’osso, che cercano di andare avanti, raccontate con frasi secche, scarne, essenziali e dirette, con dialoghi altrettanto brevi, monosillabici spesso e volentieri, senza alcuna punteggiatura. Specchio di un’esistenza sempre uguale a se stessa, che ripete gli stessi schemi ossessivamente, senza sosta alcuna.
Toglie il fiato e il sonno, McCarthy, e dona uno dei libri più profondi, meravigliosi degli ultimi anni. Fa riflettere, spinge a domandarsi cose a cui non si vorrebbe pensare, obbliga ad aprire gli occhi sulla condizione umana e su quanto sia semplice perderla in un soffio, se solo la razionalità cede il passo all’istinto. Lascia aperte porte, e ci abbandona lì a domandarci cosa intenda con quel finale. C’è uno spiraglio per la rinascita? Dobbiamo temere che il baratro spalanchi le sue fauci? Ognuno trova la sua risposta, ognuno vede in questo piccolissimo capolavoro quel che preferisce. Quel che è certo è che non lo si dimenticherà mai una volta lettolo.

Voglio che mi aiuti. Se non ti va di reggere la lampada dovrai prendere la pistola.
Reggo la lampada.
Ok. È così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai.
Ok.

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5 pensieri su ““La strada” di Cormac McCarthy

    • Ho appena letto la tua recensione e mi trovi d’accordo in tutto. Se posso darti un consiglio, non guardare il film. Penso sia davvero mal fatto, niente in confronto al romanzo. Purtroppo ho dovuto vederlo perché dovevo tenere una lezione e non lo consiglierei a nessuno

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Ciao lettore! Se hai letto il post, mi piacerebbe che lasciassi traccia del tuo passaggio facendomi sapere cosa ne pensi per scambiare due chiacchiere. Ti va?

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