Recensione: “The winner’s curse”, di Marie Rutkoski

Avevo in programma di leggere questo libro da quando Annachiara di Please another book me lo aveva consigliato mesi e mesi fa, ma l’ho finalmente aperto quando mi è stata approvata la lettura in anteprima del secondo volume su Netgalley, perché, amici, io odio interrompere le serie e non sapere cosa succederà, perché finisce che mi arrovello la mente, cerco spoiler che odierò immediatamente su internet e ci rimango malissimo. Tutto questo per dirvi, che, sì, ho tra le mani il secondo e lo sto già divorando.

b8fd457b921f85e7b3379b5e390885daTitolo: The winner’s curse
Serie: The winner’s trilogy #1
Autrice: Marie Rutkoski
Editore: inedito in Italia
Anno: 2014
Pagine: 368
DIFFICOLTÀ DI LETTURA IN LINGUA INGLESE: 3/3

In quanto figlia di un generale di un vasto impero che gode nel far guerra e riduce in schiavitù coloro che conquista, Kestrel ha due scelte: entrare nell’esercito o sposarsi. Ma lei ha altre intenzioni.
Un giorno, è sorpresa di trovare uno spirito affine in Arin, un giovane schiavo in vendita all’asta. Seguendo l’istinto, Kestrel lo compra, ad un prezzo sensazionale che fa sparlare la società. Non passa molto prima che debba nascondere l’amore che inizia a provare per Arin. Ma, anche lui, ha un segreto e Kestrel impara velocemente che il prezzo che ha pagato per lui è molto più alto di quello che avrebbe potuto immaginare.

Esulto, quando trovo la protagonista di un libro con le palle. Non ce ne sono molte, badate bene, e parecchie fingono solamente di sapersela cavare da sole quando in realtà sono in attesa dell’eroe di turno che salvi le loro regali terga. Al momento, quelle che sanno difendersi da sole e non hanno bisogno di un uomo (con questo intendo, fondamentalmente, che il loro essere donna non si misura sulla presenza o meno di un uomo al loro fianco) si possono, secondo me, contare sulle dita di una mano. Tra queste, da ieri, aggiungo Kestrel. Perché, ammettiamolo senza paura, è veramente meravigliosa: fine stratega che sa leggere le future mosse altrui prima ancora che chi ha davanti stia pensando a come muoversi, Kestrel è una diciassettenne messa alle strette dal padre – governatore valoriano della penisola herrana che ha sottomesso per conto dell’imperatore –  che la vuol vedere accanto a sé, sul campo, come membro dell’armata di cui è generale ma al quale si rifiuta di sottostare e cedere, adoperandosi in mille modi per evitare il matrimonio, continuare a suonare il pianoforte e non abbassare la testa di fronte ai pettegolezzi che la società le sussurra dietro le spalle. È una tosta, che cade e si rialza, sbaglia e ci riprova, una ragazza dal cuore fragile che ha imparato a mostrarsi dura e tenace, una di quelle che fanno sempre quel che vogliono, ma non per scatenare le ire di chi cerca di controllarle, quanto semplicemente per dimostrare che loro, e solo loro, possono decidere della propria sorte. Ed è un po’ questa la motivazione che la spinge ad acquistare al mercato degli schiavi l’herrano Arin, scatenando più di quello che avrebbe mai pensato possibile, in un intreccio di destini, reazioni a catena e conseguenze fatali che nella seconda parte del libro turbinano in modo inaspettato;  dando vita, in breve, alla maledizione del vincitore, quella situazione per la quale chi acquista all’asta paga più dell’effettivo valore dell’oggetto, condannandosi ad essere al contempo vincitore e perdente, in ragione del fatto che per ottenere ciò che vuole ha speso più di quanto tutti gli altri avevano valutato per il medesimo oggetto. Ed acquistare Arin si rivelerà la migliore e peggiore cosa che avrebbe potuto fare.

Era quasi il tramonto e Arin stava tornando dalle stalle agli alloggi degli schiavi quando la sentì.
La musica. Si immobilizzò. Il suo primo pensiero fu che i sogni che faceva quasi ogni notte si fossero srotolati dalla sua testa. Poi, mentre le note continuavano ad attraversare gli alberi e sfrecciare sopra il ronzio delle cicale, capì che era tutto vero.
Veniva dalla villa. I piedi di Arin si mossero seguendo la musica prima che la sua mente potesse dir loro di fermarsi, e quando la mente capì quello che stava succedendo, era ormai anche incantato.
Le note erano veloci, limpide. Lottavano l’una contro l’altra in modi meravigliosi, come delle controcorrenti in mare. Poi si fermarono.
Arin alzò lo sguardo. Aveva raggiunto una radura tra gli alberi. Il cielo si ingrigiva verso il viola.
Era quasi il coprifuoco.
Aveva quasi ripreso possesso di sé, si era quasi voltato, quando alcune note basse uscirono furtivamente nell’aria. La musica adesso arrivava con movimenti lenti, in una chiave diversa. Un notturno. Arin si spostò verso il giardino. Lo superò. Le porte a vetri del piano terra ardevano di luce.
Il coprifuoco era arrivato e passato, e a lui non importava.
Vide chi stava suonando. Le linee del suo volto erano illuminate. Aggrottò la fronte leggermente, affrontando un passaggio impetuoso, e sbagliò alcune note.
Era caduta davvero la notte. Arin si chiedeva se avrebbe alzato gli occhi, ma non era preoccupato che sarebbe stato visto tra le ombre del giardino.
Conosceva la regola di certe cose: le persone nei luoghi molto illuminati non riescono a vedere nel buio.

Ed Arin, d’altra parte, è un co-protagonista meraviglioso da scoprire, del quale leggere i pensieri si rivela illuminante e doloroso, dolce e amaro; un ragazzo che non si rassegna alla sua condizione, che lotta per i propri valori e sogna un mondo migliore per la propria gente, prima ancora che per sé, e si rifiuta di piegarsi di fronte alle angherie dei suoi padroni, si crogiola in ricordi agrodolci di chi non ha più e l’aiuta a superare le notti più buie. Una contraddizione vivente, dall’animo nobile e dalla risolutezza d’acciaio, capace di tenerezze inaspettate e gentilezza con chi non ha saputo fare lo stesso, che diventa senza volerlo vittima di quella Kestrel che credeva completamente differente e lo sorprende facendo vacillare ogni certezza, fino all’inevitabile, fino a divenir schiavo di un’amicizia prima e di un amore poi a cui non può dar voce, neanche quando riuscirà a ribaltare le loro posizioni e tenere in scacco i valoriani e l’impero. Perché Arin è sì uno schiavo, ma ha una missione e, se da una parte il punto di vista alternato dei capitoli ci toglie la sorpresa dello scoprire la serpe in seno che si aggira nelle stanze della villa del padre di Kestrel, dall’altro ci permette di approfondire i sentimenti dei due ragazzi, di affogare dentro le perplessità di Kestrel di fronte a strani avvenimenti e seguire la sua mente mai stanca e sempre al lavoro per costruire una strategia vincente – nei giochi, nei duelli, col padre, con Arin, con gli amici Jess e Ronan -, di percepire la lotta interna che piega Arin e lo fa divenire vittima del suo stesso piano, un vincitore vinto.

«Kestrel, per favore, non piangere.» Dita incerte le toccarono il volto. Un pollice le scorreva lungo la pelle umida di uno zigomo. Ne soffrì, soffrì per la tristezza del sapere  che qualsiasi cosa lo spingesse a farlo non poteva essere niente di più che compassione. La stimava a tal punto. Ma non abbastanza.
«Perché non puoi sposarlo?» le sussurrò.
Spezzò la parola data a se stessa e lo guardò.  «Per colpa tua.»
La mano di Arin sussultò contro la sua guancia. La testa scura si chinò e si perse nella sua stessa ombra. Poi scivolò dal suo posto e si inginocchiò davanti a lei. Le mani scesero ai suoi pugni chiusi sul grembo e gentilmente li aprirono. Le tenne  le mani come se avesse dell’acqua. Fece un respiro prima di parlare.
Avrebbe dovuto fermarlo. Avrebbe voluto essere sorda, cieca, fatta di fumo insensibile. Avrebbe dovuto fermare le sue parole per terrore, per desiderio. Il terrore e il desiderio erano diventati indistinguibili.
Eppure le sue mani tenevano le sue, e lei non poté fare niente.
Disse: «Voglio quello che vuoi tu.»
Kestrel si tirò indietro. Non era possibile che le sue parole significassero quello che sembrava.

Personaggi eccezionali ai quali è semplice affezionarsi, perché condannati da un incastro di scelte e decisioni più grandi di loro, nelle quali si scontrano l’amore e il desiderio di libertà di un popolo intero, il sacrificio e il terrore della scoperta, la lealtà e il tradimento, in un mondo che prende vita dalle pagine e si srotola di fronte agli occhi durante la lettura occhieggiando all’antica Grecia e all’Impero romano, nei minuziosi dettagli dei palazzi che ospitano le dimore degli herrani confiscate dai valoriani, ma anche nelle lotte di potere e dominio, nel terrore rappresentato dai barbari, nello scontro-incontro tra culture e popolazioni che rappresentano due modi di vivere contrapposti – uno, quello herrano, più raffinato, votato all’amore per l’arte, l’altro, quello dei valoriani, che vede la forza e l’ingegno militare prevalere su tutto. È un mondo bellissimo, nonché terrificante, quello di Kestrel e Arin, fatto di abiti dal sapore rinascimentale che, orfana di Black friars, non potevano non colpirmi in pieno (perché sì, sto ancora soffrendo e lunedì ne avrete le prove), in un trionfo di trine, pizzi e merletti che fanno sospirare quasi quanto di fronte alla sfilata di ieri di Valentino a Parigi. Ed è un mondo la cui spiegazione richiede tempo, che necessita di lunghi momenti che rendono la prima parte del libro, come d’altronde è giusto che sia, più lenta della seconda, dove, al contrario, gli eventi si susseguono a un ritmo quasi impazzito, facendo ben immaginare il clima di una rivoluzione che studia il modo per tenersi in piedi e non crollare al primo colpo dell’impero, ma penalizzando leggermente la comprensione. Ma niente di tragico, una piccola macchia su un affresco che, comunque, resta meraviglioso e vi filerà via tra le dita senza che ve ne rendiate conto, l’avrete capito a questo punto, motivo per il quale io mi son già buttata sul sequel, in uscita il 3 di marzo.

Voto: ❤❤❤❤

[In tutto ciò, mi sto fogando a giocare a Bite and Sting quanto e più di Kestrel e Arin: un gioco nel quale, con sei mattoncini, dovete formare delle coppie e che, vi giuro, vi rende schiavi prima ancora che abbiate la possibilità di accorgervene. Provare per credere!]

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5 pensieri su “Recensione: “The winner’s curse”, di Marie Rutkoski

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