Chi di teaser ferisce

I fatidici ultimi esami mi stanno stressando oltre misura e le giornate sembrano pure più lunghe tra studio/ripasso e scrittura della tesi a manetta per cui non riesco mai ritagliarmi un minuto per poter leggere. Fino a stasera, in cui lo stress si è fatto sentire, un giramento di testa di troppo e ho dovuto necessariamente prendermi una pausa, almeno per qualche ora. E pausa equivale sempre a un libro! Così ho deciso di cominciare quello che aspettavo da settimane – mesi in realtà, visto come su Goodreads lo fissassi a mo di cane pavloviano fin dalla sua uscita americana. Sto parlando di Ti darò il sole di Jandy Nelson, di cui vi lascio un estratto ❤

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Tutto inizia così.
Con Zephyr e Fry – i due sociopatici del vicinato attualmente in carica – che mi inseguono nel bosco e il suolo che sussulta sotto i miei piedi mentre corro a perdifiato nel vento, fra gli alberi, in una nube incandescente di panico.
«Te lo facciamo noi l’esame, frocetto» urla Fry.
E Zephyr mi è addosso, mi blocca un braccio dietro la schiena, poi l’altro, e Fry agguanta il mio album degli schizzi. Mi allungo per riprenderlo ma sono senza braccia, impotente. Tento di divincolarmi dalla presa di Zephyr. Inutile. Provo a battere le palpebre e a trasformare quei due in falene. Niente. Sono ancora loro: una coppia di gigantesche testadicazzo di seconda liceo con l’hobby di gettare dalle scogliere un povero essere umano di tredici anni.
Zephyr mi stringe da dietro in una morsa, il suo petto mi preme sulla schiena e viceversa. Siamo in un bagno di sudore. Fry comincia a sfogliare il mio blocco. «Ma che è ’sta roba che disegni, Bolla? Non si capisce niente.» Lo immagino mentre viene investito da un tir. Alza il blocco per mostrare uno schizzo. «Zeph, guarda un po’ tutti questi tizi nudi!»
Il mio sangue smette di circolare.
«Non sono tizi. Sono il David» sbotto. Dio, fa’ che io non abbia una voce da gerbillo, ma fa’ anche che lui non guardi i disegni che vengono dopo, quelli che ho fatto oggi mentre li spiavo, disegni di loro due, di quando sono usciti dall’acqua con le tavole da surf sottobraccio, senza costume, senza niente, con la pelle luccicante e (ehm) mano nella mano. Una licenza artistica mia, mettiamola così. Oddio, adesso penseranno che… Mi ammazzeranno ancora prima di concepire l’intenzione di ammazzarmi, ecco cosa faranno. Il mondo inizia a fare una capriola. «Michelangelo, hai presente? Mai sentito?» butto lì a Fry. Non voglio comportarmi da quello che sono. Sei un duro se ti comporti da duro, non fa altro che ripetermi il papà. Come se io fossi una specie di ombrello rotto. […]
«Sai cosa ti facciamo adesso? Lo sai?» mi gracchia Zephyr all’orecchio. Si torna al programma fissato in precedenza, quello dell’omicidio. C’è troppo Zephyr nel respiro di Zephyr. C’è troppo Zephyr su di me.
«Ragazzi, vi prego» imploro.
«Ragazzi, vi prego» mi fa il verso Fry con uno squittio effeminato.
Mi si rivolta lo stomaco. Il Dirupo del Diavolo, il secondo picco più alto della scogliera, quello da cui vogliono lanciarmi, si chiama così per una ragione: sul fondo sono in agguato una gang di pietre taglienti come lame e un vortice che risucchia giù negli inferi le tue ossa maciullate.
Provo ancora a spezzare la morsa di Zephyr. E poi ancora e ancora.
«Tienigli le gambe, Fry!»
Tutti gli ottanta chili da ippopotamo chiamati Fry si tuffano sulle mie caviglie. Spiacente, ma le cose non possono finire così. Mi rifiuto. Odio l’acqua, perché il mio fisico ha la fatale tendenza ad annegare e a venir trasportato dalla corrente fino in Asia. E ho bisogno di avere una scatola cranica integra. Fracassarmela sarebbe come mandare un bulldozer contro un museo segreto prima che qualcuno sia riuscito a vedere cosa c’è dentro.
Così cresco. E cresco e cresco finché sbatto con la testa contro il cielo. Poi conto fino a tre e divento una furia, e intanto ringrazio il papà per tutto il wrestling che mi ha obbligato a fare sul terrazzo, quei match all’ultimo sangue in cui lui poteva usare solo un braccio e io tutte le parti del corpo, e lo stesso riusciva a inchiodarmi a terra perché è alto dieci metri ed è fatto di pezzi di camion.
Io sono suo figlio, il suo erculeo figliolo. Sono un rotante e manesco Golia, un tifone rivestito di pelle umana, e a suon di calci e pugni cerco di liberarmi ma loro mi sbattono giù, ridendo e dicendo cose tipo: “Quella pazza di tua madre”. E mi sembra di cogliere perfino un certo rispetto nella voce di Zephyr mentre dice: «Non riesco a tenerlo fermo, sembra una dannata anguilla» e questo mi fa combattere con più energia – adoro le anguille, sono elettriche – immaginandomi ora come un filo scoperto, con un voltaggio tutto mio. Mi piego a destra e a sinistra, e intanto sento i loro corpi dibattersi intorno al mio, così tiepido e sfuggente, e insieme mi spingono a terra ancora e ancora, e io mi divincolo dalla stretta, e adesso braccia e gambe, mie e loro, si intrecciano e ho la testa di Zephyr che mi preme sul petto e Fry alle mie spalle con cento mani. E tutto sembra solo – è solo – movimento e caos e io mi ci perdo, totalmente, ed è allora che mi sorge un sospetto e mi rendo conto che mi sta venendo duro, eccezionalmente duro, proprio contro la pancia di Zephyr. Mi ritrovo travolto da un terrore ad alto numero di ottani. Richiamo alla mente il più efferato e sanguinoso massacro a colpi di machete – la più efficiente fantasia antierezione – ma è troppo tardi. Zephyr ammutolisce per un attimo e poi schizza via da me. «Ma che ca…?»
Fry si stacca e si tira indietro, appoggiato sulle ginocchia. «Che succede?» sibila a Zephyr.
Io ruzzolo via, e atterro seduto, con le ginocchia strette al petto. Non posso alzarmi ancora per paura che mi si veda la patta tesa tipo tenda canadese, così concentro tutti gli sforzi a cercare di non piangere. Una sensazione malata a forma di furetto si sta scavando tane in ogni angolo del mio corpo mentre esalo i miei ultimi respiri: anche se questi non mi uccidono qui e ora, entro stasera tutto il circondario saprà cos’è appena successo. Potrei anche inghiottire un candelotto di dinamite acceso e buttarmi dal Dirupo del Diavolo. È peggio, molto peggio del fatto che hanno visto qualche stupido disegno.
(AUTORITRATTO: Funerale nella foresta)

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Ti darò il sole

Ti darò il sole
di Jandy Nelson


TITOLO ORIGINALE: I’ll give you the sun
EDITORE: Rizzoli
ANNO: 2016
PAGINE: 485


Solo un paio d’ore dividono Noah da Jude, ma a guardarli non si direbbe nemmeno che sono fratelli: se Noah è la luna, solitaria e piena di incanto, Jude è il sole, sfrontata e a proprio agio con tutti. Eppure i due gemelli sono legatissimi, quasi avessero un’anima sola. A tredici anni, su insistenza dell’adorata madre stanno per iscriversi a una prestigiosa accademia d’arte. Tecnicamente è Noah ad avere il posto in tasca – è lui quello pieno di talento, il rivoluzionario, l’unico che nella testa ha un intero museo invisibile – e invece in un salto temporale di tre anni scopriamo che è Jude ad avercela fatta, ma anche che i due fratelli non si parlano più, che Noah ha smesso di dipingere, che si è normalizzato, e che Jude si è ritirata dal mondo che tanto le calzava a pennello. Cos’ha potuto scuotere il loro legame così nel profondo? In un racconto a due voci e a due tempi, Noah e Jude ci precipitano tra i segreti e le crepe che inevitabilmente si aprono affacciandosi all’età adulta, ma anche nelle coincidenze che li risospingono vicini, laddove, forse, il mondo può ancora essere ricucito.

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