Recensione: “Trentatré”, di Mirya

Vi è mai capitato di leggere qualcosa che vi lascia in condizioni pietose? Qualcosa che vi fa dire che è una fortuna che siate soli e nessuno possa vedere come siete ridotti? Non mi capita spesso di esser distrutta da ciò che leggo, mi capita ancora più raramente che proprio quello che lo ha fatto rimetta assieme i pezzi malconci e mi lasci un sorriso enorme tra le lacrime che non vogliono saperne di fermarsi. Potrei mostrarvi come ho lasciato la federa del cuscino sabato notte alle quattro, ma mi rimane un briciolo di dignità e amor proprio a cui non voglio né posso rinunciare, per cui credetemi sulla fiducia quando vi dico che Trentatré mi ha presa a randellate nello stomaco per poi coccolarmi e che è stato dolorosamente bellissimo e voglio invitarvi a lasciarglielo fare anche a voi.
Un sentito grazie alla sua autrice, Mirya, per aver regalato questa perla ai blogger, anche a quelli scemi come me.

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Titolo: Trentatré
Autrice: Mirya
Editore: Self
Anno: 2014
Pagine: 381 (disponibile, al momento, solo in formato digitale qui)

Trentatré sono i giorni che Dio Si impegna a trascorrere sulla terra, senza i Suoi poteri, prima che Suo Figlio acconsenta ad aiutarLo nell’Apocalisse.
Trentatré sono i giorni di cui Grace dispone per persuadere quel vecchio pazzo convinto di essere Dio che il mondo non può e non deve finire.
Trentatré sono i giorni in cui Michele deve affrontare i suoi demoni, per liberarsi del marchio di Caino e imparare di nuovo ad avere fiducia.
Trentatré sono i giorni necessari a cambiare per sempre le vite del vecchio Giò, di Amir, di Juliette e di tutti coloro che ruotano attorno allo stesso locale.
Perché la fortuna non è positiva né negativa, le cose migliori accadono per caso e il mondo è pieno di incastri.

Sto soffrendo di ansia da prestazione, oggi. Un po’ come quando al liceo dovevo consegnare il tema in classe e nel tragitto tra il mio banco e la cattedra ero assalita da mille dubbi e dalla ferma convinzione di aver scritto solo stupidaggini che mai mi sarebbero valse un bel voto. E sto soffrendo in generale, quindi mi scuso preventivamente di quel che dirò qualora non avesse alcun senso: date la colpa agli spasmi che mi costringono sdraiata sul letto quando dovrei studiare. Vi chiedo perdono, se questa recensione non sarà all’altezza delle aspettative, mie prima delle vostre, e pazienza nel non farvene scoraggiare nell’avvicinarvi a questo libro e alla sua autrice. Perché vi perdereste mondi che non avreste mai immaginato, storie e personaggi che vi rimangono in maniera indelebile dentro e, soprattutto, risposte a domande che neanche pensavate di avere e conseguenti quesiti che vi balzeranno in mente per restarvi. Trentatré è un libro che racchiude tutto questo e molto di più e dire che mi ha lasciato uno strano senso di completezza non è dire poco. Vorrei esser brava con le parole come lo è Mirya, caricarle di significato e spunti di riflessione pur senza appesantire la narrazione e, anzi, a renderla così scorrevole che scaccare gli occhi dalle pagine è fisicamente impossibile, se non doloroso, e saper quindi parlare della trama senza lanciare spoiler assassini, ma in questo caso è difficilissimo farlo.
Durante l’estate 2012, D., che poi è Dio, è costretto, da un patto con suo figlio Gesù a scendere sulla Terra per trentatré giorni, trascorsi i quali potrà finalmente onorare il patto coi Maya, scatenare l’Apocalisse e porre fine all’umanità. Trentatré giorni nei quali dovrà capire, come Gesù sa bene, cosa significa essere umano e comprendere a cosa sta mettendo fine. Trentatré giorni nei quali incrocerà le vite di Grace e Michele, principalmente, ma anche quelle di tutti gli altri personaggi secondari e trentatré giorni nei quali ognuna di queste cambierà per sempre in modi che nessuno avrebbe mai potuto prevedere. Grace, colei che lo raccoglie in strada e gli mostra come camminare, fisicamente e metaforicamente, in un mondo fatto di asini che cerca di trasformare in unicorni rosa e che, tra serie-tv e romanzi, cerca di scoraggiare i piani di quel vecchio pazzo che si crede Dio e dopotutto non è il solo al mondo a farlo. E poi Michele, burbero odiatore di capigliature rosse e portatore (in)sano del marchio di Caino ma capace di atti di altruismo insospettabili e inspiegabili, in primo luogo proprio per se stesso, nel cui locale gran parte della vicenda si svolge, perché in fondo il Furtuna non è solo un pub ma un simbolo tra i tanti che Mirya sapientemente sparge qua e là nelle righe. E poi una carovana di personaggi apparentemente improbabili (il vecchio Giò, Juliette, Consuelo, Amir, Giò Giò, Sandro, Mimì, la piccola Mira)  che sembrano accomunati solo dal frequentare quelle mura e che rischiano di non lasciar traccia come qualsiasi altro avventore di un bar ma che al contrario rappresentano ritratti e sentimenti umani in cui ognuno può riconoscere qualcosa di sé o di chi ama e contribuiscono a rendere Trentatré un romanzo corale ben tenuto e costruito fino alla sua conclusione.

«Non è mai la cosa migliore. Questa storia di ‘rinunciare a qualcuno per il suo bene’ è solo una forma di disinteresse o di vigliaccheria spacciata come romantica dai libri rosa.»
«Disinteresse? Le amavo – le amo più di ogni altra cosa!»
«E allora sei stato un vigliacco.»
«Grace…»
«Non provare nemmeno a minacciarmi, non mi facevi paura prima e me ne fai ancor meno adesso. Il coraggio non è solo affrontare le pallottole in guerra. Il coraggio è anche affrontare le pallottole di ogni giorno, quelle invisibili, che non si possono togliere con un bisturi, restano lì dove sono entrate e scavano sempre più a fondo dentro di te. Il coraggio è scegliere di farsi ferire dalla vita invece che scappare di fronte a quella possibilità – anche quando questo comporta ferire qualcun altro, che per alcuni come te e me è il modo più doloroso di farsi ferire dalla vita. Il coraggio è restare e combattere, non certo rinunciare e sparire…»

Non sono sicura di quello che vorrei dirvi, per cercare di spiegarvi cos’è che mi spinge a consigliarvelo, perché in fondo nemmeno io l’ho ancora capito in pieno. Certo è che questo non è un romanzo tra i tanti e che sto avendo non poche difficoltà nell’incastrarlo sotto un’etichetta, perché la verità è che c’è molto di più di quel che la sua trama lasci intravedere. C’è amore, in così tante tonalità e gradazioni che non so riassumervi per paura di mancarne qualcuna, c’è passione, di quella prepotente e nata dal desiderio che fa riconoscere le anime compatibili, di qualsiasi genere esse siano, c’è spiritualità, irriverente e ironica ma sempre spiritualità è, seppur non quella che ti aspetti, in cui D. è proprio il primo a ridere dei propri errori e debolezze; c’è speranza, di cui tutti i personaggi hanno bisogno e sanno donarsi l’un l’altro senza rendersene conto nell’aiutarsi a migliorarsi e andare avanti. E c’è vita, affrontata con grazia da alcuni e ostilità da altri, in un incastro di situazioni e possibilità di scelte che hanno il sapore del libero arbitrio. Ci sono i sorrisi tra le lacrime e le lacrime tra i sorrisi perché quella raccontata è una storia che tocca corde profonde, smuove sentimenti che francamente non credevo di avere e lascia più di quello che si è disposti a cederle. C’è una prosa ricca di riferimenti che spaziano con eleganza dalle fanfiction alla letteratura e piena di simboli che ne richiamano altri e costringono ad attivare anche il cervello, nel godersi la lettura.

«Io sono il protagonista della storia più inverosimile di tutte, perciò credimi: non c’è fantasia più fantasiosa della realtà. Ma il tuo caso è particolare, in effetti, non percepisco repressione in te, percepisco invece una dose superiore al consueto della mia grazia, come dice il tuo nome e come ti ho detto subito la prima volta che ti ho incontrato, e questo ti rende diversa. Non è che tu non senta i demoni: ho come l’impressione che i demoni stiano ad ascoltare te.»

Ve l’ho detto, oggi sono meno in me del solito, e forse gli spasmi che non mi danno tregua da ieri notte si son portati via le ultime facoltà intellettive che mi rimanevano, ma so ancora pigiar qualche tasto per ripetervi che proprio non potete perdervelo. Avvicinatevici con la mente sgombra da pregiudizi e la volontà di farvi scombussolare dal di dentro ben benino, rivoltare come un calzino durante il lavaggio e sprimacciare come un cuscino la mattina. Perché Mirya vi farà tutto questo e molto altro ancora, senza neanche chiedervi scusa ma anzi godendo sadicamente, e gliene sarete grati. Sarà la sindrome di Stoccolma a parlare per me, ma appena trovo il coraggio corro a rileggerlo.

Voto: ❤❤❤❤❤
(Mirya, lo so che odi i cuoricini perciò considerali una vendetta!)

[Avete mai partecipato a un read-along? Leggere e confrontarsi con chi sta affrontando lo stesso libro, magari vive le stesse sensazioni oppure completamente opposte, è un’esperienza che consiglio caldamente da quando l’ho provata. Se la cosa vi interessa, qui trovate l’evento per Trentatré. Credetemi se vi dico che avrete bisogno di qualcuno con cui sfogarvi!]

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2 pensieri su “Recensione: “Trentatré”, di Mirya

    • E io ringrazio te, per questo commento, per il libro che hai scritto e, soprattutto, per i cuoricini concessi. Tuttavia, la giuria ritiene di aver bisogno di una prova del fatto che sei commossa, altrimenti non ci crederà.
      (Che poi sto facendo l’ironica perché mi commuovo pure io e ciao)

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