Recensione: “L’ordine della spada”, di Virginia de Winter

Questo mese sembra che voglia essere all’insegna delle opere italiane e io non posso dispiacermene assolutamente. Semmai tutto il contrario. Probabilmente ero rimasta l’unico esemplare della penisola a non essersi persa nel mondo di Black Friars e francamente questa cosa doveva cambiare. Se avessi saputo cosa mi stavo perdendo, l’avrei fatto prima, ma ok, rimedierò presto, specie perché ho adorato alla follia il primo volume. Non avessi preso un treno all’alba e delle lezioni da frequentare a Siena, me ne sarei rimasta volentieri sotto il piumone per continuare a leggere, ma a quanto pare non è una cosa socialmente accettabile né redditizia e io proprio non me ne capacito.
Ah, non fate caso a me, sto scrivendo che non sono neanche le sette e ho già un’ora di viaggio sulle spalle; fate caso a questo libro, all’intera serie, piuttosto e non perdetevela se non la conoscete. Passate una bellissima giornata ché mancano poche ore ed arriva il fine settimana!

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Titolo: L’ordine della spada
Serie: Black Friars #1
Autrice: Virginia de Winter
Editore: Fazi
Anno: 2010
Pagine: 682

Chi è Eloise Weiss? Perché il più antico vampiro della stirpe di Blackmore abbandona per lei l’eternità suscitando le ire di Axel Vandemberg, glaciale Princeps dello Studium e tormentato amore della giovane? La Vecchia Capitale si prepara alla Vigilia di Ognissanti e il coprifuoco è vicino perché il Presidio sta per aprire le sue porte. Il lento salmodiare delle orde di penitenti che si riversano per le vie, in cerca di anime da punire, è il segnale per gli abitanti di affrettarsi nelle proprie case, ma per Eloise Weiss è già troppo tardi. Scambiata per una vampira, cade vittima dell’irrazionalità di una fede che brucia ogni cosa al suo passaggio. In fin di vita esala una richiesta d’aiuto che giunge alle soglie della tomba dove Ashton Blackmore, un redivivo secolare, riposa protetto dalle ombre della Cattedrale di Black Friars. Il richiamo della ragazza è un sussurro che si trasforma in ordine, irrompe nella sua mente e lo riporta alla vita.

Se avete letto il post di Halloween sui vampiri, sapete quanto adori quel che erano nella loro origine letteraria e ritenga ridicole le ultime evoluzioni chi li vedono mosci protagonisti di avventure pressoché ambientate nei letti e li svendono senza pietà a un mercato che prima o poi li trasformerà in boli pronti ad essere digeriti e poi espulsi per sempre, per cui forse è questo il motivo per il quale a lungo ho rimandato questa lettura. Finché non ho trovato a farmi compagnia qualla divoratrice cronica di libri che è Annachiara, di Please another book, e procrastinare non è più stato possibile. Fortunatamente. Mi sarei persa tanto, tutto quello che non immaginavo potesse nascondersi in poco meno di settecento pagine e apparirmi così vivido da lasciarmi un velo di tristezza, nel momento in cui, staccando gli occhi dalle sue pagine, non mi ritrovavo tra le tortuose viuzze della Cittadella o in una delle tante taverne al calar del sole. Perché se c’è una cosa che non si può non amare in questo romanzo è il modo tramite il quale le parole si staccano dalle pagine per costruire un mondo reale, quasi palpabile se si allunga la mano per cercar di diradare la foschia tipica del limitare del giorno quando diventa preludio dell’imminente arrivo di creature sfuggite dal Presidio, quella stessa nebbia nella quale ci si ritrova immersi all’inizio, senza la possibilità di capire alcunché di quello che sta avvenendo; parole che, proprio per il loro essere drappi tessuti assieme da tropi elaborati, pretendono, e ottengono, tempo per compiere la loro magia e dar vita a quel che intendono, con lo scorrere delle pagine e il fluire delle vicende, per trasformare chi legge in spettatore sì, ma di quelli appartenenti alla stessa epoca dal sapore vagamente medievaleggiante di chi si muove di fronte a lui, avvezzo a lavorar di similitudini e a compier giri di parole ingarbugliati nei quali si rischia di perdere il filo della matassa che, però, mai sfugge alla sua creatrice. A lei, in fondo, tutto sembra venir facile, mentre a noi un po’ meno inizialmente: far decollare la lettura è complicato perché il linguaggio ricercato e le spiegazioni che ci vengono precluse limitano di primo acchito la piena scorrevolezza del testo, ma è anche vero che non appena si prende coscienza di come si muovono gli ingranaggi della narrazione e si inizia a muoversi nella Vecchia Capitale come qualcuno che ci è nato e cresciuto, farsi rapire è un attimo. E mai rapimento può dirsi più bello. 

Ashton la pose lentamente a terra. Le sembrava di non usare le gambe da un’eternità e vacillò, ma il braccio intorno alla sua vita le impedì di perdere l’equilibrio. Lui la tenne contro il suo corpo rigido e rimase immobile a seguire con lo sguardo i Neri che si ritiravano. Il volto era tornato a essere una maschera impenetrabile, la traccia di vulnerabilità che lei aveva scorto all’interno delle catacombe adesso era sepolta sotto un controllo antico di secoli, gli occhi cupi come acque insondabili sotto le quali a malapena si poteva scorgere il guizzo di pensieri troppo distanti – nel tempo e nello spazio – perché lei potesse raggiungerli.
Però la sua fronte era cosparsa di sudore, roseo di sangue sotto la luce delle lanterne a olio che rischiaravano il ponte, la postura delle spalle aveva una tensione tangibile e lei udiva il suo cuore batterle contro la mano.
«Se ne sono andati», disse lei, piano, e gli appoggiò la fronte contro il petto, esausta.
La mano posata sul suo fianco risalì verso la nuca, incurvandosi in una carezza apparentemente distratta, le dita che affondavano nei suoi capelli. Quando però premette la sua testa contro la spalla, lei piegò il collo per poterlo guardare in volto e vide che aveva la testa gettata all’indietro e gli occhi serrati, il respiro che gli uscì dalle labbra le parve doloroso come strapparsi una lama dal petto.
Rimase quieta tra le sue braccia, nascondendogli il viso contro il petto, e pensò che le domande che le affollavano la mente potevano aspettare ancora un poco.

Intriso di atmosfere gotiche e fantastiche, l’Ordine della spada non poteva che aprirsi nella notte più pericolosa dell’anno, quella di Ognissanti, nella quale le porte del Presidio lasciano fuoriuscire le creature che solitamente cela e le strade sono invase dalle litanie dei Penitenti, schieramenti pronti all’inevitabile scontro che negli anni si ripete e lascia il mattino successivo un’innumerevole quantità di persone che necessitano di cure da parte degli studenti di Medicina. Questo è ciò che Eloise si aspettava, sebbene sappia che i Flagellanti preferiscono rifiutare l’aiuto offerto loro e agonizzare negli angoli bui della città. Questo è ciò che si aspettava mentre, rientrando poco prima del coprifuoco nel collegio, viene aggredita da alcuni Penitenti che la scambiano per una vampira. Allo stremo delle forze, ormai sopraffatta, Eloise invoca aiuto, inconsciamente risvegliando dal sonno il vampiro Ashton Blackmore che, dopo essere accorso in suo aiuto, stringe con lei un patto volto a rintracciare l’ultimo erede della sua famiglia, da sempre posta a protezione della città dalle creature del Presidio. Patto che non ha alcun risvolto romantico, cosa che mi ha fatta gioire non poco. Perché Eloise è già innamorata, del bellissimo quanto arrogante Duca dell’Ordine della Chiave Axel Vandemberg, e un triangolo amoroso è quello che avrebbe distrutto l’incanto che la De Winter ha creato. Amore fraterno, piuttosto, quasi genitoriale, quello che lega Ashton ed Eloise, tenero ma ironico, fatto di carezze che portano via i cattivi pensieri e parole che spezzano la tensione e strappano un sorriso anche nei momenti più terribili; tutto il contrario di quell’amore/odio che lega la studentessa ad Axel, colui che abita in ogni suo pensiero, per quanto cerchi di scacciarlo, e la riporta indietro di cinque anni a quando tra loro tutto sembrava il preambolo di qualcosa che già li stava legando a doppio filo l’uno all’altra, quando ogni sua attenzione non si era trasformata in fiele volta a ferirla deliberatamente, a respingerla in un passato che non vuol saperne di esser tale.
Sono complessi, i tre personaggi principali, ognuno ben tratteggiato, le cui passioni prorompono e colpiscono con forza, mossi da sentimenti così nitidi e comprensibili da risultare realistici, anche nei loro errori, soprattutto in quelli, nella volontà di ferirsi e proteggersi da un ennesimo dolore. Eloise, inizialmente indifesa e impaurita quasi della sua stessa ombra, è capace di mettere a rischio la sua stessa vita pur di tener fede al proprio giuramento e salvare quelli a cui tiene, disposta al perdono anche quando forse razionalmente non dovrebbe. Axel, tormentato e all’apparenza una maschera di ghiaccio, divorato dalla gelosia e in costante lotta con se stesso per salvaguardare colei che ama, è una faccia da schiaffi che poi vorresti ricoprire di baci per cancellarne i segni. Ed Ashton, finalmente un vampiro degno di tale definizione, che è disposto ad amare nonostante ciò che nel corso dei secoli ha perso ed è tanto affascinante quanto carismatico, protettivo quanto amorevole, sarcastico e divertente. Tanto è la luce quanto Axel incarna l’ombra.
Tre protagonisti che, però, sono circondati da un nugolo di personaggi che rimangono nel cuore, per i loro tratti distintivi, quel loro rifiutarsi di esser solo comparse nella storia altrui ed ergersi quasi a cast corale attorno al quale tutto ruota. Perché ognuno ha la sua parte da svolgere e potete ben immaginare quanto l’autrice abbia saputo tener le fila di tutto quanto senza mai risultare banale.

Eloise si chinò sulla groppa del cavallo e lo spronò ancora, le mani gentili e decise sulle redini. Chissà cosa stava facendo Axel in quel momento.
Quel pensiero era un raggio di luna che le feriva gli occhi e la mente, impossibile tenere a bada la sua pressione contro i confini ben definiti del proprio controllo.
La perfidia e la tenerezza con cui disfaceva le strutture del suo rancore, corolle di fiori velenosi che sfasciava delicatamente tra le mani, lasciavano soltanto strati di petali su un pavimento freddo, che lui calpestava ogni volta per raggiungerla.
Oh, lui era l’acqua incantevole e infida dei fiumi infernali, cancellava alcuni ricordi e ne stimolava altri, le sue dita bianche nel cervello erano metodiche e dolci, sfioravano i fili, li spostavano appena, così le trame dei suoi pensieri sembravano ormai intrecciate a quattro mani.

Tanto potrei ancora dire, così tanto da poter riempire un blog intero e annoiarvi a morte, rubando la scena a quel che voglio risulti da questa recensione, che non è che l’appello a non scoraggiarsi di fronte alla salita che viene chiesto di sopportare all’inizio del volume. Mi sono innamorata piano piano dello stile della De Winter, prima che della storia che tramite esso racconta e posso assicurarvi che la piccola arrampicata viene ripagata alla grande. L’ordine della spada è quel che fin qui ho detto e tutto quello che ho trascurato, è un mondo nel quale ci si perde volentieri di questo periodo, al riparo di una coperta mentre fuori piove e il cielo è scuro, che lascia imbambolati e la voglia di prendere con foga il seguito pur di non uscirne. Un mondo che non avrebbe potuto essere che descritto così, ne sono convinta.

Voto: ❤❤❤❤❤

[Avete presente la bellissima mappa che si trova in ogni edizione del Signore degli anelli? Qui trovate l’equivalente del mondo della Ditt-Autrice, da tenere sotto mano nella lettura casomai perdeste la via di casa!]

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3 pensieri su “Recensione: “L’ordine della spada”, di Virginia de Winter

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