Recensione ~ “Sei tu il mio per sempre”, di Katy Evans

Quella che segue sarà una recensione polemica, tendenzialmente cattiva, si spera più obiettiva possibile, talvolta sarcastica e/o ironica, con delle citazioni volte – questa volta – semplicemente a illustrare l’assurdità di dialoghi campati in aria o veramente da lasciar basiti.
Con ciò, non intendo offendere nessuno, per cui se il libro vi è piaciuto non ritenetevi colpiti ma semmai spiegatemi perché. Sono davvero curiosa e pronta a parlare di questo romanzo!


Sei tu il mio per sempreSei tu il mio per sempre
di Katy Evans


TITOLO ORIGINALE: Real
EDITORE: Fabbri editore
TRADUTTRICE: Anita Taroni
ANNO: 2015
PAGINE: 316
La serie Real è così composta:
#1 Sei tu il mio per sempre (Real| #2 Mine | #3 Remy |#4 Rogue | #5 Ripped | #6 Legend


Brooke ha reinventato se stessa dopo la tragedia che le ha cambiato la vita, e ora lavora come fisioterapista. Quando la sua migliore amica la trascina a un combattimento clandestino di pugilato, basta uno sguardo di Remington Tate – l’enigmatico vincitore dell’incontro – a sconvolgere ogni sua certezza. Data la sua fama, quando Remington la invita nello spogliatoio Brooke pensa che si tratti solo di una notte di sesso. Invece il dolce viso di Brooke l’ha colpito con la stessa forza di un gancio che ti coglie alla sprovvista. Remy la vuole a ogni costo e, pur di averla accanto, la assume come fisioterapista.
Brooke accetta subito, anche se non ha la minima idea di che cosa l’aspetta. Resistere alla bellezza e alla perfezione di quel corpo è impossibile. Resistere alla sensualità di quel le labbra e di quel sorriso sfrontato è totalmente inutile. Brooke non ha altra scelta che abbandonarsi a Remington, a quel piacere devastante che soltanto lui è capace di farle provare e all’amore incondizionato che pretende. Ma cosa succederà quando il lato oscuro di Remy prenderà il sopravvento?



· Recensione ·

«Ma che differenza fa? Hai combattuto per anni senza che ci fossi io tra il pubblico! Cosa ti importa di dove sono?» Improvvisamente, qualcosa che non ha niente a che vedere con Nora e che non so da dove viene mi lacera il petto. È una ferita aperta. «E non sono neanche un’avventura, Remington! Sono una tua dipendente. Fra due mesi non sarò più nemmeno quello, non sarò nulla per te. Nulla.» […]
Nel silenzio Remy fa scattare la serratura. La sua voce ha un timbro diverso, grave e preoccupato, come se fosse stato colpito da una forte emozione. «Tu non potrai mai essere “nulla” per me.»

Avete presente quel senso di déjà-vu quando leggete un libro che vi fa anticipare quel che avverrà, dopo aver letto gli stessi eventi riproposti in un po’ tutte le salse in libri troppo simili per riuscire a ricordarli tutti quanti nitidamente? Pensavo fosse solo questo, quando continuavo a azzeccare quel che sarebbe successo di lì a poco, e soltanto al sesto capitolo o giù di lì ho realizzato di aver già letto questo romanzo in inglese un paio di anni fa e averlo rimosso completamente, talmente tanto da non recensirlo su Goodreads e per una che è ossessionata con l’ordine come me non è cosa da poco. È semmai tutto il contrario.
Non è stato piacevole rileggerlo, ma spinta da quel masochismo che non riuscirò mai a vincere e una buona dose di forza di volontà in vista della recensione, l’ho fatto, perché di questo libro qualcuno dovrà pur scrivere qualcosa che non siano commenti adoranti per le scene hot e per le pseudo-dichiarazioni romantiche che a me invece accapponano la pelle. A cominciare dall’incontro coi due protagonisti, davvero troppo stupidi per poter apparire convincenti: lui, pugile osannato dal pubblico maschile per le sue prestazioni sul ring e da quello femminile per il balletto d’ormoni che regala con la sua prestanza fisica, è in realtà un buzzicone della peggior specie, che non sa mettere due parole in croce e grugnisce come se non ci fosse un domani ; lei una massa di gelatina senza volontà e cervello per professione, fisioterapista quando non è impegnata a sbavare su Remington. La scintilla d’amore è fulminea così come la scelta di lui: la nota tra la folla durante un incontro e decide che sarà sua, in ogni senso possibile ed ecco che, tempo due minuti, sa già chi sia Brooke, cosa faccia, come e perché; per riuscirci, la ingaggia come sua fisioterapista e lei, ovviamente, dato che dal primo istante in cui lo vede – dal non voler in alcun modo nessun contatto con un uomo – decide, in modo altrettanto veloce, che dovrà andarci a letto. Benissimo, può starci. Quello che però non può aver senso, o perlomenoSei tu il mio per sempre non lo ha per me, è il renderlo l’unico pensiero, la sola cosa che ha in mente da mattina a sera, il tarlo fisso e costante: farsi Rem, come farselo, quando e quanto; per pagine e pagine, capitoli interi, siamo costretti a entrare nella mente di Brooke che non pensa ad altro che al sesso che ancora non ha fatto con Rem e, amici, è irritante. Il suo punto di vista è tra i più banali e piatti che mi sia mai capitato leggere, monotono a dire poco e immaturo in maniera palese nonostante si cerchi di mostrare l’esatto opposto. Si capisce, quindi, che questa non è una trama su cui costruire un romanzo, ma il diario di una ragazzina eccitata: non è, insomma, quello che appariva dalla quarta di copertina (né tanto meno dalla scelta italiana del titolo e della cover stessa) e dalle recensioni entusiaste che arrivavano dagli USA. Il problema è che non succede niente davvero, nient’altro se non le frustrazioni di Brooke prima dei loro rapporti (perché lui si rifiuta, sostanzialmente) e le mirabolanti – almeno secondo lei – avventure di letto dopo (quando lui cede e provateci voi a non farlo con una che vi ossessiona così). Non c’è maturazione, né un senso reale che vada oltre le loro performance e questo perché tutto è un cliché, così tanto che anche la malattia mentale qui diventa stereotipo bello e buono: Rem è bipolare ma si ha la percezione che in realtà sia solo una caratteristica in più, come il ripetersi ossessivo del suo fascino selvaggio o delle sue capacità amatorie, e si finisca per ridicolizzare qualcosa che invece è tutto l’opposto e meriterebbe un approccio differente e consapevole piuttosto che finire per essere quel tocco in più di stranezza che lo rende particolare e bisognoso d’esser salvato. Io non vorrei sciupare il magico mondo in cui questi due vivono ma il bipolarismo non si tratta con l’amore, così come nessuna malattia – fisica o mentale poco cambia – ma clinicamente. Ma Rem, definito più e più volte un animale, non vuole curarsi e quindi cosa fare quando gli prendono i tre minuti e sclera? Gli si spara un tranquillamente come si farebbe con un Realorso impazzito in un campeggio, oibò!
Fosse solo questo, forse, darei a questo libro un 2/5, ma purtroppo non è così e ho dovuto, dico davvero, scendere addirittura sotto perché se c’è una cosa su cui non transigo in un libro è l’uso della lingua. L’ho letto in inglese, come vi ho detto, e se c’è una cosa che subito mi è venuta in mente dopo averlo rimosso completamente, è stata qualcosa che suonava come “It’s hard to watch you fight, but to watch you suicide yourself is… I won’t do it, Remington” [in italiano si è messo una toppa allo scempio linguistico: “È dura vederti combattere, ma assistere al tuo suicidio è… Non ce la faccio, Remington”] e “Every sexual organ in me is awake and aching” [tradotto paro paro: “Ogni organo sessuale in me è sveglio e dolorante”]. E no, amica, non credo si possa dire “suicidare te stesso”, anche perché immagino lui sia solo uno e non trino, quindi è altamente improbabile possa suicidare altro: per quello abbiamo altre parole tipo “uccidere”, “assassinare” oppure “fare fuori” e cose così se vogliamo andare sull’oralità. E la stessa perplessità si può applicare al numero di organi sessuali di Brooke: sono fermamente convinta ne abbia uno, ma se sostieni siano due o più spiegaci se è frutto di un esperimento o è un puro caso divino e/o naturale.
Ma, mia pignoleria a parte, quel che volevo dire è che il linguaggio usato è veramente basso, banale tanto quanto lo sono i protagonisti e le azioni messi in scena, di una povertà drammatica di cui francamente preferisco fare a meno. La stessa manciata di vocaboli si rincorre per tutto quello che definire narrazione è essere davvero gentili, le descrizioni sono poche e, come si vede da uno dei due casi sopra, davvero irrealistiche, votate all’esagerazione anche quando questa sconfina quasi nella fantascienza, di una pochezza davvero imbarazzante. No, non lo leggerò una terza volta, due possono bastare e avanzano pure.

Ho un sussulto e mi ritraggo: «Remy… Non ho mai avuto una storia. E non ho intenzione di dividerti con nessuna. Non puoi andare con nessun’altra finché stai con me.»
Mi passa il pollice sulla bocca umida: «La nostra non è “una storia […] Ma prima devi imparare a conoscermi. Poi mi dirai se vuoi ancora che ti prenda.» […]
«Ma io so già di volerlo» protesto.
Studia le mie labbra e la sua espressione è così sofferente e tormentata che ne resto colpita.
«Brooke, ho bisogno che tu sappia chi sono. Cosa sono.»

1/5
📚

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