Recensione: “Noi due ai confini del mondo”, di Morgan Matson

Questa settimana sarà infinita, già lo so: alle normali lezioni, si aggiunge una giornata super-impegnativa venerdì e sabato vorrò solo indignitosamente nascondermi sotto le coperte e dormire fino al lunedì successivo. Ma, fortuna vuole che ieri sia riuscita a organizzare tutta la settimana e quindi mi spiace per voi: tornerò puntuale come l’allergia primaverile! Per quanto riguarda oggi, vi lascio la recensione di un libriccino da cui non mi aspettavo tanto e che invece proprio tanto mi ha dato. Tuttavia, prima di passare alla recensione, vi invito a visitare lo splendido blog dell’altrettanto splendida (e pazientissima!) Lorena, Petrichor, la quale voglio ringraziare di tutto cuore per il nuovo sistema di rating ❤
Passate un buonissimo inizio di settimana, bookworms!

Noi ai confini del mondoTitolo: Noi ai confini del mondo
Titolo originale: Amy & Roger’s epic detour
Autrice: Morgan Matson
Traduttrice: Donatella Rizzati
Editore: Newton Compton
Anno: 2015 (prima edizione 2011 per Mondadori col titolo In viaggio verso di me)
Pagine: 352

Amy Curry pensa che la sua vita sia uno schifo. Suo padre è recentemente scomparso in un incidente d’auto e sua madre ha deciso di trasferirsi dalla California al Connecticut, proprio nel suo ultimo anno di scuola. Per fuggire da tutto Amy si imbarca in un viaggio on the road, allontanandosi da casa per andare incontro a una nuova vita. Ad accompagnarla sarà Roger, figlio di un vecchio amico della madre, che Amy non vede da anni. La ragazza non è proprio entusiasta all’idea di attraversare il Paese con qualcuno che conosce a malapena ed è per questo che è tanto più sorpresa quando si rende conto che si sta innamorando di lui. Durante il viaggio Amy cercherà di venire a patti con il dolore per la morte del padre e di rimettere insieme i pezzi della sua vita. Con l’aiuto di un nuovo amore…

Vi ho già detto quanto ami i viaggi on-the-road? Ne sogno così tanti da aver riempito la testa a chi mi circonda di idee e proposte, in attesa di poterle realizzare, e quello attraverso gli Stati Uniti, da una costa all’altra, attraversandone i vari Stati è sempre stato tra quelli che più mi affascinano e che, ultimamente, da quando una mia amica lo ha realizzato come viaggio di nozze, si è fatto sempre più prepotente. Quindi, capirete quanto viaggiare con Amy e Roger mi abbia coinvolta, perché questo, amici, è davvero un libro “sulla strada” (a differenza, ad esempio, di Stai con me in ogni respiro della McLean) e lo è sia nel senso letterale del termine che astratto. Amy e Roger macinano chilometri a bordo di un auto, con lo scopo di portarla dalla California al Connecticut, e viaggiano assieme pur non avendo che frammenti di ricordi di un’infanzia trascorsa assieme, ma è come se i tratti di strada che antepongono tra la partenza e la meta, aggiungendone di nuovi sulla scia del momento e della casualità, portasse anche loro da un punto A a uno B, li facesse crescere e maturare, prender coscienza di quello che ancora non hanno capito delle proprie vite. Ed è un po’ questo ciò che più mi ha colpito. La deviazione (“detour”, per l’appunto) che decidono di prendere, assecondando un viaggio che si deciderà man mano e li porta lontano dal prestabilito, non è che la replica della deviazione che le loro vite han subito: Roger essendo stato lasciato dalla ragazza, Amy perdendo il padre – ma anche vedendo il fratello finire in clinica di riabilitazione, perdendo gli amici che lentamente accettano il suo voler stare sola e dovendo accettare la voglia della madre di trasferirsi lontano da tutto ciò che le ricorda il marito perduto -; ma è, anche, una deviazione che può esser vista sotto l’ottica nuova che scopriranno col passare dei giorni e dei luoghi, una deviazione positiva, che fa da contraltare alla perdita ed è una conquista: di libertà, di indipendenza, di coscienza di sé. E di qualche cosa di più. Un viaggio insomma che portandoli da un posto all’altro, li conduce anche in luoghi interiori che non avevano ancora esplorato, mettendoli a contatto con la realtà che probabilmente quel che si cerca si ha proprio sotto al naso e quel che sembra difficile non lo sarà per sempre perché arriverà un momento in cui quel buco nero che sembra aver risucchiato tutta la vita smetterà di non far filtrare la luce e un piccolo spiraglio di accettazione del dolore della perdita, prima ancora che della possibilità della felicità nonostante tutto, riuscirà a entrare. Questa forse la cosa più importante che capisce Amy, e in qualche modo anche Roger. Due personaggi che per molti versi si assomigliano, nel sentirsi smembrati di un tassello fondamentale che rendeva le loro vite degne d’esser vissute e nella caparbietà del non volervi rinunciare, ma che differiscono perché complementari, visto che quel che Amy ha perso non potrà esser restituito e questo le ha dato la certezza dell’importanza di ogni attimo vissuto con chi si ama e le ha fatto perder le speranze che le cose si appianino – perché quando tuo padre lascia a metà un discorso, mette un segnalibro nel romanzo che sta leggendo e mai finirà, esce una normale domenica mattina per non far più ritorno a casa, non puoi pensare che tutto si sistemerà né, forse, vuoi -, speranze che, invece, nutre Roger nel riconquistare l’ex e lo spingono a prendere ulteriori deviazioni pur di vederla. Ma spesso, come gli dice l’amico Drew, “non c’è grande differenza tra la ricerca di un cavaliere e la missione di uno sciocco” e questo Roger deve ancora capirlo. E con lui Amy.

«C’è stato un incidente», risposi infine, costringendo le parole a uscire.
«Un incidente d’auto?»
«Sì», annuii. Ce la stavo mettendo tutta per mantenere il controllo, ma ero sul punto di scoppiare in lacrime, se fosse accaduto non potevo scappare da nessuna parte. Nessun bagno dove nascondersi, nessun posto dove correre.
«Quand’è successo?», Roger mi faceva le domande con gentilezza e voce sommessa, ma avrebbe anche potuto urlarle, perché era così che suonavano al mio orecchio, ora che mi toccava rispondere.
«Tre mesi fa», dissi, e sentii la mia voce incrinarsi leggermente sull’ultima parola. «L’otto marzo».
«È tutto?», mi chiese, sorpreso e anche triste.
«Sì», replicai. Fedi un profondo respiro e tantai di assumere un tono più leggero. «Questa conta come domanda, lo sai». Da come mi tremava la voce, da quanto sembrasse forzata, capii di non aver avuto successo.
«L’ultima», mi annunciò. Mi guardò di nuovo e chiese con voce ancora più sommessa: «Ti va di raccontarmi cos’è successo?»
Sapevo che questo momento sarebbe arrivato, ma non per questo fu più facile ascoltare la sua domanda. Perché c’era una parte di me che voleva parlarne. Nel profondo del cuore, da qualche parte, sapevo che alla lunga sarebbe stato meglio affrontarlo. Che la frattura doveva essere ricomposta affinché l’osso guarisse bene, e non restasse indebolito o deforme. In Colorado avevo intravisto fugacemente la Vecchia Amy riflessa nello specchio di Bronwyn. Volevo rivederla. Volevo tornare a essere quella che ero una volta, almeno provarci. E la parte razionale di me sapeva che evitare di parlarne, mi stressava: non dormivo più, mi cadevano i capelli. Ma c’era un’altra parte di me, la parte che ascoltavo da ormai tre mesi, che mi consigliava di voltare le spalle e non rispondere, di continuare a nascondermi sotto una coperta immaginaria calata sulla testa.
Roger non sapeva cos’era accaduto altrimenti non mi avrebbe guardata in quel modo. Una volta che lo avesse scoperto, si sarebbe allontanato da me, poi mi avrebbe abbandonata, come avevano fatto Charlie e mia madre. Se mi fossi rivelata per quel che ero, trasformandomi in qualcos’altro ai suoi occhi, non sarei stata in grado di affrontare il suo sguardo: quel pensiero era intollerante. Distesi le gambe, poggiai i piedi sul pavimento e lo guardai. «No», bisbiglia, ma la mia voce sembrò tuonare nell’abitacolo silenzioso.

Si capisce che quindi il tema del viaggio è prepotente, al centro della narrazione fin da subito, e che i luoghi che i ragazzi visitano occupano la scena tanto quanto loro fino a far diventare gli USA un terzo protagonista silenzioso che si lascia osservare restando in primo piano costantemente. Un viaggio che, comunque, diventa anche quello di chi legge, grazie alle descrizioni dell’autrice e di due compagni di viaggio di prim’ordine, ma anche soprattutto grazie alle fotografie di Amy e i disegni di Roger, gli scontrini di alberghi e tavole calde, le note dei Paesi che visitano coi motti e i loro pensieri, le playlist dei due scelte appositamente per ogni città in cui si imbattono più o meno casualmente prendendo strade che esulano da tracciato preparato dalla madre di lei. Per tutto questo, si ha la sensazione di essere un passeggero nel sedile posteriore, come se il sole cocente stesse battendo anche sulla nostra pelle o si potesse sentire la pioggia battere improvvisamente sul tettuccio, come se la strada più solitaria degli Stati Uniti d’America mettesse anche noi faccia a faccia con paure e ricordi coi quali non si è ancora pronti a dialogare; si vive le loro scoperte, si sperimenta il rincorrersi di pensieri insopportabili da pronunciare a voce alta, si impara gradatamente a dar loro ascolto per superarli. Ed è tutto merito della Mason – che questo viaggio lo ha fatto veramente, da sola, e che regala preziosi e imperdibili consigli nelle note finali al libro -, che ha dato vita a personaggi genuini nel loro essere due come tanti, talmente normali da apparire banali a occhio esterno, ma anche a personaggi comprimari che, nelle loro brevissime apparizioni, regalano sorrisi e riflessioni importanti capaci di far scattare dentro Amy e in parte Roger quel meccanismo che si era inceppato, oliandolo, e riportandoli, quasi come se prendesse per mano i suoi personaggi e li accompagnasse alla scoperta di se stessi, sulla carreggiata. Non necessariamente quella che ci si prospettava, ma non per questo meno bella, col retrogusto insopportabile dell’accontentamento; ed è dopotutto questo quello che Amy prima ancora che il suo compagno di viaggio deve capire: “le scoperte più belle capitano alla gente che non le sta cercando”, le dice Roger, citando la sua passione per gli esploratori e il loro essere incappati in qualcosa di inaspettato ma al tempo stesso incredibile che avrebbe rivoluzionato le loro vite: Colombo e l’America, Pinzón e il Brasile, Stanley e le cascate Vittoria. Amy non cerca niente, non ha intenzione di uscire dal bozzolo di dolore e senso di colpa che si è costruita attorno e vede in questo viaggio solamente il coronamento di un periodo che le ha sventrato la vita, privandola di tutto, non riuscendo – inizialmente – a rendersi conto che l’occasione per tornare la Amy di prima l’ha proprio a portata di mano e basta allungare le dita per sfiorarla. Mi ripeto – e mi do fastidio da sola – ma proprio in questo sta il senso del viaggio, dopotutto non conta la destinazione ma il tempo passato per raggiungerla ed è questo che capita a entrambi.

«Dire addio è praticamente un invito a non rivedere più una persona. Vuol dire che sai che sarà proprio l’ultima conversazione. Così se non lo dici, se lasci la conversazione in sospeso, significa che vi vedrete ancora». Mi limitai a fissarlo, e Roger mi lanciò un’occhiata e rise, stavolta una delle sue solite risate allegre. «So che non ha assolutamente senso», si schermì. «Ma ormai è diventata un’abitudine piuttosto radicata».
«A volte però», gli feci notare, e in quel momento mi sentii serrare la gola, ma mi sforzai di far uscire le parole. «A volte non dici addio e, comunque sia, non vedi più una persona. A volte capita».
«Lo so», disse piano, e dalla sua espressione, capii che sapeva a cosa mi riferissi (…)
Guardai fuori dal finestrino: le montagne viola ora stavano diventando più scure, e io riflettei sulle sue parole.
Gli addii non mi sembravano più così importanti come un tempo: avevo scoperto che quando non rivedrai mai più una persona, non è l’addio che conta. Ciò che importa è che non potrai più dirgli nient’altro. E rimani con una conversazione in sospeso che durerà in eterno.

Morgan Matson non urla, non ha bisogno di farcire la narrazione di colpi di scena eclatanti né di creare personaggi dall’aspetto meraviglioso che calamitino al primo colpo d’occhio l’attenzione: va dritta al punto ma con una delicatezza impressionante, quasi sussurrando di vite interrotte che han solo bisogno della giusta spinta per riprendersi e lo fa con una raffinatezza tale che non si può apprezzare ogni aspetto del suo romanzo. Vero e proprio romanzo di formazione, nel quale la parte romantica è giustamente messa in secondo – se non terzo – piano, Noi due ai confini del mondo è proprio molto di più di quello che l’edizione italiana con la copertina e il titolo lascia immaginare e questa, assieme al percorso tra le strade statunitensi e quello personale di Amy, è stata decisamente la scoperta migliore.

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