L’amore e il sesso nei romanzi teen

Volevo scrivere un post lungo, approfondito su un argomento a cui tengo molto, dopo aver visto il video che vi linko a fine post, ma ho pensato che le parole di Michela Murgia (se non la conoscete come autrice, vi consiglio di rimediare) da sole sono perfette, e io non sono nessuno per aggiungerci oltre, né voglio farlo. Forse un giorno mi sentirò adeguata abbastanza per scriverci qualcosa e avrò tempo per approfondire oltre a quegli sporadici post che ho scritto, ma per il momento vi ho trascritto le sue riflessioni. Che condivido in pieno e che spero possano far riflettere voi tanto quanto l’hanno fatto fare a me.

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“Il modo in cui, per esempio, lavoro io come scrittrice nei progetti di decostruzione dei modelli di genere, nei progetti di educazione affettiva è prendere le storie che gli adolescenti a scuola già leggono – quindi partire dal dato che non sono tabule rase ma sono persone che hanno già una certa idea del maschile e del femminile in relazione -, le leggo assieme a loro e comincio ad analizzarle sul piano semiotico. Sei, sette anni fa questo lavoro qui lo facevamo su Io e te tre metri sopra al cielo. Lo leggevano tutti sotto il banco, lo leggevano tutte e sognavano questa storia d’amore. Se lo leggevano e ci si appassionavano è perché ci si riconoscevano, ci si immedesimavano e ricoprivano ponte Milvio di lucchetti e di catene. Ricordo che in una classe in particolare facemmo un lavoro proprio sul significato del lucchetto e della catena come simbolo amoroso. Ora, non so a casa vostra come sia, ma a casa mia lucchetto e catene si usano per tre cose: legare la bicicletta al palo perché non te la fottano, legare il cane perché magari è aggressivo col vicino e chiudere i cancelli. Un gesto di prigionia. Le sbarre delle carceri sono chiuse con lucchetti e catene. Stare in catene vuol dire essere imprigionati. Per cui come è possibile che una cosa che serve a proteggere la proprietà privata, a dominare l’istintualità di una bestia e a limitare la libertà di qualcuno che ha violato le regole sia diventato un simbolo amoroso? Com’è che un’intera generazione di adolescenti si è riconosciuta in un lucchetto e in una catena? È chiaro che c’è qualcosa che non va nella nostra idea d’amore, nella nostra idea di relazione uomo-donna. È chiaro che lì il linguaggio dell’addio non trova spazio perché dopo che uno l’hai incatenato e lucchettato, se quello prova ad andarsene, la risposta dentro quel registro simbolico è la violenza. All’evaso mandi la polizia. Al cane mandi l’accalappiacani. A chi t’ha rubato la bici mandi qualcuno che lo arresti per furto. Il gesto è violento e sta dentro dinamiche di controllo. Però quando tu hai davanti quindicenni, sedicenni che hanno già questa idea di relazione, è chiaro che non puoi partire come se non ci fosse niente. Devi tener conto di questo. Potrei farvi lo stesso identico discorso su Twilight nella generazione successiva – le generazioni si contano di sette anni in sette anni. La generazione successiva legge Twilight dove c’è un maschile bestiale, con una forte istintualità distruttiva, e un femminile blando, debole, che si qualifica soltanto quando è in relazione. Da sola questa ragazza al massino aspira a desiderare il suicidio, perché, senza Edward, che farà mai sta Bella, che non ha neanche un carattere definito? È molto interessante l’uomo vampiro, perché nella misura in cui Edward desidera Bella vuole anche mangiarsela. Cioè il desiderio sessuale e amoroso è inscindibile dal desiderio di affondarle i denti nel collo e farne il suo cibo, farne il suo pasto. È potentissima questa metafora. Tanto più che l’unione sessuale viene spostata a dopo il matrimonio – ché la Meyer è una metodista, quindi prima del matrimonio non si tromba. Il giorno in cui vanno a letto – se qualcuno di voi ha visto il film ma voglio darlo per scontato e se non l’avete fatto, fatelo, perché i vostri cugini e le vostre cugine l’hanno fatto, quindi ce l’hanno in testa e presto o tardi salterà fuori Twilight nelle azioni di qualcuno – Bella esce dalla stanza della prima notte di nozze (che è una stanza distrutta perché lui è infinitamente più forte di lei quindi anche il suo desiderio è più violento, il letto è distrutto, ci sono piume nell’aria perché il piumino e i cuscini sono stati sventrati), va davanti allo specchio, è in mutande e canottiera ed è piena di lividi. Si solleva la maglia e ha un livido sul ventre, ha lividi sulle braccia, sui polsi. Lui esce dalla stanza e dice: “Io ti ho fatto questo?” E lei si copre e dice: “Non è importante, so che mi ami”. Ecco, questa è una classica conversazione post-botte coniugale e non c’entra niente che lui sia un vampiro. C’entra che il maschile in Twilight, sia quello di Edward sia quello dell’antagonista maschile, il mannaro, è rappresentato dal mostruoso e dal bestiale. Quindi anche lì cerchiamo di capire perché tante ragazzine e tante mamme – esiste la fascia di Twilight moms, chiamata così di mercato, che si sono innamorate dello stesso modello maschile che ha fatto sognare le loro figlie. Io lavoro così. Lavoro sulle narrazioni. Non vi dico su After che cosa stiamo tirando fuori adesso nelle scuole. Ogni generazione ha il suo romanzo d’amore e dominio, d’amore e morte. Giustamente diceva quel librario “Tutti quelli che hanno in testa Romeo & Giulietta come modello si ricordino che la loro storia d’amore è durata tre giorni e son morte sette persone”. Prima di chiamarlo “modello” riflettiamoci un attimo.
Direi che l’educazione a un linguaggio dell’addio, dell’abbandono in modo che il dramma della fine di un amore non ci trovi impreparati analfabeti è un primo passaggio. Chiaramente tutte queste cose le puoi fare se il preside te lo consente, se l’insegnante ti supporta e se nessun genitore si mette in mezzo dicendo che vuoi mettere in discussione i rapporti maschio/femmina. Non per altro, perché è vero che li voglio mettere in discussione e vorrei una scuola che mi dicesse che lo posso fare. E non perché siamo bravi, ma perché non farlo significa tollerare che le donne siano pagate tuttora il 18% in meno dei loro colleghi che fanno lo stesso lavoro a parità di mansione, che le donne siano uccise in una misura che varia da 130 a 150 all’interno di dinamiche di relazioni che finiscono, di dinamiche di potere e controllo a cui cercano di sottrarsi. Questa cosa va fatta perché è un Paese peggiore se non lo si fa. Quindi io mi domando: da che parte sta chi cerca di opporsi? Vi sta bene il Paese così com’è.”

[Il video parte dal minuto in cui inizia quest’intervento di Murgia,
ma se avete un’oretta da spendere vi consiglio l’intera discussione]

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