Recensione: “Il mio splendido migliore amico”, di A.G. Howard

Odio questo titolo, c’entra poco o niente con l’immensità di quello che “splintered” lasciava intuire ma adoro questa copertina: non si può aver tutto, vero? Mi accontento di questa meravigliosa riscrittura che ho adorato a dir poco e che consiglio caldamente!
Voi cosa state leggendo?
Buona giornata, amicetti ❤

978-88-541-7313-2Titolo: Il mio splendido migliore amico
Titolo originale: Splintered
Serie: Splintered #1
Autrice: A.G. Howard
Traduttrice: Francesca Barbanera
Editore: Newton Compton
Anno: 2015
Pagine: 406

Alyssa Gardner riesce a sentire i sussurri dei fiori e degli insetti. Peccato che per lo stesso dono sua madre sia finita in un ospedale psichiatrico. Questa maledizione affligge la famiglia di Alyssa fin dai tempi della sua antenata Alice Liddell, colei che ha ispirato a Lewis Carroll il suo “Alice nel Paese delle Meraviglie”. Chissà, forse anche Alyssa è pazza, ma niente sembra ancora compromesso, almeno per ora, almeno fin quando riuscirà a ignorare quei sussurri. Quando la malattia mentale della madre peggiora improvvisamente, però, Alyssa scopre che quello che lei pensava fosse solo finzione è un’incredibile verità: il Paese delle Meraviglie esiste davvero, è molto più oscuro di come l’abbia dipinto Carroll e quasi tutti i personaggi sono in realtà perfidi e mostruosi. Per sopravvivere e per salvare sua madre da un crudele destino che non merita, Alyssa dovrà rimediare ai guai provocati da Alice e superare una serie di prove: prosciugare un oceano di lacrime, risvegliare i partecipanti a un tè soporifero, domare un feroce Serpente. Di chi potrà fidarsi? Di Jeb, il suo migliore amico, di cui è segretamente innamorata? Oppure dell’ambiguo e attraente Morpheus, la sua guida nel Paese delle Meraviglie?

Questa sarà una recensione ardua da scrivere, perché Il mio splendido migliore amico – malgrado l’orrendo titolo che poco ha a che vedere con la storia – è uno dei libri migliori letti quest’anno e forse pure lo scorso, un fantasy che ha il coraggio di dialogare con un classico come l’Alice carolliana (e non quella Disney, badate bene!) senza paura di innovarlo e donargli un tocco gotico, un fascino inquietante che impedisce di metterlo giù anche solo per un secondo, pur obbligando a una lettura lenta, volta ad assaporare e render vivido ogni dettaglio, a trasportare nel Paese delle meraviglie del suo creatore ma con un tocco cupo che richiama Tim Burton. Non so se sia possibile restar fedele a un’opera e, al contempo, rinnovarla e mostrarne nuovi lati ancora non presi in considerazione, ma questa è l’impressione che si ha: A.G. Howard ha scritto una meraviglia di libro, primo di una trilogia che si preannuncia angosciantemente affascinante, a cominciare dalla sua eroina. Discendente dall’Alice Liddell che ispirò Carroll, Alyssa con la sua ava ha in comune capelli biondi e occhi azzurri ma alla sua innocenza ha aggiunto uno spesso strato di eyeliner sulle palpebre, un’attitudine vagamente inquieta e la passione per un’arte fatta di mosaici creati con insetti che cattura e uccide pur di non sentirli parlare più, pur di non perdere la ragione. Infatti, Alyssa, come ogni discendente femminile dei Liddell in seguito al viaggio di Alice, pare sia vittima di una maledizione per la quale è capace di sentire, incessantemente, le voci di piante e insetti; maledizione che già in famiglia ha mietuto vittime: sua madre Alison è internata al manicomio dopo aver cercato, in passato, di uccidere proprio la figlia ed Alyssa non ha intenzione di far la stessa fine. Ecco perché non rivela quel che può fare nemmeno al padre o al migliore amico, Jeb, del quale è segretamente innamorata da sempre. Ammetterlo significa render la follia di Alison reale, scusarla per ciò che le ha fatto, e credere alla maledizione dei Liddell; ammetterlo significa credere al Paese delle Meraviglie e alla presenza di qualcuno che si sta insinuando in ogni aspetto della sua vita destabilizzandola, facendole mettere in dubbio la sua sanità mentale nel tentativo di ricongiungersi con lei dopo tanto. Ma se fosse proprio tutto vero? E se l’unico modo per salvare Alison da una terapia a base di elettroshock fosse cadere nella tana del Bianconiglio e sciogliere il maleficio? Ecco che un’avventura via l’altra il mondo per come Alyssa l’ha sempre conosciuto verrà capovolto, quel che credeva di conoscere si rivelerà sbagliato o non fedele alla realtà e personaggi ed atmosfere dalle tinte fosche e macabre lasciano i confini del sogno per addentrarsi in quelli dell’incubo, per trascinare con loro in un libro dal quale è letteralmente impossibile non sentirsi rapiti.

Stavolta, però, non sono sola. C’è Jeb con me ed è lui a tenere in mano la spada rubata mentre corriamo lungo un sentiero per raggiungere la tana del Bruco. Le spine che si impigliano e mi strappano il grembiule si allungano, trasformandosi in lunghe anguille verdi. I rami serpeggianti ci avvolgono le gambe e ci trasportano a testa in giù sulla scacchiera. I nostri corpi si pietrificano e si trasformano in pedine da gioco. All’improvviso compare una mano, coperta da un guanto nero, ma Jeb riprende vita e cerca di colpire le dita con la spada per salvarmi. Le dita insanguinate si staccano dalla mano una dopo l’altra e, precipitando, si trasformano in bruchi. Io e Jeb torniamo di corsa sul sentiero. Al centro del passaggio troviamo ad attenderci il fungo, avvolto in una fitta tela di ragno. I bruchi ci raggiungono e si insinuano nella ragnatela, riempiendola a tal punto che comincia a contorcersi come un’entità dotata di vita e di respiro. Una lama nera e affilatissima squarcia l’involucro biancastro dall’interno. Qualunque cosa ci sia lì dentro, sta per uscire.

Vorrei trovare il modo di parlarvi della meraviglia che il romanzo della Howard suscita fin dal principio, riuscendo a mitigare la fedeltà al romanzo di Carroll con l’innovazione in maniera delicata, a far credere una cosa e poi smentirla categoricamente qualche pagina dopo: perché nel Paese delle meraviglie niente ha un senso, o, meglio, ce l’ha: è il nonsense a regnare e allora non stupisce trovare un’anatra cotta sul tavolo che si anima e sfida i commensali a mangiarla, godendo ogni qualvolta riesce a farsi beffe di loro ma intenzionata ad esser divorata; né che una spugna sia capace di asciugare un oceano di lacrime, quelle stesse lacrime che Alice aveva versato dividendo a metà il regno, uno dei tanti guai che Alyssa deve risolvere per spezzare la maledizione, salvare sua madre e tornare finalmente a casa. E lasciarsi l’assurdo e le creature eccentriche che lo popolano alle spalle una volta per tutte. A patto che sappia rinunciare alla sua parte irrazionale, quella che sempre più prepotentemente salta fuori a contatto con un mondo che ha una logica completamente opposta a quella umana e la fa scontrare con situazioni e personaggi bizzarri in maniera sorprendente. Perché, amici, Alyssa è davvero un personaggio meraviglioso. Spaccata a metà (non a caso “splintered” significa “frantumato”, “scisso”) e divisa tra due lati in lotta l’uno contro l’altro – uno, quello razionale e mortale, che spinge per portare a termine la missione e far ritorno a casa, l’altro, quello folle e pazzesco, che la fa reagire in maniera impensata al non-senso imperante -, la Howard ha creato un’eroina mai banale, ma anzi, sempre interessante, perché mai si ha l’impressione che agisca in maniera avventata quanto piuttosto spinta da un costante scontro interno che la fa propendere ora per il mondo per come lo conosce, ora per quell’altro che sta imparando a conoscere e capire. Allo stesso modo in cui talvolta Jeb è il solo ad occupare i suoi pensieri e altre volte sente di poter essere compresa solo da Morpheus (il Netherling con cui trascorreva del tempo nel sonno da piccola): sembra un triangolo d’amore, messa così, e in un certo senso lo è ma non lo è contemporaneamente (un po’ come tutto quello che avviene a Wonderland), perché i rapporti che ha con i due sono distinti: se l’amico di sempre è quello che le fa battere il cuore, Morpheus è quello che capisce quel lato che non ha il coraggio di mostrare a Jeb, e dove non arriva uno, tende l’altro, completandosi a vicenda.

«Smettila di pensare con la testa, Alyssa». Morpheus si china sul tavolo e i suoi capelli blu pendono in avanti, oltre le spalle. «Devi pensare con questo», dice mentre picchietta un dito poco sopra il mio ombelico. Per fortuna Jeb non può vederlo in quella posizione altrimenti gli avrebbe già spezzato il polso.
«Con lo stomaco?», gli chiedo con un filo di voce.
«Con le viscere. L’istinto. Nel profondo della tua anima sai già che questo», fa un gesto ampio a indicare il caos intorno a noi, «è giusto. È la stessa parte di te che ti ha spinto a cercarmi e a entrare nello specchio. La stessa parte che ti ha dato il potere di animare il tuo mosaico a casa.»
Le sue parole mi riportano al momento in cui ho visto le zampe dei grilli morti scalciare e le perle di vetro illuminarsi nel corridoio di casa mia. Sta forse insinuando che sono stati i miei poteri magici a causare quel prodigio?
«Tu capisci la logica che si nasconde dietro l’assurdo, Alyssa. Per tua natura sei incline a trovare la pace nel mezzo alla follia ed è proprio questo che stiamo facendo ora: stiamo dando al nostra cibo la possibilità di combattere.»

Personaggi interessanti a dir poco – primo fra tutti Morpheus, con quell’aura di bello e dannato nel quale il confine tra bene e male si fa labile e impossibile da distinguere chiaramente -, un’ambientazione magica e quasi onirica e una lettura della quale stancarsi è letteralmente impossibile rendono Il mio splendido migliore amico uno dei migliori primi capitoli di saga che mi sia capitato di leggere, una favola dalle tinte scure che non potete proprio perdervi.

Voto: ❤❤❤❤❤

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