Chi di teaser ferisce

Mercoledì e non voglio pensare di esser entrata in facoltà alle otto e mezzo per passarci tutta la giornata fino ad orario di cena, quindi concentriamoci su un libro che mi sta prendendo in maniera pazzesca, uno di quelli che non ti aspetti essere così coinvolgente e che invece lo è proprio di più perché inaspettato: una citazione lunghissima tratta dalle pagine di Reflections, di Kasie West.
Buona giornata, amici belli ❤

Reflections di Kasie WestTitolo: Reflections
Titolo originale: Pivot Point
Serie: Pivot Point #1
Autrice: Kasie West
Editore: De Agostini
Anno: 2015
Pagine: 400

Mi chiamo Addison Coleman. Ho diciassette anni, una massa di riccioli biondi e un potere straordinario: riesco a vedere il futuro. Di solito non amo approfittare di questa capacità, ma da quando i miei genitori hanno deciso di divorziare le cose sono cambiate. Mi sono trovata davanti alla scelta più difficile di sempre – con chi di loro sarei andata ad abitare? – e ho iniziato a indagare il futuro. Un’Indagine di sei settimane per capire quale fosse la migliore delle mie alternative. O almeno così speravo. Perché l’Indagine si è rivelata molto più complicata del previsto. Due ragazzi hanno stravolto la mia vita, o forse sarebbe meglio dire… le mie vite. Due ragazzi di cui è impossibile non innamorarsi. Duke è come un mare in tempesta, travolgente e affascinante. Gioca a football e non sa ancora in quale college andrà il prossimo anno. Trevor è come una notte d’estate, dolce e spensierato. Vorrebbe ricominciare a giocare a football e disegna fumetti. Uno riesce a farmi perdere la concentrazione con un solo sguardo. All’altro basta una parola per farmi battere il cuore all’impazzata. Ed è per questo che scegliere tra i miei due futuri alternativi non sarà affatto facile: perché qualsiasi decisione prenda, dovrò dire addio a uno di loro.

chi di teaser ferisce

Imboscata: s.f. scegliere un soggetto (io) e appostarsi per colpirlo

“Occhio!” sentii urlare a destra. Alzai lo sguardo appena in tempo per vedere il pallone da football colpirmi in piena fronte.
Mai capito il senso di “Occhio!”: come avvertimento era totalmente inutile. “Abbassati” o “Chinati” sarebbe stato più chiaro. Rimasi stesa a terra, con il libro stretto al petto, a fissare le strisce viola che riempivano il cielo… a quanto pareva gli illusionisti si stavano già preparando per la partita di football di quella sera. Come se tingere il cielo con i colori della scuola spronasse la gente a fiondarsi in biglietteria.
Feci mentalmente il punto della situazione: 1) ero caduta sul cemento, quindi per fortuna non mi ero sporcata di fango; 2) avevo perso  trenta secondi al massimo, perciò non sarei arrivata tardi a lezione; 3) non mi ero rotta niente. Ragionando in quel modo, l’agitazione diminuì.
Vidi apparire sopra di me un viso familiare, con i capelli biondi tutti incasinati e un largo sorriso. «Scusa. Però ti avevo urlato: “Occhio”.» Da come sorrideva non sembrava affatto dispiaciuto… divertito, piuttosto.
E io li ho alzati al cielo, gli occhi, avrei voluto dirgli, invece ignorai la sua mano tesa e mi rimisi in piedi da sola. «Sì, ti ho sentito, Duke.» Mi scrollai di dosso la polvere e ripresi a camminare. La fronte pulsava nel punto in cui avevo beccato la pallonata, e ci pressai sopra le dita, sicura che ci fosse già un brutto livido rosso.
In fin dei conti, non sarebbe stata una cattiva idea fare un’Indagine, quella mattina: almeno avrei saputo cosa aspettarmi. Ma non usavo il mio potere ogni volta che dovevo prendere una decisione, lo facevo solo quando c’era in ballo qualcosa di importante. Avevo già talmente tante realtà alternative in testa che, a volte, faticavo a ricordare quale avevo vissuto davvero e quale era la scelta che non avevo preso.
Eppure quella mattina, alzandomi dal letto e notando la foschia fuori dalla finestra, avevo avuto la tentazione di vedere cosa sarebbe successo se fossi rimasta a casa invece di andare a scuola. Alla fine, la decisione l’aveva presa mia madre al posto mio, aprendo la porta e dicendo: «Addie, ti accompagno io, stamattina. Non mi piace che guidi con la nebbia.»
«Ok, grazie» avevo risposto, consapevole che mettermi a discutere sarebbe stata solo una perdita di tempo.
Mia madre era una Persuasiva. Fra tutti i poteri psichici in circolazione, ai miei genitori erano toccati i peggiori per una figlia adolescente. Quale ragazza avrebbe voluto una madre capace di piegarla al proprio volere? A sentire lei, lo faceva solo quando lo riteneva davvero necessario, ma avevo i miei dubbi.
Mio padre era una macchina della verità in carne e ossa – anche se a mia madre non piaceva che lo chiamassi così (il termine tecnico era Perspicace) – e se raccontavo bugie, se ne accorgeva subito. Diceva persino di saper intuire quando progettavo di mentire. Che nervi!
Raggiunsi il mio banco appena in tempo, poco prima che suonasse l’ultima campanella. La mia migliore amica, Laila, non fu altrettanto fortunata e, tanto per cambiare, arrivò con almeno cinque minuti di ritardo. Il lucidalabbra rosso acceso spiccava sulla sua pelle chiara, facendo risaltare il sorrisetto strafottente.
Formavamo una strana coppia, noi due, sempre pronte a strattonarci a vicenda per costringere l’altra a varcare il confine che separava in due il mondo degli adolescenti: quelli che, come Laila, erano sempre al centro dell’attenzione; e quelli che, come me – invece -, volevano solo mimetizzarsi.
«Laila, cosa devo fare per vederti arrivare puntuale?» chiese il signor Caston.
«Avvicinare gli edifici?»
«Divertente, signorina Stader. Oggi è un avvertimento. Domani sarà una punizione a pranzo. Prova a camminare più in fretta.»
Lei si lasciò cadere nel posto accanto al mio e alzò gli occhi al cielo, strappandomi un sorriso.
«Ok» esclamò il signor Caston.
Le luci si abbassarono, e i monitor sulle scrivanie presero vita. Sugli schermi apparvero le istruzioni, che ricopiai meticolosamente sul quaderno.
«Fai sul serio, Addie?» mi provocò Laila, facendo un cenno del capo verso i miei fogli.
Imitai il suono di un’esplosione e continuai a scrivere. Era da oltre vent’anni che i computer della scuola non si rompevano, ma prevenire il peggio non aveva mai fatto male a nessuno.
«Oggi completeremo il lavoro a coppie» continuò il signor Caston. «Ricordatevi: niente poteri, per favore; limitatevi a usare il cervello.»
«Ma noi lo stavamo già usando» gli fece notare Bobby dalle prime file.
«La parte di cervello che non include i vostri talenti.»
Si alzò un coro di proteste. Del resto, Biologia era una delle materie di Istruzione Normale, e il regolamento parlava chiaro: le nozioni di sopravvivenza nel Mondo Esterno si dovevano imparare alla maniera tradizionale.
«Non fatemi accendere gli inibitori di poteri che sono in classe. Non siamo alle elementari. E spegnete anche i cellulari, forza!»
Altra salva di lamentele.
Laila mi mostrò il cellulare con un sorriso complice. Un codice a barre dentro un pallone da football riempiva tutto lo schermo. «Stavolta vieni alla partita.»
«Hai comprato un biglietto? Ti sei fatta infinocchiare dal trucchetto del cielo colorato?»
«Che? No!» ribatté lei stizzita, come se essere influenzata dalle tecniche di Manipolazione la offendesse profondamente. «Ci sarei andata comunque. Questo non ha niente a che fare con… cavoli, che ti è successo alla testa?»
Mi massaggiai di nuovo il livido. «Un tiro di Duke.»
«Hai parlato con lui?»
«In realtà no, ma a quanto pare io e il suo pallone andiamo molto d’accordo.»
Con la coda dell’occhio mi accorsi che Bobby si stava avvicinando. Quando appoggiò la gamba al bordo del mio banco, avvertii una morsa allo stomaco, che provai a ignorare, e finsi di non vederlo.
«Che cosa vuoi?» gli chiese Laila. I miei numerosi tentativi di convincerla del contrario non avevano sortito effetti: lei si sentiva la mia guardia del corpo.
«Voglio parlare con Addie» rispose Bobby.
Mi chinai a frugare nello zaino, sperando che capisse l’antifona. E invece no. Presi un evidenziatore giallo e lo appoggiai sul banco. Ancora niente. Alla fine alzai gli occhi, con un sospiro. «Bobby, per favore, lasciami in pace.»
«Credevo che avresti ripreso a parlarmi ora che il ballo è passato, e che mi avresti spiegato perché, da quando ti ho invitata, non fai che evitarmi.»
«No.»
«Già, quindi vedi di sparire» aggiunse Laila.
Lui si allontanò, lanciandomi un’occhiata. Da come mi fissava, non sembrava disposto a lasciar perdere. Avrei voluto che il mio sguardo dicesse forte e chiaro: “Rassegnati”. E anche: “Ti odio”, in realtà… ma mi sarei accontentata di una sola delle due.
«Addie, non puoi punire qualcuno sulla base di un’Indagine. Lui non sa cos’ha combinato.»
«Non è colpa mia se, andando al ballo con lui, mi avrebbe infilato la lingua in gola e le mani sotto il vestito» sibilai.
«Lo so, e sono contenta che tu non abbia accettato il suo invito. Ma non lo ha fatto veramente.»
«Però l’avrebbe fatto.» Urtai l’evidenziatore, che rotolò sulla superficie di vetro della tastiera luminosa e si avvicinò al bordo della scrivania, prima di tornare di nuovo indietro, al sicuro. «È la sua indole, e non riesco a guardarlo senza rivedere quell’Indagine.»
«Vuoi che la Cancelli?»
«Ti ho mai chiesto di usare il tuo potere su di me, prima d’ora?» Ogni volta che si offriva di Cancellare un ricordo, le facevo la stessa domanda.
E, ogni volta, lei rispondeva sempre: «In quel caso, non te lo direi».
Feci una smorfia. «Antipatica!»
Lei si mise a tingersi di nero le unghie con il pennarello. «Quindi?»
«No. Perché poi dimenticherei di cos’è capace, e quello sguardo da cucciolo abbandonato mi convincerebbe a uscirci insieme.» Rabbrividii. Non riuscivo a credere di averlo giudicato un incompreso, con quei capelli castani unti e i jeans sdruciti. Sicuramente se non avessi avuto quei ricordi, avrei continuato a pensare che quell’aria viscida sarebbe andata via al primo shampoo.
«Questo è vero.»
«Ehi, mi puoi dare uno strappo a casa?» le domandai, decisa ad accantonare l’argomento Bobby.
«Certo, la tua macchina non è partita nemmeno questa mattina?»
Cercai tra i diagrammi sul mio monitor finché non trovai il nostro compito. «No, la nebbia.»
«Ah, ovviamente…»
Non dovetti aggiungere altro. L’atteggiamento iperprotettivo di mia madre aveva inciso su molte delle nostre uscite.
Laila si voltò verso il suo monitor, perché il signor Caston aveva iniziato a gironzolare fra i banchi. Sullo schermo c’era un grafico sulle viscere della rana. «Dov’è il rene?» mi chiese lei.
Glielo indicai e, quando sfiorai lo schermo con il polpastrello, l’organo a forma di fagiolo si annerì.
Il signor Caston saltò la nostra fila.
«Tornando a Duke…» sussurrò lei, quando si fu allontanato. «Voglio tutti i dettagli.»
«Non c’è niente da dire. Il suo pallone mi ha mandata al tappeto, e lui si è scusato.»
«E tu cos’hai risposto?»
Ci ripensai. «Ho detto: “Sì, ti ho sentito, Duke”.» Feci una smorfietta in risposta alla sua espressione di orrore.
«Addison Marie Coleman. Ti viene data l’opportunità di flirtare con Duke Rivers, e la mandi al diavolo? Tutti questi anni di amicizia con me, e non hai imparato niente! Quella era la tua occasione. Potevi fingere di esserti fatta male e farti accompagnare in infermeria.»
«Mi ha fatto male. Ma soprattutto mi ha dato sui nervi. Ha lasciato che un pallone da football mi colpisse in testa.»
«Che ne sai?»
«Sveglia! È un Telecinetico. Avrebbe potuto tranquillamente bloccarlo.»
«Dai, Addie. Non può usare i suoi poteri tutto il tempo. Dagli tregua.»
«Ha lasciato che un pallone da football mi colpisse in testa» ripetei lentamente.
«Ok, ok, forse non è esattamente un gentiluomo, ma è Duke. Non ha bisogno di esserlo.»
Sbuffai sonoramente. «Laila, non costringermi a picchiarti. È per colpa di quelle come te se i Duke di questo mondo si sentono liberi di comportarsi così.»
Lei scoppiò a ridere. «Prima di tutto, vorrei proprio vederti mentre cerchi di picchiarmi, Miss Pelle-e-Ossa. E poi, se io stessi con Duke, gli farei abbassare la cresta in meno di un secondo.» Si appoggiò allo schienale della sedia e sospirò sognante, persa nelle sue fantasie. «Selizioso.»
«Come?»
«Sexy e delizioso fusi nella stessa parola. Nel dizionario sarebbe catalogato come sostantivo e per spiegarne il significato ci sarebbe solo una foto di Duke Rivers.»
«Ma fammi il piacere! Il dizionario è già pieno di parole a cui potrebbero appiccicarci di fianco la faccia di Duke… presuntuoso, egocentrico, arrogante. E oltretutto…» Sorrisi. «…selizioso sarebbe un aggettivo.»
«Ragazze!» ci riprese il signor Caston. «Dubito fortemente che stiate studiando.»
Laila indicò il monitor. «Abbiamo individuato il rene, professore.»

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2 pensieri su “Chi di teaser ferisce

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