Recensione: “The winner’s crime”, di Marie Rutkoski

Vi ho torturati, nelle scorse settimane, con citazioni di questo volume, e lo so, sono quasi ossessionata da questo mondo, a tal punto che, pur spaventandomi non poco, darei un rene per potermici immergere davvero. Ed è finalmente arrivata l’ora di parlarvene. Al solito, cercherò di evitare spoiler molesti ma se proseguite nella lettura senza aver letto il primo della serie, fatelo a vostro rischio e pericolo.
[Al solito, un ringraziamento grande come una casa a NetGalley, la figaggine fatta sito!]

downloadTitolo: The winner’s crime
Serie: The winner’s trilogy #1
Autrice: Marie Rutkoski
Editore: inedito in Italia
Anno: in uscita negli USA il 12 marzo 2015
Pagine: 368
DIFFICOLTÀ DI LETTURA IN LINGUA INGLESE: 3/3

Il fidanzamento di Lady Kestrel col principe ereditario di Valoria richiede grandi festeggiamenti: balli, spettacoli, fuochi d’artificio e baldoria. Ma per Kestrel significa solamente una gabbia che lei stessa ha costruito. Incastrata alla corte imperiale come spia, vive e respira un inganno e non può confidarsi con l’unica persona di cui vuole davvero fidarsi…
Mentre lotta per proteggere la libertà del suo Paese dai suoi nemici, Arin sospetta che Kestrel sappia più di quel che dice. Mentre Kestrel si avvicina a scoprire un segreto scioccante, potrebbe non essere un pugnale quello che lo ferisce, ma la verità.

Anche i muri sono a conoscenza dell’amore sconfinato che provo per l’universo creato dalla Rutkoski, mi sembra stupido anche ribadirlo: ho adorato follemente The winner’s curse, i suoi personaggi, la sua storia, ma soprattutto la sua ambientazione e non credevo possibile che si potesse amare allo stesso modo il sequel. Invece, questo secondo volume supera di gran lunga le aspettative e riesce ad essere migliore del precedente, a far affogare dentro il tormento di Kestrel e vivere in prima persona l’arcobaleno di inganni e ritorsioni che la vita di palazzo porta con sé. A coinvolgere di gran lunga di più di The winner’s curse, perché se nel primo volume Kestrel poteva far affidamento sui suoi due amici, sullo strano rapporto che la legava ad Arin e, in qualche modo, sul padre, qui è sola alla corte dell’imperatore, tradita negli affetti, incompresa da tutti quelli che ama e può appoggiarsi solo a se stessa, alle sue innate capacità di manovrare eventi e persone nel migliore dei modi, alla forza datale dal saper sacrificare se stessa per un bene superiore. Viene facile, leggendo, scordarsi che è una ragazza a un passo dal compiere appena diciotto anni e che, malgrado questo, continua a mostrarsi incredibilmente forte e intelligente, capace, nonostante non abbia tra le dita le carte migliori, di escogitare costantemente un modo per uscire dai problemi, salvaguardando l’integrità degli altri e scegliendo il male minore, anche a costo di essere odiata e, anzi, a volte proprio con quell’intenzione. Pur di proteggere Arin e la sua gente. Ed è questa la ragione nascosta dietro la scelta di diventare la spia in seno all’impero e intessere una ragnatela di bugie, una dopo l’altra, volte a scoprire quali siano i piani dell’imperatore, cosa nascondano i suoi sorrisi e la sua accondiscendenza, ad architettare strategie che le permettano di raggiungere il suo scopo.

Certe volte, Arin capiva quasi quel che aveva fatto Kestrel. Anche ora, mentre la brca andava alla deriva e non opponeva alcuna resistenza, Arin ricordò la smania sul volto di Kestrel ogni volta che nominava il padre. Come fosse nostalgia.
Arin voleva scuoterla via da lei. Specialmente nei primi mesi, quando lei era sua padrona. Voleva obbligarla a vedere suo padre per ciò che era. Voleva sapesse cos’era, quanto si sbagliasse, come non avrebbe dovuto desiderare l’amore di suo padre. Era fradicio di sangue. Non lo vedeva? Come poteva non vederlo?
Una volta, l’aveva odiata per questo. Poi lo aveva, in qualche modo, toccato. Lo sapeva anche lui. Anche lui voleva ciò che non doveva. Anche lui aveva sentito il cuore scegliere la propria casa e rifiutare di ragionare. Non qui, aveva provato a dire. Non così. Non è mia. Mai lo sarà. Ma si era preso la stessa malattia.
A posteriori, il ruolo di Kestrel nei piani della presa delle pianure dell’est era prevedibile. Qualche volta la malediva per ingraziarsi i favori dell’imperatore, o la incolpava per orchestrare guerre come fosse un gioco solo perché poteva. Eppure, pensava di sapere le sue vere motivazioni. Lo aveva fatto per suo padre. Aveva quasi senso. Almeno, lo aveva quando si stava per addormentare e la mente era rilassata, ed era più difficile impedire a qualcosa di entrare.
Giusto prima di dormire, arrivava quasi a capirla. Ma era sveglio adesso.

Tormento, angoscia, dolore che non riesce ad aver voce sono le emozioni che più forti delle altre vengono sbattute in faccia a ogni parola non detta, ad ogni sguardo negato, ad ogni dialogo feroce che nasconde nel suo sottotesto messaggi segreti che la sofferenza del tradimento impedisce di leggere chiaramente. C’è tensione, in ogni dialogo, in ogni descrizione, in The winner’s crime: la Rutkoski, infatti, affonda il coltello ancora più in profondità e apre ferite non ancora rimarginate, affronta senza orpelli un mondo di violenza, dipingendo di toni cupi una narrazione che in più punti raggiunge un lirismo da brividi – inutile dire in quali scene, alcune le avete già potute apprezzare nei teaser delle scorse settimane: #1 e #2 – e mai si affretta. Dà tempo, invece, a Kestrel di complottare, di guardarsi le spalle dalle occhiate furtive dell’imperatore, alle ceneri di una relazione che mai ha avuto la possibilità di esistere di continuare a bruciare, perennemente, accompagnando ogni frase. A noi di provare sulla pelle vampate di nera disperazione e flebili speranze che sempre più sembrano destinate ad essere spente da un nemico disposto a tutto pur di non perdere il proprio ruolo di burattinaio.
Tempo, dicevo, quello che prende, invece, ad accelerare con le ultime, indimenticabili, pagine: è lì, non a caso, che ho deciso per il voto finale. Mentre mormorii e lievi sfioramenti di mani e pelli accrescevano la tensione, il mondo al di là del castello non si fermava e piuttosto contribuiva a scombinare i piani e mettere in crisi due ragazzi che, da soli, devono portar sulle spalle il peso di decisioni troppo grandi, di pene insormontabili e paure immense. Di complotti intricati e giochi di potere così immensi da non poter essere compresi pienamente né ostacolati senza perdere qualcosa.Anche, forse, proprio l’essenza di sé.

Il cane corse lungo il prato per andarlo a prendere il bastone. Kestrel sorrise, e aspettò che le venisse riportato il ramoscello.
“Furtiva,” la prese in giro Arin.
Kestrel alzò le spalle con impotenza di fronte alla sua immaginazione. Era giunta ad accettare il modo col quale la mente evocava Arin. Era giunta ad averne bisogno.
Lasciò il medico nel suo giardino per camminare sul prato da sola col cane. Il giorno si era fatto caldo. Kestrel si sedette sul prato. L’odore dell’erba le riempì i polmoni. Sembrava le piacesse.
La cucciola le si sistemò vicino. Kestrel si tolse le scarpe strette. L’erba le solleticava i piedi sotto le calze.
Il palazzo era troppo grande per apparire distante. Eppure, Kestrel si sentì lontana, almeno per ora.
“Non abbastanza lontana.” Arin parlò come se potesse leggerle la mente. Guardò il finto Arin (…) Gli occhi grigi erano sorprendentemente chiari.
“Non sei reale,” gli ricordò.
“Mi sembra di esserlo.” Le sfiorò con un dito il labbro inferiore. All’improvviso sembrò che non ci fossero nuvole in cielo e che sedeva proprio direttamente sotto la luce del sole. “Tu mi sembri esserlo,” disse.
La cucciola sbadigliò, le mascelle che si richiudevano con uno scatto. Il suono riportò Kestrel presente a se stessa. Si sentì imbarazzata. Aveva il battito accelerato. Ma non riusciva a smettere di immaginare.
Raggiunge, sotto le gonne, la calza alta fino al ginocchio.
Arin mormorò qualcosa.
“Voglio sentire l’erba sotto i piedi,” gli disse Kestrel.
“Ti vedrà qualcuno.”
“Non mi interessa.”
“Ma quel qualcuno sono io, e dovresti aver cura, Kestrel, del mio povero cuore.”
Allungò una mano fino al bordo del suo vestito per prenderle la mano che stava togliendo l’altra calza. “Mi stai trattando male,” le disse, mentre le toglieva la calza, col palmo che scorreva lungo la gamba fino al polpaccio. La guardò. La mano avvolta attorno alla caviglia nuda.
Kestrel s’intimidì… nonostante sapesse più che bene cosa stava facendo.
Arin sorrise. Con la mano libera strappò un ciuffo d’erba e le solleticò la pianta di un piede. Kestrel rise, sottraendosi di scatto. La lasciò libera e le si sistemò accanto, disteso sulla pancia sull’erba. Kestrel di distese sulla schiena. Sentiva il canto degli uccelli: alto, lontano, con un trillo sul finire. Alzò lo sguardo verso il cielo: era blu abbastanza perché sembrasse estate.
“Perfetto,” disse.
“Quasi.”
Si voltò per guardarlo e lo trovò che già la guardava. “Mi mancherai quando mi sveglierò,” sussurrò, perché si rendeva conto che doveva essersi addormentata sotto al sole. Arin era troppo reale perché fosse solo una fantasia. Era un sogno.
“Non svegliarti,” le disse.

Amo tutto, l’avrete capito, ma più di ogni altra cosa la protagonista. Kestrel è un’eroina meravigliosa, che paragonerei solamente a Celeana Sardothien della Maas, in quanto carattere e intraprendenza, esempi di donne, scritti da donne, che si elevano ben al di sopra delle altre protagoniste young adult e manifestano la fierezza di esser donne, l’incanto del saper cavarsela da sole, con le proprie forze, in mondi dominati da uomini che le vogliono solamente sfruttare a proprio piacimento senza capire che il raggiro gli si può ritorcere in qualche modo contro. Kestrel, dunque, e Arin anche, tanto dolce quanto tormentato, accecato dal tradimento più duro da mandar giù e da una passione che nonostante tutto divampa più forte che mai a ogni incontro e palesa il suo desiderio anche nella tensione, specialmente in questa, tra due personaggi che non possono dire di volersi per non condannare l’altro, né popoli interi. È un tormento, pagina dopo pagina, che acuisce il suo dolore man mano che le carte si mescolano e rimescolano, conducendo a punti di svolta dai quali non si torna indietro, nei quali l’unica scelta che si ha è definitiva e non lascia spazio a ripensamenti. E che spezza il cuore, perché lo fa, eccome se succede. Non so cosa aspettarmi dall’ultimo volume, ma so che non vedo l’ora di poterlo leggere e ritrovarmi dentro un romanzo meraviglioso, ad avere a che fare con personaggi reali nelle loro più subdole manovre e nei loro sentimenti più incontrollabili, in un mondo così ben descritto da poter competere senza alcuna paura con quelli più famosi nel genere. Sto blaterando cose senza senso, ma voi non fatevi scoraggiare: amate, leggete, vivete il mondo di The winner’s trilogy e non ve ne pentirete per un solo attimo.

Voto: ❤❤❤❤❤

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4 pensieri su “Recensione: “The winner’s crime”, di Marie Rutkoski

    • Per me sono due dei migliori personaggi femminili mai creati, davvero. Le adoro proprio, e se ti piace Celaena, Kestrel non sarà da meno ❤
      Ps: al solito, la mie recensioni sono un farneticamento incoerente di cose senza senso XD Ma grazie, ciccina ❤

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