Recensione: “Tutte le cose al loro posto”, di Giulia Dell’Uomo

Avete presente quelle lucine in strada che si illuminano a intermittenza di questo periodo? Mi sono accesa come loro, quando, qualche settimana fa, nella mia casella di posta ho trovato la mail di una ragazza carinissima che mi chiedeva uno spazietto sul blog e una recensione al suo libro perciò bando agli indugi, augurandovi un buon inizio di settimana, oggi vi parlerò del suo Tutte le cose al loro posto. Ma prima, permettetemi di ringraziare Giulia, di cuore: è un onore esser stata contattata e soprattutto aver potuto leggere un libriccino come questo, capace con poche pagine di far bene al cuore.
1-1Titolo: Tutte le cose al loro posto
Autrice: Giulia Dell’Uomo (potete trovarla qui)
Editore: Lettere Animate
Anno: 2014
Pagine: 68 (disponibile in formato digitale qui)

Sara ha poco più di vent᾽anni quando scopre di avere un tumore. La malattia, pur sconvolgendo la sua esistenza, costituisce l᾽occasione per mettersi in gioco, continuare a fare programmi, a lottare e ad amare, a voler vivere fino in fondo la propria vita a tal punto che persino il rapporto con il suo medico, Roberto, fuoriesce dalle mura dell᾽ospedale e si catapulta nella vita reale, dove amore e paura si intrecciano in un vortice di emozioni intense. A scandire il tempo ci sono i ricoveri in ospedale, gli esami infiniti, le lacrime, i sorrisi, la consapevolezza di una malattia che non vuole andarsene e la rinascita fisica ed emotiva di una ragazza che è costretta troppo presto a diventare donna.

Ho sempre una paura folle dei libri che parlano del cancro, tra tutte le tematiche delicate che si possono elencare, perché nei libri nei quali viene affrontato spesso si tende a cercare la lacrima facile e smuovere sentimenti tramite una malattia che disarma e ricorda costantemente che non siamo padroni di niente e che quel corpo che credevamo nostro ci si ribella contro. Ho paura, perché spesso manca il rispetto, la giusta cura nel parlare e trattare un qualcosa che richiede una doppia attenzione, affinché non si trasformi in un pretesto per sviscerare melodrammi strampalati che non hanno alcun filo di senso. Per questo, lo spirito col quale mi sono avvicinata a Tutte le cose al loro posto non era dei migliori. Ma mi sono ricreduta, praticamente subito. Sì perché la storia che la Dell’Uomo racconta è di una struggente delicatezza e di un tatto magistrale, di quelle che leggi in un solo pomeriggio con una tazza di cioccolata calda tra le dita mentre fuori il cielo preannuncia neve e ti lascia un sorriso sereno e appagato. Una storia che è una carezza delicata su un qualcosa che non si rimargina e che, anzi, è fiero di mostrare le proprie cicatrici, un po’ come Sara. La cui storia avrebbe potuto essere quella di qualunque ragazza che troppo presto si è trovata a guardare negli occhi quel mostro che molte persone si rifiutano anche di chiamare col suo nome, quasi servisse a tenerlo lontano da sé, e la paura che questo le provoca avrebbe potuto essere la stessa sensazione paralizzante di tanti altri, quel misto di angoscia e tormento che ti spinge a domandarti perché proprio tu, tra tanti, debba lottare coi denti per sopravvivere; ma la sua non è una storia qualunque e la paura è un motore che l’accende e la fa brillare, come mai forse prima.
Così, la scoperta di un cancro alla tiroide, benché rimetta tutto in discussione e faccia tremare le fondamenta di tutte le sue certezze, è la spinta per mettersi veramente in gioco e vivere. Vivere davvero e provar sulla pelle sensazioni nuove, compiendo scelte avventate ma che le fanno battere forte il cuore e sorridere a ciò che ha avuto dalla vita, anche se questa ha scelto di mostrarle uno dei suoi lati più devastanti.

Mi trovo di fronte un’immagine nuova, una nuova me. Sono un po’ dimagrita, ma ho un sorriso diverso, nonostante tutto. Più consapevole di quanto valga in questa vita. Più consapevole di quanto sia importante indossarlo come l’accessorio più bello nelle mie giornate.

Giorno dopo giorno, tra l’operazione che le lascia una cicatrice lunga tutto il collo e la radioterapia in isolamento, è catartico leggerla sempre più conscia delle proprie emozioni, senza alcuna paura per ciò che il domani avrà da offrirle ma, anzi, pronta ad accoglierlo con una serenità da invidiare. Sara ama, con tutta se stessa, anche se non dovrebbe e fa un male cane doversi accontentare di scampoli di affetto tra i corridoi di un ospedale, briciole che un’altra donna, non sapendo della sua esistenza, le sta lasciando avere e non la saziano mai ma che, semmai, richiedono qualcosa di più, quel qualcosa di più che Roberto non sa o non vuole darle. Lui, infatti, immobilizzato in una relazione decennale che sembra stargli stretta ma dà il confortevole calore di una sicurezza, non riesce a essere quel che Sara merita e l’età gli imporrebbe, né riesce ad avere il coraggio di muoversi e prendersi ciò che vuole dalla vita, o almeno lottare per provare ad avvicinarvisi. Tutto il contrario di Sara, che è una guerriera fatta e finita, seppur spaventata dalle scintigrafie e dagli sguardi di alcuni medici senza umanità e avrebbe tutto il diritto di non sapere come affrontare a soli vent’anni qualcosa che non dovresti sperimentare sulla tua pelle ma guardare solo da lontano, di sfuggita, perché a vent’anni la vita dovrebbe essere solo spensieratezza e qualche ansia per l’imminente ingresso nel mondo degli adulti. Mondo in cui, invece, Sara si ritrova catapultata di peso da un esame che le mette di fronte la scelta di crescere stringendo i denti e diventare donna oppure restare bambina e piangere senza lottare; una decisione coraggiosa, la sua, che pone fine a quella sensazione di invincibilità che l’adolescenza porta con sé in maniera forte e spaventosa – poiché il lusso di piangersi addosso non le è concesso e cadere rischiando tutto è semplicissimo – e provoca invidia, per quel che è, non solo per sé ma per chiunque la incontri, dai suoi genitori ai suoi amici fino a semplici sconosciuti che nelle stanze asettiche di un ospedale incrociano i destini altrui.

I legami, quelli veri, si fanno più forti. E conosci la profondità dei rapporti, e distingui le cose essenziali, da quelle superflue. Capisci cosa può essere realmente importante. Insomma, la malattia ti costringe a fare una sorta di lista delle proprietà, quella che non faresti mai se fossi perfettamente in salute. Giusto o sbagliato che sia, chi si ammala ha quasi il privilegio di capire il senso della vita. Un destino beffardo forse, perché sei costretto a renderti conto dell’essenziale quando ti sta sfuggendo di mano. Quando hai paura di non poterlo più toccare, sentire o vedere, odorare e respirare. Quando rischi di perdere tutto, è il momento in cui capisci ciò che realmente conta.

Ci si immerge in questa storia, vi si impegna il cuore e la mente allo stessa maniera capace di scombussolare tutto di Sara, che si getta a capofitto nelle esperienze che le capitano ben sapendo che niente va come dovrebbe andare e che ogni passo è un movimento alla cieca verso una direzione che non si può prevedere ma solo sperare. Così funziona la vita, e la Dell’Uomo, con uno stile semplice e lineare, non gira attorno a tutto ciò che il combattere un tumore comporta, sia esso a livello affettivo o fisico, ma, anziché lasciargli prendere il sopravvento, ha saputo focalizzare l’attenzione sulla sua protagonista e sulla sua maturazione, su tutto ciò che riempie le sue settimane, in cui la malattia non ha che una minima parte da recitare ed è solo l’occasione per iniziare a vivere senza pensare alle conseguenze e a tutti quei pezzi del puzzle che ancora non sono nell’ordine giusto. Perché un giorno tutto andrà al proprio posto, magari non come ci si dipingeva in mente, ma nel frattempo, perché non continuare a riempire di colore le proprie giornate, come Sara insegna?

Voto: ❤❤❤❤

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