Città di carta: gli USA on-the-road in “Noi due ai confini del mondo”, di Morgan Matson

Credo non ci sia bisogno di ripetere il mio amore per i viaggi in auto. Ho la fortuna di abitare nelle campagne fiorentine, in un luogo che sta perfettamente vicino al centro città senza per questo rinunciare al suo essere un borgo legato alle proprie origini e tradizioni ed è inutile starvi a dire quante strade meravigliose si dipanano qua attorno o verso Siena. Quello di cui oggi, però, voglio parlarvi son le strade che percorrono gli Stati Uniti in lungo e in largo, li attraversano da costa a costa passando per regioni talmente differenti l’una dall’altra da non riconoscerli come appartenenti allo stesso lembo di nazione. Un viaggio, quello in auto, che tutti prima o poi dovrebbero fare e se fosse come quello di Amy e Roger non sarebbe niente male! Pronti quindi a esplorare gli States?

«Allora, se questo diventerà un vero viaggio», annunciò, mentre usciva in retromarcia dal parcheggio e si dirigeva verso l’uscita, «dobbiamo procurarci alcune cose fondamentali». «Come la benzina?» «No», rispose. «Be’, sì», si corresse, guardando l’indicatore del carburante. «Ma ci sono due cose che sono assolutamente necessarie quando si sta per intraprendere un viaggio». «E sarebbero?». Roger mi sorrise dopo essersi fermato a un semaforo. «Merendine e musica», mi spiegò. «Non necessariamente in quest’ordine».

BeFunky CollageSe volessimo seguire le loro orme, prima tappa sarebbe il parco nazionale di Yosemite, in California, tremila chilometri quadri di area naturale protetta e posso solo immaginare di una bellezza da mozzare il fiato. Primo probabilmente fra i parchi americani ad esser dichiarato dal governo federale, se andate a Yosemite capiterà che, dopo aver fatto una sosta all’ufficio prenotazioni per cercare un alloggio, vi facciano guardare, com’è successo ad  Amy e Roger, un video sulla pericolosità del lasciare cibo – e in realtà qualsiasi cosa abbia un profumo, come lo shampoo – in auto: probabile l’attacco da parte di un orso. Ehi, ma questi sono i rischi dell’entrare in contatto con mamma Natura, no? Tra le cose imperdibili da visitare durante le passeggiate nei boschi e tra i sentieri, le Yosemite falls, la Grizzly Giant – la sequoia alta qualcosa come quasi sessantaquattro metri -, l’Half Dome – ovvero la roccia granitica più grande al mondo – e il punto panoramico situato a ben 2100 metri di altezza, il Glacier Point. Direi che come prima puntata a questi due non poteva andare meglio di così.

Anche se non era la prima volta che ci andavo, Yosemite era sempre straordinario. C’erano le montagne e ovunque alberi enormi e vecchissimi che ti facevano sentire minuscolo. L’aria era più pulita e frizzante, e mi aveva sempre fatto venire voglia di respirare a fondo. Mi era sempre sembrato un luogo a parte, a cui non si applicavano le regole che valevano altrove.

Se aveste la sventura o la folle idee di uscire da Yosemite con l’idea di attraversare il Nevada, sappiate che lei è ciò che vi attende: la strada più solitaria d’America. E non è un modo di dire. Parte della US route 50 che taglia orizzontalmente a metà gli Stati Uniti e dalla California arriva fino nel Maryland, la loneliest road in America deve il suo nome al settimanale Life che così la chiamò nel 1986 senza rendersi conto che questo dispregiativo sarebbe diventato uno slogan per il Nevada e che le lande desolate senza alcun cenno di civilizzazione che la caratterizzano sarebbero diventate un richiamo a cui è impossibile resistere per gli intrepidi. Me compresa, con buona pace di chi sarà seduto al mio fianco in questo viaggio. L’importante, dopotutto, sarà far benzina!

Dopo due ore, ci rendemmo conto che c’era qualcosa di strano. A un certo punto l’autostrada era passata da quattro a due corsie, con una carreggiata per ogni direzione. La cosa in sé non era preoccupante, poiché avevamo incontrato parecchi di questi restringimenti vicino cf8367a00ee367ebc5abda69b20fccb6a Yosemite. La differenza era che all’improvviso c’era soltanto… il nulla. La strada si stendeva davanti a noi, una linea dritta che si allungava a perdita d’occhio. In lontananza, all’orizzonte c’erano alcune montagne, e altrettante alle nostre spalle, ma per lo più il paesaggio era una vasta landa deserta, intagliata nel mezzo dall’autostrada a due corsie. E nient’altro. Questa piattezza era un notevole cambiamento rispetto alle tortuose strade di montagna vicino a Yosemite. A lato della strada c’era una vegetazione che ricordava delle spazzole per cavalli. Trovavo arduo credere che soltanto poche ore prima ero stata circondata dai pini.

Dopo aver fatto qualche fermata per riposarvi – sembra carinissima Eureka, nel Nevada, di cui mi piace da matti anche il nome (se ve lo state chiedendo, la risposta BeFunky Collageè sì: deve il suo nome alla celebre interiezione attribuita ad Archimede -, obbligatorio fermarsi un po’ dopo tanta strada: attraversato lo Utah – il cui panorama, parole di Amy, “era perfino più splendido di quanto fosse stato sull’Autostrada 50” -, ci si trova in Colorado e tappe da non perdere sono la capitale Denver e, se proprio si seguono Amy e Roger, Colorado Springs. Mentre Denver, avendo una pianta a scacchiera, permette d’esser visitata a piedi in tutta tranquillità (anche se un’occhiata ai dintorni – specialmente all’anfiteatro nel parco Red Rocks nella cittadina di Morrison io ce lo butterei!), per quello che trovo assolutamente da visitare a Colorado Springs servirà mettersi l’anima in pace e prepararsi a una scarpinata. Il “giardino degli dei” (“garden of Gods”) è, infatti, situato nel bel mezzo di un parco nazionale statunitense.

29b939cf6e26df696666ef14a9adeb12Continuando a spezzare gli USA a metà, quel che vi attende è il Kansas! A patto di evitare la stagione dei tornado – per la cronaca: da aprile a giugno -, quel che vi attende seguendo passo dopo passo le orme dei nostri due è Wichita, la città più grande dello Stato e una capitale mondiale dell’aeronautica. Quel che a me invece attira è il giardino botanico ma soprattutto quel che viene chiamato il “Keeper of the Plains”, ovvero una scultura di quasi quattordici metri che è diventata nel giro di pochissimo tempo il simbolo stesso della città. Insomma, una toccata e fuga per godere di un panorama pazzesco ce la si può sempre concedere, no?

MockvalleyAttraversando Missouri, Illinois e Indiana – tre Stati da non sottovalutare che però Amy e Roger considerano poco per ragioni temporali – , ci si ritrova in Kentucky, lo “Stato dell’erba fienarola”, un posto nel quale pare si sia fermato il tempo e la vita scorre al rallentatore. Lo dimostra la cittadina nella quale si imbattono, non molto casualmente, Roger e Amy: Mockingbird Valley (non ho ancora controllato l’edizione originale, ma nell’edizione italiana compare la dicitura “Hummingbird Valley”, anche se il web si rifiuta di ammetterne l’esistenza), piccolissima cittadina di meno di duecento, pare ricchissimi, abitanti caratterizzata dalle sculture configurate nelle siepi.

Intorno a noi, c’erano solo dolci e verdi colline e tutto era buio, silenzioso e profumava di fresco. Il Kentucky aveva un odore magnifico, come di erba fresca. Come l’estate. Abbassai il finestrino, inspirai e mi resi conto, con un piccolo shock, c he e r a estate. Era iniziata una nuova stagione senza che io me ne accorgessi. Guardai fuori, ma non vidi alcuna casa: c’erano soltanto lunghe fasce di terreni verdi, interrotte qua e là da steccati bianchi (…) «Guarda», esclamò Roger, rallentando ancora di più e indicando il suo lato della strada. «Li vedi?». Guardai. Sarebbe stato difficile non notarli. Cespugli potati a forma di animali si ergevano su una distesa di prato all’inglese. Ma erano molto più grandi e dettagliati di qualsiasi opera d’arte topiaria avessi mai visto prima. Due orsi, probabilmente a grandezza naturale, erano in piedi sulle zampe posteriori e sollevavano quelle anteriori per salutare le auto di passaggio. Dietro di loro, una volpe agitava allegra la zampetta. «Wow», mormorai. Roger proseguì piano e io mi girai per dargli un’ultima occhiata prima che sparissero alla vista. Nella luce che sfumava rapida, sembravano quasi delle sculture, oppure delle creature fatate.

BeFunky CollageSuperato il Kentucky, costa una piccola deviazione verso sud, ma come si fa a non portare un saluto allo zio Elvis a Memphis, Tennessee? Graceland, la mastodontica tenuta del re del rock ‘n roll e meta oggi di pellegrinaggi infiniti, è lì che aspetta, a Memphis, di esser visitata, stanza per stanza (per un totale di ventitré, ma non tutte sono visitabili), arredate ognuna in modo differente da quella precedente, con un’eccentricità e uno sfarzo da lasciar senza parole. Direi che una puntatina da queste parti non può che essere imprescindibile.

Ultimi Stati che Amy e Roger attraversano al volo, solo con piccole soste, sono il South Carolina, la Virginia, il Maryland e la Pennsylvania, posti non da poco che meritano certo più di una BeFunky Collagemenzione: in South Carolina, ad esempio, il Columbia museum of art che ospita una ricca collezione d’arte europea e americana (tanto per dire, la Natività ad affresco di Botticelli si trova qui), mentre in Virginia i monti Blue Ridge, sezione della catena degli Appalachi, sono di una bellezza suggestiva; nel piccolo staterello del Maryland c’è Baltimora, nel cui Walters art museum sono conservate le opere di così tanti artisti italiani da esser troppi per esser nominati tutti (tanto per dirne qualcuno: Raffaello, Pinturicchio, Rosso Fiorentino e quell’anonimo che con la sua Città ideale sicuramente avrà accompagnato studi filosofici e artistici di ognuno); per quanto riguarda la Pennsylvania, è impossibile pensar di non citare la sua più importante città, Philadelphia, gemellata tra l’altro con la mia Firenze: se siete in cerca d’arte, anche qui potete sbizzarrirvi, perché la Barnes foundation e il Philadelphia museum of art, oltre a proporre opere italiane, aggiungono artisti francesi come Manet, Monet e Renoir e, non so voi, per me il richiamo è fortissimo e dopotutto alla fine di un viaggio si può oziare a dovere!

post-divider-left Noi ai confini del mondo Titolo: Noi ai confini del mondo Titolo originale: Amy & Roger’s epic detour Autrice: Morgan Matson Traduttrice: Donatella Rizzati Editore: Newton Compton Anno: 2015 (prima edizione 2011 per Mondadori col titolo In viaggio verso di me) Pagine: 352

Amy Curry pensa che la sua vita sia uno schifo. Suo padre è recentemente scomparso in un incidente d’auto e sua madre ha deciso di trasferirsi dalla California al Connecticut, proprio nel suo ultimo anno di scuola. Per fuggire da tutto Amy si imbarca in un viaggio on the road, allontanandosi da casa per andare incontro a una nuova vita. Ad accompagnarla sarà Roger, figlio di un vecchio amico della madre, che Amy non vede da anni. La ragazza non è proprio entusiasta all’idea di attraversare il Paese con qualcuno che conosce a malapena ed è per questo che è tanto più sorpresa quando si rende conto che si sta innamorando di lui. Durante il viaggio Amy cercherà di venire a patti con il dolore per la morte del padre e di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Con l’aiuto di un nuovo amore…

Recensione

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6 pensieri su “Città di carta: gli USA on-the-road in “Noi due ai confini del mondo”, di Morgan Matson

    • Sicuro! Io ne aggiungerei tremila. Per esigenze di rubrica, mi son attenuta a quelle del libro, ma non basterebbero dieci post per parlare di tutti i posti degli USA che vorrei vedere! ❤
      PS: sì, leggilo, è bellissimo! *_*

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  1. Mi hai fatto venire voglia di leggere questo libro. E di rifare il viaggio in America che ho già fatto sette anni fa. Perché le sensazioni che avevo provato sono proprio quelle che descrivi. Grazie per questa recensione!

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