Recensione · “L’incastro (im)perfetto”, di Colleen Hoover

Sapete quando hai grandissime aspettative perché compri a scatola chiusa un autore certo che non ti deluderà mai? Sì che lo sapete, vero? Ecco, diciamo che è più o meno delusione quella che provo nei confronti di questo romanzo. Non me ne voglia chi l’ha amato, perché anche a me è piaciuto, ma non abbastanza e qualcosa manca.


L'incastro (im)perfettoL’incastro (im)perfetto
di Colleen Hoover


EDITORE: Leggereditore
TRADUTTRICE: Laura Liucci
ANNO: 2015
PAGINE: 326


Quando Tate Collins incontra il pilota di linea Miles Archer, sa fin da subito che non potrà trattarsi di amore. A dire il vero, i due non potrebbero nemmeno considerarsi amici, se non fosse che condividono un’innegabile e travolgente attrazione reciproca. Quando scoprono le carte, pensano di aver trovato l’incastro perfetto: lui non cerca l’amore e lei non ha tempo per trovarlo. Cosa c’è di più semplice? L’importante è che Tate si attenga alle uniche due regole che Miles ha imposto: non chiedere mai del passato e non aspettarsi niente dal futuro. Sembra facile, ma non lo è, perché il loro legame si fa sempre più stretto e rispettare i patti per Tate diventa sempre più arduo, fino ad apparirle impossibile. Quella che doveva essere solo una storia di passione travolgente rischia così di trasformarsi in un qualcosa di veramente spiacevole, l’ultima cosa di cui Tate avrebbe bisogno: un amore travagliato e fallimentare.



· Recensione ·

È buffo come a volte non parlare dica più di tutte le parole del mondo. In alcuni casi il mio silenzio sta dicendo: Non so come parlare con te. Non so cosa stai pensando. Parlami. Dimmi tutto quello che hai mai detto, tutte le parole che hai mai pronunciato. Inizia dalla prima.
Chissà cosa sta dicendo il suo silenzio.

Colleen Hoover mi aveva abituata male, malissimo, in un certo senso. Ho alti standard quando si tratta di lei, così alti che sono sempre sicura mi piacerà quello che scrive, apro un suo libro e leggo a caso quando sono giù di morale, compro un suo romanzo a prescindere da tutte le cose che ho letto e sentito dire. Ecco perché, non appena è terminata la sessione e ho potuto tornare a leggere, questa nuova uscita è stata la prima su cui mi sono avventata. Ma non mi ha presa, né convinta come coi precedenti e, sappiate, voi che l’amate tanto quanto me, che rendermene conto è stata una cosa davvero triste e brutta. Ci ho rimuginato su per giorni, infatti, prima di scrivere questa recensione ma la conclusione è sempre la stessa: L’incastro (im)perfetto non è all’altezza delle precedenti opere di quest’autrice. Il problema non è che è un brutto libro, perché non lo è. Il mio dispiacere sta, piuttosto, nel rendermi conto che non regge il paragone. Questo avrebbe potuto benissimo essere il primo della sua carriera oppure il primo con cui avvicinarsi ai suoi romanzi: in questi casi, l’avrei amato di più; ma non lo è. Dopo aver letto Le coincidenze dell’amore Forse un giorno, o anche Tutto ciò che sappiamo dell’amore (che ve possino con ‘sti titoli), il confronto non tiene alla perfezione. Qualcosa manca. Si sente qualcosa che non fila per il verso giusto, perché i suoi personaggi solitamente arrivano, sono di forte impatto, personaggi talmente a tutto tondo da divenire persone, ma non Miles e Tate, non subito almeno. Lo fanno, a rilento, riescono a farti entrare nei loro panni ma ci si sta larghi, non sono quelli giusti e lo senti. Non so se rendo le mie sensazioni perfettamente ma l’impressione è quella di qualcuno che cerca di convincerti di star agendo in un modo per determinate ragioni ma non si riesca a comprendere lo stesso cosa lo fa agire in quel modo: capisco Miles, eccome se riesco a sentire il dolore che si porta dietro e ha dovuto vivere appena diciottenne, ma non comprendo Tate, non la sento vicina minimamente e il fatto che sia una dei due narratori è un punto a suo sfavore, invece che il contrario, perché, tanto per cominciare, è colpita da Miles, la attrae fisicamente, sembra esserci feeling ed accetta il patto riguardante sesso fine a se stesso con la ferma convinzione, poco velata, di far cambiare idea a lui, di renderlo, ovvero, stabile e una relazione a lungo termine. Ma dubito che possa succedere, insomma: non essendone innamorata, ma solo attratta, che interesse avrebbe nel volerlo convincere che possono stare insieme? E ancora. Il suo diventare una marionetta mossa da lui, dipendente da lui, in attesa di lui… è logorante. Mi dispiace, sinceramente, che l’autrice che ha dato vita a Sky, una ragazzina indipendente e fiera di esserlo, così come Sydney, che sceglie di allontanarsi da Ridge per rimanere fedele a se stessa, sia la stessa che ha creato Tate, che con queste due non ha niente in comune. Tate è insicura, quasi senza spina dorsale in alcuni momenti, non ha una vita fuori dallo studio e il lavoro, in una città nuova con la sola conoscenza del fratello. Un accordo di solo sesso che non prevede coinvolgimento emotivo ci sta tutto, specialmente se il tuo vicino di casa è un pilota misterioso tanto quanto simpatico. Quel che dal mio punto di vista non ci sta è il diventare, dalla ragazza che si mostra forte, una che elemosina affetto e, pur di riceverne, accetta, giustifica tutto quanto, anche quel che non può esser giustificato. Perché arriva un momento in cui il passato non può più essere usato come scusa per non vivere e per trattar male gli altri; sì, il passato ci rende quel che siamo e in base a ciò che abbiamo conosciuto agiamo, ma non per questo si pretende comprensione dal resto del mondo – visto poi che ognuno ha la sua buona dose di dolore e non si è i soli a soffrire -, non per questo si può essere sempre scusati. Miles le dà false speranze, Tate le trangugia a più non posso, si parla di amore per metà libro, almeno dal punto di vista di lei, ma quel che ho percepito io è stato molto più forte il sentimento che lega lui alla ex fidanzata, quei capitoli narrati, cioè, dalla sua ottica retrodatata di sei anni. Lì è evidente, balza in faccia quanto qualcosa leghi quelle due persone e, Ugly loveper quanto abbia trovato leggermente immaturo il suo sguardo sulle cose (ma, trattandosi di un ragazzino, più che comprensibile), mi ha coinvolta più degli eventi contemporanei. Che non arrivano se non nel finale, tutto assieme perché possa essere immagazzinato appieno.
Vorrei evitare fraintendimenti, però. Mi sono così concentrata sui punti oscuri da non aver preso in considerazione ancora quel che di buono c’è nel romanzo, perché c’è davvero, altrimenti non gli darei il voto che poi finirò per dargli, e perché quest’autrice sa sempre come elaborare una storia che ha i giusti ingredienti per colpire. E poi ha uno stile inconfondibile, tanto è semplice, leggero nel trattare questioni che sono esattamente l’opposto, una grazia innata con le parole che, al di là di quel che dicono, sono pure belle da leggere messe assieme ed efficaci. Nelle sue storie, inoltre, è impossibile sentirsi sciacalli che pasteggiano sulle rovine altrui: quel che di doloroso succede viene sempre toccato con delicatezza e riguardo e nella letteratura per ragazzi, così come nel romance, è una cosa più unica che rara. Ci sono buoni sentimenti, sentimenti che sono meno belli e con cui dover fare i conti, incisivi e prepotenti, questioni che condizionano vite intere e spingono ad azioni sbagliate, verso sé e verso gli altri. C’è, insomma, tutto quel che Colleen Hoover sa mettere in campo nella sua unicità e solo perché qui non è al suo meglio non significa che non l’apprezzi o non sappia vedere quanto sia talentuosa. Certo, dovessi consigliarne uno suo non sceglierei questo, ma rimane il fatto che è un’ottima lettura per svuotare la mente a cui si aggiunge quel senso di angst che non guasta mai e che, proprio per questo, proprio perché è riconoscibile la mano della sua autrice, si becca un punteggio a metà.

Resto a guardarlo incerta su come rispondere. Non è la tipica storia d’amore che racconta la gente. Non so nemmeno se possa essere considerata una storia d’amore.
«So cosa stai pensando» mi dice. «Suona deprimente. Più tipo una tragedia.»
Annuisco, confermando la mia intuizione.
«L’amore non è sempre bello, Tate. Certe volte passi tutto il tempo a sperare che prima o poi diventi qualcosa di diverso. Qualcosa di migliore. Poi, prima di rendertene conto, ti ritrovi al punto di partenza e nel frattempo hai smarrito il tuo cuore.»

3/5
📚📚📚

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4 pensieri su “Recensione · “L’incastro (im)perfetto”, di Colleen Hoover

  1. Ciao Cee!
    Non hai idea della delusione che ho provato quando, dopo essere arrivata all’ultima pagina del libro, sono corsa qui e non ho trovato la tua recensione. Ecco perché mi ci sono tuffata appena l’ho vista. 🙂

    Sebbene il libro mi sia piaciuto (forse di più de “Le coincidenze dell’amore” che, shame on me, non rientra nel mio olimpo di libri della Hoover), sono pienamente d’accordo con la tua lettura del personaggio di Tate. Quello che manca completamente è l’evoluzione del suo innamoramento, quasi fosse scontato che non possa esistere attrazione senza amore e viceversa. In un libro del genere, questa visione risulta un po’ immatura e allontana il personaggio dal lettore, soprattutto dal lettore più “adult”.

    Detto questo è bello sapere di non essere da soli a catapultarsi su tutto ciò che la Hoover produce ed è altrettanto bello potermi sempre confrontare con le tue parole.

    Un abbraccio,

    Angie

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    • Angie ❤
      Ci ho messo secoli a leggerlo, e altri millenni a scrivere la recensione. Proprio non credevo che la Hoover mi potesse deludere. Non che non mi sia piaciuto, però sì, hai ragione. Tate non cresce minimamente (semmai torna indietro…) e davvero sembra che non possa esserne attratta senza che ci sia amore, come se si debba giustificare un'attrazione fisica per forza con l'amore. Ma anche no, insomma.
      Me lo aspettavo, sai, che avremmo avuto un'idea simile!
      E' sempre bello ricevere tuoi commenti, Angie ❤

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  2. Ma com’è che noi leggiamo sempre gli stessi libri? 😛 Io l’ho appena finito e devo dire che se per certi versi mi è piaciuto, per altri decisamente no. Non è la stessa Hoover, questo libro mi ha lasciato addosso delle strane sensazioni, eppure non penso che lo boccerò.. Miles è un personaggio così tormentato che non ho potuto fare a meno di amarlo, alla fine. Solo lei, Tate, non mi è piaciuta..

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    • Non lo so, Franci, dovremmo organizzarci e leggere insieme!
      Anche a me, per questo ho scelto un voto a metà. E’ stato strano leggerlo, non l’ho apprezzato appieno proprio per questo. Miles è piaciuto un sacco anche a me (scena del tavolo a parte) ma Tate no, nemmeno un attimo nemmeno a me

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