Recensione: “Comunque vada non importa”, di Eleonora C. Caruso

Non so quanti di voi abbiano letto o sentito nominare il libro di oggi, ma, ricordate quanto vi parlavo di quanti talenti siano nati su Efp per poi sbocciare al di fuori da esso e riuscire a essere pubblicati? Eleonora C. Caruso è uno di questi e il suo Comunque vada non importa è una lettura che mi sento davvero di consigliare. Vi farà pensare, a suon di ceffoni belli forti, anche quando non vorrete farlo, e in fondo son proprio questi i libri migliori ai quali non so rinunciare né voglio farlo.
Buon lunedì, amici 
comunquevadacoverTitolo: Comunque vada non importa
Autrice: Eleonora C. Caruso
Casa editrice: Indiana
Anno: 2012
Pagine: 220

Darla vive arenata sul divano di casa, incollata al computer, esce solo per andare in fumetteria. Manga e cartoni giapponesi sono il suo universo, veri e propri oggetti salvifici, le uniche coordinate per lei valide. Tra Twitter, social network e battute al vetriolo, a ventidue anni si è asserragliata in un fortino apparentemente inespugnabile, chiudendo fuori un padre con cui non riesce a dialogare, il fratello Andrea che l’ha sempre messa in ombra, un’università che non ha nulla da offrirle. Ma quando Andrea si ammala gravemente, vittima dell’odio per se stesso, Darla è costretta a distogliere gli occhi dal monitor e a guardarsi intorno: scoprirà che il suo mondo non le basta più, e avrà bisogno di amare, di litigare, di fare spazio a chi, fino a quel momento, ha sempre respinto.

Darla c’est moi, potrei dire parafrasando la celebre espressione attribuita a Luigi XIV. Sì, perché Darla sono io, lo sono stata e forse un po’ lo continuerò ad essere sempre. Non è facile ammetterlo, non quando la verità ti viene schiaffata in modo così deciso in faccia come fa la Caruso, tratteggiando quello che critica e pubblico acclamano un po’ come Il giovane Holden degli adolescenti degli anni duemila, di quelli nati sul finire degli anni ’80 proprio come me e come l’autrice, un ritratto generazionale che fa male e nessuno sconto, nella sua non-azione e in un annichilimento che sembra non trovare via d’uscita. Darla non è una protagonista facile da apprezzare, anzi, la sua svogliatezza irrita fino all’inverosimile e più volte mi sono ritrovata a chiedermi quanto di me ci trovassi in lei e la risposta non mi è piaciuta.
Darla non vive, lascia passare le giornate, meglio se queste la vedono aprire gli occhi il pomeriggio, così metà giornata è già andata, manca poco alla sua conclusione e potrà quindi tornarsene a dormire e lasciar proseguire i giorni l’uno identico all’altro. La sua è una non-vita, o meglio, una vita in stand-by, col pilota automatico ma senza alcuna direzione se non quella che implica il corridoio che dal divano o dal letto la porta al bagno, solo e solamente quando non ne può più di trattenere la pipì e i crampi per lo sforzo diventano insopportabili. Nel suo trascinarsi tra i cumuli di vestiti sporchi lasciati qua e là e i resti di pranzi e spuntini di mesi precedenti, leggerla è un costante schiaffo morale e, nel suo dolore, inevitabile, dal quale non ci si riesce a tirare indietro neppure una volta, al quale, masochisticamente si porge l’altra guancia, più e più volte. È, infatti, impossibile staccare gli occhi dal libro, così come è automatica la voglia di prendere questa ragazza assopita per le spalle e scuoterla, come quella polvere che si accumula ovunque e nessuno si cura di togliere. Perché quello è Darla, polvere, e lo sa benissimo: indifferente, immobile, a cui nessuno sembra prestare attenzione finché non ci si passa sopra con un panno e la si tira via.

Non mi piace parlare, non ne sento la necessità, i discorsi col cuore in mano io non li capisco, non è nella mano che dovrebbe stare un cuore. Tanto nessuno saprà mai cosa proviamo veramente, potrà farsi al massimo un’idea, che poi sarà viziata dalla sua stessa opinione. Anche quando ci odiamo l’un l’altro, o ci amiamo l’un l’altro, quello che amiamo o che odiamo è in realtà quell’idea, una bozza della verità, e quando gli altri ci deludono è una stronzata prendercela, perché non è colpa loro, ma nostra, che chissà in che cosa credevamo. A conti fatti io per voi, e voi per me, non siamo più reali di Georgie, Lupin, Syrio il Dragone o la razza namecciana.

Trascorre le sue giornate a Milano, nell’appartamento che divide col fratello, leggendo manga, guardando anime in TV e catalogando con precisione maniacale i porno che ha sul portatile; non studia né lavora, è l’emblema della generazione NEET, direbbero oggi, ed è qui che mi ritrovo, sebbene le nostre scelte siano state dettate da motivazioni completamente differenti. Forse per questo non posso fare a meno di comprenderla, di giustificarla, fino al limite del possibile; però poi arriva quel punto in cui no, non si riesce ad accettare una ragazza ventenne che non ha la forza di allungare un braccio per afferrare la bottiglia d’acqua e bere perciò produce più saliva per dissetarsi o che è troppo pigra per alzare le chiappe da dove è distesa per indossare un assorbente quando ha il ciclo mestruale.
È un qualcosa di doloroso, di così straniante e straziante da tenere incollati alle sue pagine, nell’attesa che qualcosa la svegli dal torpore nel quale è caduta e la scuota forte. E quel qualcosa arriva, eccome se arriva, con una potenza travolgente come un uragano, capace di costringerla ad alzarsi e prendere le redini della sua vita, e quella del fratello. E lentamente Darla esce dal bozzolo sicuro che si è tessuta intorno, che l’ha vista estraniarsi dal mondo intero e da se stessa per tre anni, in una Milano che non l’ha mai vista sua cittadina innamorata e che di sicuro non ha mai avuto un’occasione per renderla tale, e inizia a costruire dei legami veri, con Alessandro, il ragazzo di suo fratello e quello che più di simile a un amico possa esserci, Alberto, capace di trattarla come quello che è senza alcun pudore, Susanna e Jess, le amiche di sempre che non sanno come raggiungerla nel buco nero in cui è sprofondata. Con Andrea, anche, che in fondo non si è mai sforzata di capire e ha sempre invidiato.

Ho guardato per la prima volta nella spaccatura dentro di me, la differenza tra quella che sono e che sento di essere, una persona piena di storie, all’interno, esperienze, persone che ho conosciuto e luoghi in cui ho vissuto, e poi, all’esterno, solo questo: un ragazza sola, e con centoquattro Bic.

Realistico, drammaticamente vero, stronzo fin oltre il punto di rottura. Impossibile leggerlo e non sentirsi chiamati in causa almeno un briciolo. Un libro che fa mettere in questione se stessi, che costringe a domandarsi fino a che punto Darla combacia col proprio essere e fino a quando è possibile rifiutarsi di crescere. Perché, statene sicuri, se non crescete da soli, prima o poi, la vita trova il modo di travolgervi e non sarà un venticello a spazzarvi e spesso, come la sua storia ci dimostra senza mezze misure né parole dolci, potrebbe non esistere l’opportunità di districare i nodi che nel frattempo si sono ingarbugliati. Una mazzata nei denti che vi aprirà gli occhi, quel male che fa bene di cui non riesco a fare a meno. Sono masochista, molto probabilmente, ma voi leggetelo.

Voto: ❤❤❤❤❤

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3 pensieri su “Recensione: “Comunque vada non importa”, di Eleonora C. Caruso

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