Recensione: “Four. Una scelta può liberarlo”, di Veronica Roth

Credo di essere in buona compagnia se dico che Tobias Eaton aka Quattro è il miglior personaggio della serie Divergent della Roth. Intrepido per scelta, ma wannabe altruista, intelligente, onesto e gentile, Tobias riesce ad entrare nel cuore di ogni lettore non appena si scopre quel bellissimo ragazzo che è nascosto dietro la dura corazza che indossa giornalmente e, se si ha una propensione per gli innamoramenti di carta, non si può non finire a pendere dalle sua labbra come fosse il Messia. Capirete che perdere l’occasione di leggere le quattro novelle (avevate dubbi sul numero?) che ci raccontano come è diventato un Intrepido e qualche retroscena sulla sua vita precedente l’arrivo di Tris sarebbe stato imperdonabile e quindi, ho dovuto leggere tutto quanto. Eh, sì, cosa tocca fare ai lettori!

four itaTitolo: Four. Una scelta può liberarlo
Titolo originale: Four. A Divergent story collection
Autrice: Veronica Roth
Traduttrice: Roberta Verda
Editore: DeAgostini
Anno: 2015
Pagine: 284

Quando per Tobias Eaton arriva il Giorno della Scelta, il ragazzo non ha dubbi: vuole lasciare la fazione che per sedici anni è stata la sua prigione e scappare dalla furia del padre violento. Per il suo nuovo inizio sceglie gli Intrepidi, perché desidera imparare da solo a sconfiggere le proprie paure e a essere coraggioso. Con un nuovo nome, “Quattro” comincia l’addestramento che lo porta a scalare la classifica degli iniziati e ad attirare su di sé l’interesse delle più alte sfere dirigenziali, che lo vorrebbero trasformare nel più giovane capo fazione che negli Intrepidi abbiano mai avuto. Ma è davvero così… oppure c’è qualcosa di più inquietante dietro gli intrighi dei leader Intrepidi? Due anni dopo, Quattro – disgustato dalle trame della sua fazione – è pronto a fare la propria mossa e a lasciarsi tutto alle spalle, ma l’arrivo di una giovane iniziata cambia ogni cosa. Perché, grazie a lei, Quattro scopre un lato di sé che non credeva di possedere. Grazie a lei, potrebbe tornare a essere semplicemente Tobias.

Probabilmente non sarò imparziale e distaccata come cerco sempre di essere nello scrivere quel che ho pensato e provato leggendo qualcosa – con risultati spesso e volentieri disastrosi – ma parlare di Tobias senza esser guidata da quel che traspare dalle righe e ti costringe a provare, nonostante non voglia, non è semplice. Però farlo sarebbe anche sbagliato e ingiusto. Perché è impossibile rimanere imparziali quando, in Trasfazione, si domanda, senza sapere cosa fare, quale sia la scelta giusta da prendere e cosa significhi non scegliere gli Abneganti; così come è impossibile non aver voglia di abbracciarlo e offrirgli un appoggio quando si chiede se esista una via di fuga alla vita di paura e tormento che lo aspetterà, qualora non cambiasse fazione. Ed è impensabile non sentire il cuore stringere quando con stoico coraggio e una forza che non dovrebbe avere un ragazzino sopporta la violenza del padre, indegno di tale appellativo in tutti i modi possibili.
Probabilmente chi legge questi racconti lo ama da prima ma sono sicura finirà con l’adorarlo nella sua totalità, in quel fiero sorriso un po’ sbruffone, quando, con la luce della speranza negli occhi, sceglie se stesso e si guarda indietro, solo una volta, sfacciato nella sua felicità quasi, nell’aver abbandonato un mostro e di averlo sconfitto in qualche modo, nell’unico che uno come lui poteva avere. Nel miglior modo possibile, però, quello che più può colpirlo davvero nel profondo in maniera indelebile.
Lo vediamo diventare Quattro, una nuova persona, libero e conscio delle proprie possibilità, ma è il lento e doloroso processo per tornare ad essere Tobias, per non perderlo sotto la maschera che si è costruito, che coinvolge molto di più. Un nome del quale si vergogna, che non pronuncia mai, un’etichetta che lo marchia e lo fa essere al centro dell’attenzione, quanto di più distante dal suo essere. Ecco, quello è il vero percorso da seguire in questo volume ed apprezzare, amare, vivere insieme a lui.

«Siete sopravvissuti tutti quanti» dice Amar. «Congratulazioni. Avete superato il primo giorno di iniziazione, con diversi gradi di successo.» Guarda Eric. «Però nessuno di voi è stato bravo come Quattro.»
Mi indica e io aggrotto la fronte… quattro? Si riferisce alle mie paure?
«Ehi, Tori» grida Amar in direzione di un tavolo alle sue spalle. «Hai mai sentito di qualcuno a cui si sono presentati solo quattro ostacoli nello scenario della paura?»
«L’ultimo record di cui ho notizia era di sette o otto. Perché?» grida Tori di rimando.
«Ho qui un trasfazione che ha solo quattro paure.»
Tori mi indica e Amar annuisce. «Dev’essere un nuovo record» dice lei.
«Bravo» si congratula Amar con me, poi si volta e va verso il tavolo di Tori.
Tutti gli altri iniziati mi fissano in silenzio e con gli occhi spalancati. Prima dello scenario della paura mi avrebbero calpestato senza pensarci due volte pur di guadagnarsi una posizione tra gli Intrepidi. Ora sono come Eric: qualcuno da cui guardarsi. Forse addirittura di cui aver paura.
Amar mi ha dato più di un nuovo nome. Mi ha dato potere.

E, se nel primo racconto, scopriamo i retroscena delle giornate che precedono il suo cambio di fazione di cui, in fondo, già sapevamo qualcosina dalla trilogia, sono le due novelle centrali a coinvolgere definitivamente, se mai ce ne fosse davvero bisogno. Iniziato Figlio aprono veri e propri scorci sulla sua vita da Intrepido, sulla rivalità con Eric e sulle le prove di iniziazione ma anche sulla nascita di quel soprannome che non è solo questo ma significa potere da poter usare in propria difesa, e sui momenti in cui si creano quelle amicizie che nella serie vediamo già sviluppate e salde. Sono spaccati di vita quotidiana che rappresentano occasioni imperdibili per renderlo più umano, per veder quel ragazzino abnegante spaventato anche della propria voce prendere coscienza di averne una e di poterla utilizzare, e, se mai non ci si fosse ancora riusciti dopo l’ultimo romanzo, narrato anche dal suo punto di vita (seppur tra il suo e quello di Tris effettivamente grosse differenze non ce ne fossero, ahimè), per apprezzarlo ulteriormente come il personaggio migliore della serie. Stop, non c’è spazio per alcun dissenso. Perché in fondo Tobias riesce ad essere tutto ciò che si era prefisso: è coraggioso, senza essere avventato, è intelligente, senza presunzione, è gentile, senza secondi fini, è onesto, senza malignità, ed è altruista, senza essere precipitoso. Tobias è luci e ombre, è bianco, nero e tutte le sfumature dell’arcobaleno e ha smesso di vergognarsene per accettarsi proprio così com’è pur provando a migliorarsi e noi lo amiamo proprio per questo. Non è vero?

Io ho solo una cicatrice, nel ginocchio, frutto di un taglio che mi sono fatto da bambino, cadendo per strada. E trovo assurdo che, invece, tutti i soprusi che ho subito non abbiano lasciato tracce visibili. A volte, non avendo segni ad attestarlo, sono arrivato addirittura a dubitare che fosse successo davvero, perché i ricordi sbiadiscono con il tempo. Ora voglio qualcosa che mi rammenti che le ferite, anche se guariscono, non scompaiono mai del tutto; che me le porterò ovunque, per sempre, perché così vanno le cose. Così va con le cicatrici. Il mio primo tatuaggio sarà questo per me: una cicatrice. E non esiste miglior posto dove tatuarmi di quello legato al ricordo più doloroso che conservo.

Ma, amici e amiche, l’ultima, Traditore, è un pugno nello stomaco. Di quelli belli tosti che vanno a segno proprio dove fa più male. C’è Tris. C’è Tobias. C’è il nascere di sentimenti sconosciuti che non si riescono a controllare né a capire, che fanno paura e costringono a dire e fare cose insensate. C’è la debolissima ma costante speranza di un futuro differente. C’è la ferrea volontà di rimanere fedeli a se stessi. E c’è che le prime scene di Divergent narrate dal suo punto di vista sono più belle e un po’ mi dispiace dirlo. E poi, okay, ci sono i miei feelings, cattiva Veronica, cattiva, e forse ci saranno i vostri, ma soprattutto c’è tutto e c’è pure di più e io non riesco a ragionare sensatamente e facciamo che mi scusate ma per oggi va così. E la base di ogni racconto è lo stile fresco della Roth, che riesce a far entrare nella testa di Quattro molto meglio che in quella di Tris, sempre troppo distante per essere percepita come credibile fino in fondo, destinata a sbiadire se confrontata con la grandezza di colui che emerge davvero dall’intera trilogia, un personaggio tanto sfaccettato e pieno di contraddizioni da apparire reale, l’unica ragione per la quale non appena finito Allegiant non ho prenotato un aereo per gli Stati Uniti pronta a chiedere la testa della sua scrittrice. La sola ragione per la quale masochisticamente ho messo mano a questi racconti e mi sono lasciata immergere di nuovo, senza alcuno sforzo, in un mondo ben costruito e terrificante. E, insomma, fatelo anche voi: se apprezzate Tobias, al termine dell’ultima pagina lo amerete profondamente; se non lo sopportate, vi garantisco che vi ricrederete e farete presto parte del gruppo di cui sopra. Oh se ve lo garantisco!

Voto: ❤❤❤❤

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