Chi di teaser ferisce

Voglio leggere questo libro da quando lo comprai nella splendida libreria Rizzoli di Milano e ho preso a sfogliarlo per l’intero viaggio di ritorno. Eppure ho rimandato la lettura a lungo e nemmeno so perché. So solo che ieri pomeriggio, due libri alla mano, col mio ragazzo siamo stati in un giardino meraviglioso con vista su tutta Firenze (vedere per credere) e l’ho finalmente cominciato.

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Aveva già riposto i suoi abiti nelle bisacce, ma non vi si avvicinò nemmeno: andò invece sull’uscio della biblioteca di Carlin. Le pareti erano coperte di libri. Barty aveva costruito personalmente gli scaffali con legno di quercia del Tearling, e li aveva regalati a Carlin in occasione del quarto Natale di Kelsea. Non ricordava molto di quel periodo, ma nella sua memoria era stata una giornata pura e luminosa. Aveva aiutato Carlin a sistemare i libri sugli scaffali, e aveva addirittura pianto un po’ quando le aveva permesso di metterli in ordine per colore. Erano passati tanti anni ma Kelsea amava ancora quei libri, amava vederli lì, uno vicino all’altro, tutti al loro posto.
Quella biblioteca era stata per lei un’aula scolastica anche se non sempre piacevole. Vi aveva imparato le basi della matematica, la grammatica, la geografia, e più tardi le lingue delle nazioni confinanti, trovando i loro strani accenti dapprima complessi e poi sempre più semplici, fino a quando non era stata in grado, come Carlin, di passare dal Mort al Cadarese fino alla lingua più facile e meno strutturata dei Tearling senza battere ciglio. Soprattutto aveva imparato la storia, tutta la storia dell’umanità sin da prima del Passaggio. Carlin ripeteva spesso che la storia era la materia più importante di tutte perché l’uomo, in quanto tale, ripeteva sempre i medesimi errori. Quando diceva così, fissava Kelsea aggrottando la fronte, pronta a disapprovare le sue eventuali obiezioni. Carlin era giusta ma severa. Se Kelsea finiva tutti i compiti prima di cena, come premio aveva il permesso di scegliere un libro dalla biblioteca e rimanere sveglia a leggerlo fino a quando non l’avesse terminato. Le storie la appassionavano più di qualunque altra cosa. Erano storie di realtà e creature mai esistite che la facevano viaggiare con l’immaginazione ben oltre il piccolo mondo del cottage. Una notte era rimasta sveglia fino all’alba per finire un romanzo particolarmente lungo, dopodiché le erano stati risparmiati i lavori di casa e le era stato concesso di dormire tutto il giorno. Ma c’erano anche stati mesi interi nei quali si era stancata della scuola e aveva semplicemente smesso di studiare. E allora niente storie, niente biblioteca, solo lavori domestici, solitudine e il biasimo sul volto granitico di Carlin. E, alla fine, Kelsea era sempre tornata a scuola.
Barty chiuse la porta e le si avvicinò, trascinando un piede. Molto tempo prima era stato una guardia della regina, ma poi una spada lo aveva colpito dietro al ginocchio lasciandolo zoppo. Le mise una mano sulla spalla. “Non puoi perdere tempo, Kel”.
Kelsea si voltò e vide che Carlin aveva distolto lo sguardo e osservava qualcosa fuori dalla finestra. Di fronte al cottage, i soldati sembravano nervosi e lanciavano rapide occhiate in direzione del bosco.
Sono abituati agli spazi chiusi, pensò Kelsea: gli spazi aperti li innervosiscono. Le implicazioni che ne derivavano riguardo alla vita che l’attendeva alla Fortezza la colpirono nel profondo, proprio quando aveva pensato di aver finito le lacrime.
“Sono tempi pericolosi, Kelsea”. Carlin sembrava rivolgersi alla finestra, e la sua voce parve distante. “Stai attenta al reggente, anche se è tuo zio: ha desiderato quel trono sin da prima della nascita. Ma le guardie di tua madre sono senza dubbio uomini fidati e sono certa che si prenderanno cura di te”.
“Ma non gli piaccio, Carlin”, esclamò Kelsea. “Mi avevi detto che per loro sarebbe stato un onore scortarmi, ma non hanno nessuna voglia di essere qui”.
Carlin e Barty si scambiarono uno sguardo, e Kelsea vi vide il fantasma di molti vecchi litigi. Il loro era un matrimonio particolare: Carlin aveva almeno dieci anni più di Barty, ed era ormai vicina ai settanta. Non servivano sforzi particolari per immaginare che doveva essere stata molto bella, ma con il tempo quella sua avvenenza si era indurita, scolorando in un volto austero. Barty non era bellissimo. Era più basso e robusto di Carlin ma aveva una faccia allegra e occhi che sorridevano sotto i capelli grigi. A Barty non interessavano per niente i libri, e spesso Kelsea si chiedeva di cosa parlassero quando lei non era presente. Forse di niente; forse Kelsea era l’unico interesse comune che li teneva uniti. E, se era così, cosa ne sarebbe stato di loro?
Finalmente Carlin rispose. “Abbiamo giurato a tua madre che non ti avremmo raccontato i suoi difetti, Kelsea, e abbiamo mantenuto quella promessa. Ma alla Fortezza non sarà tutto come immagini. Barty e io ti abbiamo dato ottimi strumenti, era quello il nostro compito. Ma una volta sul trono dovrai essere tu a prendere le decisioni difficili”.
Barty tirò su con il naso in segno di disapprovazione e, zoppicando, andò a prendere le bisacce di Kelsea. Carlin lo fulminò con lo sguardo ma l’uomo la ignorò. Quindi lei si rivolse a Kelsea, con le sopracciglia che s’inarcavano. La ragazza abbassò lo sguardo, sentendo una morsa allo stomaco. Una volta, molti anni prima, nella foresta, durante una lezione sulle proprietà del muschio rosso, Barty aveva detto, senza motivo apparente: “Kel, se fosse in mio potere farlo, infrangerei quel dannato giuramento e ti direi tutto quello che vuoi sapere”.
“E perché non è in tuo potere farlo?”
Barty aveva guardato, impotente, il muschio che teneva in mano, e dopo un istante Kelsea aveva capito. Nulla nel cottage dipendeva da Barty: era Carlin a tenere le redini di tutto. Carlin era più intelligente, Carlin non aveva problemi fisici. Barty era meno importante. Carlin non era crudele ma Kelsea aveva sentito fin troppo spesso il gelo della sua volontà d’acciaio, e quindi comprendeva l’amarezza che Barty sentiva, quasi la condivideva. Ma era sempre la volontà di Carlin ad avere il sopravvento riguardo a quei fatti. Mancavano intere parti della storia e molte delle informazioni riguardanti il regno di sua madre le ignorava completamente. Era stata tenuta lontana dal villaggio e dalle risposte che forse avrebbe potuto trovare lì: aveva trascorso l’infanzia in un vero e proprio esilio. Ma più di una volta aveva ascoltato Barty e Carlin discutere durante la notte, quando pensavano che Kelsea stesse dormendo già da un po’, e aveva capito almeno parte del mistero: per anni le guardie del reggente avevano setacciato la nazione in cerca di una bambina con la collana e la cicatrice. In cerca di Kelsea.
“Ti ho lasciato un regalo nelle bisacce”, riprese Carlin, riportandola al presente.
“Che cos’è?”
“Lo scoprirai da sola, quando te ne sarai andata”.
Per un istante, Kelsea sentì la rabbia tornare a galla. Carlin le teneva sempre nascosto qualcosa! Ma dopo un istante provò vergogna. Barty e Carlin erano molto tristi: non solo perché lei se ne andava ma anche perché avrebbero perso la loro casa. In quell’istante, probabilmente, i segugi del reggente stavano seguendo le tracce delle guardie della regina attraverso il Tearling. Barty e Carlin non potevano restare. Appena Kelsea se ne fosse andata, sarebbero partiti anche loro alla volta di Petaluma, un villaggio a sud, vicino al confine con il Cadare: era lì che Barty era cresciuto. Senza la foresta sarebbe stato perduto ma, d’altra parte, c’erano altre foreste da conoscere. Carlin era quella che stava sacrificando di più: abbandonava i suoi libri. Erano la collezione di una vita, volumi salvati e messi da parte al tempo del Passaggio, conservati per secoli. Non avrebbe potuto portarli con sé: sarebbe stato troppo semplice seguire le tracce di un carro. Tutti quei libri, perduti.
Kelsea raccolse la sacca con il necessario per la notte e strinse le spalle, guardando fuori dalla finestra il decimo cavallo: quello che avevano portato per lei. “Ci sono così tante cose che non so”.
“Sai tutto quello che hai bisogno di sapere”, rispose Barty. “Hai il coltello?”
“Sì”.
“Tienilo sempre a portata di mano. Stai attenta a quel che mangi e sappi sempre da dove proviene”.
Kelsea lo abbracciò. Nonostante fosse un uomo robusto, Barty stava tremando per la fatica. Kelsea si rese conto di quanta energia aveva speso per educarla e che invece avrebbe potuto conservare per invecchiare. La strinse, per un istante, fra le sue grandi braccia, poi si allontanò con il fuoco negli occhi azzurri. “Non hai mai ucciso nessuno, Kel, ed è una cosa buona ma d’ora in poi sei una preda: sono stato chiaro? E come tale dovrai comportarti”.
Kelsea si aspettava che Carlin lo contraddicesse: aveva sempre detto che la forza era l’ultimo rifugio degli stupidi. E invece annuì. “Ti ho educata per essere una regina riflessiva, Kelsea, e lo sarai. Ma d’ora in poi la sopravvivenza è più importante di qualunque altra cosa. Quegli uomini sono incaricati di farti arrivare sana e salva alla Fortezza. Da quel momento in poi, è possibile che le lezioni di Barty ti tornino più utili delle mie”.

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