Chi di teaser ferisce

Cerco questo libro da quando è uscito. Non so perché, davvero: forse la trama, forse mi faceva intuire che fosse qualcosa di divertente e leggero al tempo stesso, e scritto bene. Fatto sta che da quando l’ho trovato mi prometto di cominciarlo, salvo poi rimandare, finché ieri sera l’ho cominciato e sono già ben oltre la metà, con buona pace del sonno arretrato. Non è esattamente come mi aspettavo, però per ora il parere è positivo. Stasera sicuramente lo finisco (se non mi distraggono i libri nuovi arrivati oggi! *-*) e spero di recensirlo ASAP
Buona serata, bimbi e bimbe belle ❤

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Il mio telefonino era sul banco della cucina ma non squillava, eppure io il trillo lo sentivo ancora.
Oh. Mio. Dio.
Chi c’era in casa con me?
Non ricordavo nulla della sera prima. Niente, nada.
E se mi ero portata a casa quel biondino? Mi sarei presa a calci nel sedere da sola.
Un altro squillo mi fece sussultare.
Dio! Ero in cucina, mezza nuda, con il mio telefonino in mano e un altro che squillava in un’altra stanza. E forse, dico forse, un ragazzo non identificato da qualche parte della mia casa.
Con il cellulare acceso in modalità emergenza, aprii il cassetto sotto il forno, impugnai il mattarello e con passo felino avanzai guardinga verso il corridoio.
Accesi la luce e non trovai nessuno, solo l’altra décolleté di vernice.
Mi diedi una sberla sulla fronte. Doveva essere stata una nottata da fuochi d’artificio se non mi ricordavo assolutamente nulla.
Scossi la testa senza speranza e in punta di piedi mi diressi verso l’ultima stanza. Il bagno.
O la va o la spacca, Gioia!
Mi appiattii lungo il muro e trattenni il respiro, la mano già sulla maniglia, quando il martellare insistente e improvviso sulla porta d’entrata mi fece sussultare.
Stupida, stupida, stupida!
Non era lo squillo del telefono, ma il campanello di casa.
«Gioia!» urlò una voce femminile al di là del muro. Aggrottai la fronte. Non ero in vena di sentire il suo tono autoritario. «Gioia, apri questa cazzo di porta!»
Imitai un saluto militare e, incurante di essere coperta solo da qualche centimetro di stoffa, il mattarello in una mano e il mignolo dolorante, aprii alla mia migliore amica con un sorriso da Instagram.
«Bea.»
«Gioia!» Sulla soglia di casa, con il piumino rosso abbinato alle scarpe tacco dodici, i ricci biondi indomabili e gli occhi color del mare che brillavano di rabbia, c’era la mia migliore amica in tutta la sua incazzatura. Beatrice Turani.
«Bea, buongiorno anche a te» dissi con spavalderia. […]
Storse il naso. Io di rimando incrociai le braccia al petto, pronta per la sua ramanzina. A quanto pareva quella giornata era iniziata col piede sbagliato. Infatti non feci in tempo a varcare la soglia della cucina che disse: «Cristo. Santo». […]
Aprii le ante, seguita da lei che camminava in punta di piedi per la cucina come se avesse paura di contrarre l’ebola. In effetti la cucina era messa peggio della mia camera.
Pile di piatti da lavare accatastati sul lavello, scatole di cereali e biscotti aperte sull’isola che divideva la cucina dal piccolo salotto, post-it su post-it sparsi ovunque e un odore di rancido che aleggiava nell’aria.
Bea prese un cartoccio di latte aperto e lo lanciò nel lavandino, sfiorandolo con le dita come se fosse una prova da consegnare ai RIS. «Santo Dio, Gioia! I profughi stanno meglio di te.»
L’ignorai e mi lasciai cadere sul divano, un cerchio alla testa oltre alle corna che il mio ex fidanzato mi aveva regalato gentilmente come accessorio primavera estate. La sentii aggirarsi per la casa e con tono d’accusa mi disse: «Non puoi continuare così. Posso capire che ti senti uno schifo, basta vederti, ma ti stai scavando la fossa da sola. Gioia, ti voglio bene e sono tua amica, ma voglio proprio vedere come farai a riemergere dal mare di merda in cui ti trovi».
Andava dritta al sodo, per questo era la mia migliore amica insieme alle altre due Grazie.
Non potevo trovare scusanti a cui appellarmi.
Sollevai a fatica un pollice. […]
«Stai uno schifo!» […] «E per la cronaca,» sussurrò sotto voce «non pensare che ti aiuti a mettere a posto tutto questo casino, la tua casa è portatrice sana di malattie. Sono la tua amica del cuore, ma il culo te-lo-pulisci-da-sola.» Rimarcò la parte finale lentamente, in modo che recepissi il messaggio.
Roteai gli occhi, esasperata. Troppo stanca per rispondere alzai il pollice in segno di okay e mi tuffai di nuovo sul divano, la tv accesa su un film con Robert Downey Jr. Ma i suoi bicipiti scolpiti non mi rubarono neanche un oh di apprezzamento. Nessun ormone impazzito.
Ero grave.
Riposa in pace, Gioia Caputi, 1989-2014.
Com’ero riuscita a ridurmi così? No, non intendevo con i postumi di una sbronza colossale. Ma a ridurmi così per un uomo, a non vedere uno shampoo per più di due giorni.
La mia vita apparentemente perfetta era cambiata in un batter di ciglia.
Mi sentivo una perdente.

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socheciseiSo che ci sei
di Elisa Gioia


EDITORE: Piemme
ANNO: 2015
PAGINE: 405


C’è qualcosa di peggio che essere tradita e mollata dal ragazzo con cui pensavi di passare tutta la vita. Ed è vederlo online su WhatsApp, per tutta la notte, e sapere che non sta scrivendo a te, non sta pensando a te, ma a qualcun altro. È proprio quello che capita a Gioia al suo ritorno da Londra, dopo aver passato mesi facendo di tutto per tornare da Matteo, cantante di un gruppo rock che sembrava irraggiungibile e invece quattro anni prima era diventato il suo ragazzo. Peccato che ad aspettarla all’aeroporto, al posto di Matteo, ci sia il padre di Gioia, l’aria affranta e un foglio A4 tra le mani, con la magra e codarda spiegazione del ragazzo che non ha neanche avuto il coraggio di lasciarla guardandola negli occhi. Dopo mesi di clausura, chili di gelato e un rapporto privilegiatissimo col suo piumone, però, Gioia si fa convincere a passare un weekend con le sue migliori amiche a Barcellona. Non c’è niente di meglio di un viaggio, qualche serata alcolica e un po’ di chiacchiere tra donne per riparare un cuore infranto. Se poi a questo si aggiunge un incontro del tutto inaspettato con un uomo che pare spuntato direttamente dalla copertina di un magazine di successo, la possibilità di ricominciare pare ancora più vicina. E, soprattutto, la consapevolezza che l’amore vero non ha bisogno di “ultimi accessi” di status o faccine sorridenti. E tutto da vivere, là fuori, a telefoni rigorosamente spenti.

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2 pensieri su “Chi di teaser ferisce

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