Recensione: “Die for me”, di Amy Plum

Non so se sono in grado di parlar di questo libro coerentemente; ho pensato per giorni, a come scrivere questa recensione, ma l’unica risposta sensata che sono riuscita a darmi è un fiume in piena di parole che messe insieme probabilmente non hanno un grande significato e non aiuteranno a capire qual è il bello che dietro questa copertina si nasconde. Forse non so dire quanto e in che modo qualcosa mi sia piaciuto nel modo corretto: il mio entusiasmo per le cose si dimostra spesso in modo infantile, in un prorompere di sensazioni e frasi illogiche che nella mia testa hanno un loro filo conduttore ma che viste dall’esterno risultano balbettii incoerenti di una tipa logorroica che sembra non saper dire quel che le passa nella zucca. Ma, amici, io ci ho provato a spiegarvelo, e spero che qualcosa di buono ne sia uscito. Abbiate pietà, è venerdì per tutti. Finalmente.
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Titolo: Die for me
Serie: Revenants #1
Autrice: Amy Plum
Traduttrice: Gloria Pastorino
Editore: DeAgostini
Anno: 2014
Pagine: 416

Quando i genitori di Kate e Georgia muoiono in un incidente stradale, la vita delle due sorelle viene stravolta e le ragazze sono costrette a trasferirsi a Parigi dai nonni. L’unico modo che ha Kate per soffocare il dolore è rifugiarsi tra le pagine dei libri che ama di più. Fin quando non incontra Vincent. Bello, misterioso e affascinante, Vincent scioglie a poco a poco il ghiaccio attorno al cuore di Kate che si innamora perdutamente di lui. Ma Vincent non è un ragazzo come gli altri: è un Revenant, un vero e proprio angelo custode, destinato a sacrificare la propria vita per salvare le anime in pericolo, e a risvegliarsi tre giorni dopo la morte, in un circolo senza fine. Kate si ritrova quindi davanti a una scelta difficilissima: proteggere ciò che rimane della sua esistenza e della sua famiglia… oppure rischiare tutto per un amore impossibile?

Avete presenti quei libri che sanno immergerti nei mondi di carta che stanno creando, farti vivere la città nella quale l’azione si dipana e viaggiare con la mente credendo di farlo davvero col corpo? Die for me è uno di quelli: la Parigi che dovrebbe far da sfondo alle vite di Kate e Vincent è, in realtà, loro co-protagonista silenziosa, testimone di momenti fondamentali e bellissima accompagnatrice della quale non si smette mai di innamorarsi. Perché amare Parigi è facilissimo, ma renderla nel suo fascino malinconico è tutto un altro paio di maniche e se c’è una cosa che ho amato follemente di questo romanzo è proprio il profondo legame dell’autrice per questo posto, un qualcosa che posso ben comprendere essendo follemente – a volte imbarazzantemente – innamorata della mia città. Legame che si percepisce più e più volte, che accompagna la lettura e la vicenda e mi ha messo una voglia di tornarci impressionante. Sfondo perfetto, nei richiami mai pedanti alla sua storia e a quella della nazione, dalla bellezza altera e un po’ snob nei café nei quali Kate ama passare i pomeriggi a leggere e sorseggiare tè e incrocia per la prima volta lo sguardo di Vincent, capace di rapire e costringere a fissare gli occhi sulle tele nei suoi musei che sanno far estraniare Kate da ciò che ha intorno e regalarle quel nulla in cui niente la fa soffrire, magica e misteriosa al calar della notte mentre la Senna scorre placida e silenziosa; sfondo perfetto, dicevo, per quel che a Kate succede, balsamo capace di mitigare il dolore d’aver perso i genitori meglio di qualunque abbraccio o parola di conforto delle persone che più le sono accanto. Amare Parigi è facile allo stesso modo in cui volere bene a questa ragazzina che vive di carta e colori è semplice, così semplice che quasi non ci si accorge di farlo, e riconoscersi in lei lo è altrettanto, perché le sue sono emozioni che ogni ragazza prima o poi ha provato, per motivi e in modalità differenti, ma poco cambia; e la fascinazione mista ad ansia che il venir a contatto con delle creature sovrannaturali le provoca è così realistica da non far storcere il naso. Insomma, ritrovarsi a contatto con personaggi bellissimi capaci di ammaliare con uno sguardo non è cosa di poco conto e sfido chiunque a salire sulla giostra del sovrannaturale senza mettere in dubbio la propria sanità mentale. E Kate lo fa, eccome, si domanda se non stia sognando, se l’essersi lasciata alle spalle New York per la Francia nella speranza di continuare a vivere senza la presenza dei suoi genitori non le abbia fatto perdere il senno ma resistere alla complicità che lentamente, scontro dopo scontro, nasce con Vincent è pressoché impossibile. Se è l’unico che sembra comprendere quel vuoto nel petto che niente riesce a riempire. Che niente deve riempire. 

Insieme ai mondi alternativi che i libri sono in grado di offrire, ho sempre considerato le tranquille sale di un museo il luogo ideale in cui rifugiarmi. Mia madre sosteneva che il mio fosse un desiderio di fuga dalla realtà… che preferissi mondi immaginari a quello reale. E in effetti sono sempre stata in grado di alienarmi dalla realtà per immergermi completamente in tutt’altro.

Tuttavia, fidarsi e mettere il proprio cuore già spezzato nelle mani di chi sai benissimo che potrebbe romperlo definitivamente non è facile per niente. Una sofferenza, la sua, così tangibile da far male, da non volerla leggere, ma così ben descritta da diventare quella del lettore; paure, dolore e angoscia si mischiano e rendono Kate una ragazza così reale che mi aspetto di trovarla un giorno nel museo Picasso seduta di fronte a un quadro e persa in se stessa. Ben caratterizzata, verosimile nelle decisioni, non si getta tra le braccia del primo fregno nel raggio di un chilometro che la degna di un’occhiata, ma riflette, perde la testa nel ragionare nello sforzo di capire quale sia la cosa migliore da fare, terrorizzata da tutti quegli e se che le si affastellano nella mente non appena scopre chi sia Vincent. O sarebbe meglio dire, cosa sia. Miscuglio tra le caratteristiche migliori dei vampiri per come siamo ormai abituati a conoscerli e gli zombi, Vincent è un revenant, creatura votata al sacrificio di sé per la salvezza di qualcun altro, un’immagine così pura di altruismo che non può non colpire chiunque, disposta a morire – letteralmente, con tutto ciò che questo comporta – per salvare una vita umana. Non esattamente il porto sicuro a cui giungere quando sei già distesa singhiozzante sul pavimento e la tua vita è ridotta in mille sottilissimi brandelli che non torneranno mai come prima. E proprio per questo il loro è un amore forse più commovente di parecchi di quelli di cui ho letto e vi ho parlato nell’ultimo mese: aggirando il tema paranormale, la Plum non sta che mostrandoci quali siano i rischi dell’amare di nuovo e del porre la propria incondizionata fiducia su qualcuno che non sai se ti tradirà e abbandonerà e, conseguentemente, quali siano i rischi del non farlo, del crogiolarsi nel proprio bozzolo di lacrime e storie di carta, e condurre una vita apatica che si manda avanti per inerzia. Discorso che vale tanto per Kate quanto per Vincent, quest’ultimo senz’altro migliore, se vogliamo, di tanti altri personaggi maschili del genere; perché il nostro bellissimo angelo custode è un ragazzo fragile, dal passato doloroso e un futuro che si prospetta altrettanto, a cui non può sfuggire, dall’animo nobile e un cuore di panna, sofferente in più momenti, forse quelli più toccanti del libro. Siamo abituati ad eroine ripiegate su se stesse e il loro dolore in attesa di un cavalier servente che le porti in salvo, ma quando è la controparte maschile ad aver bisogno di una mano ad uscire dal mondo tetro nel quale vive, una ragione per non sprofondarci definitivamente… come non esserne conquistate?

Trascorsi il resto della giornata immersa nella storia di qualcun altro. Nei rari momenti in cui mettevo giù il libro, il dolore tornava sotto forma di fitte brucianti. Mi sentivo il bersaglio di un lanciatore di coltelli: se restavo immobile potevo evitare di essere colpita dalle lame che mi sibilavano intorno. Di tanto in tanto mi addormentavo, solo per essere svegliata da sogni angosciosi e tormentati che si dissolvevano senza lasciare traccia.
Ogni tanto scandagliavo la stanza con gli occhi, chiedendomi se Vincent fosse nascosto nell’ombra. Se venisse in forma eterea?, pensai. Magari si aggirava per la mia camera senza che io lo sapessi. O forse per lui valeva il detto “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”. Forse dopo la mia scenata gli era passata la voglia di rivedermi. Era quello che volevo, mi dissi. Ma lo era davvero?
Se mi fossi permessa di riflettere, sarebbe stata la fine. Perciò scollegai il cervello e lasciai che il mio corpo andasse avanti da solo per la sua strada. E, tutto sommato, sembrò funzionare. Potevo vivere senza di lui. Ero autosufficiente. Bastavo a me stessa. Magari non ero felice, ma non ero neppure triste. Ero solo… lì.

Il romance, si può ben capire da tutto ciò che ho detto finora, la fa da padrone, devo avvertirvi, ma è un qualcosa che non dà alcun fastidio, se lasciate a casa le puzzetta sotto al naso verso quelli che possono sembrare dei cliché per immergervi totalmente in una bellissima storia. Non fraintendiamoci, Die for me non è un libro sensazionale che vi cambierà la vita o schizzerà in cima alla top ten dei libri migliori del secolo, ma è un libro che sa come catturare l’attenzione e tenere incollati alla sua trama, e lo fa con una delicatezza mai melensa, personaggi secondari così ben caratterizzati da competere con i protagonisti e volergli rapire la scena e un universo di mondi e creature sicuramente innovativi, non certamente nell’aspetto fisico – quello no, sono sempre dei bellissimi ragazzi, ben messi fisicamente e dagli occhi penetranti con un aspetto inquietante a mascherare una sensibilità non comune ai più -, quanto nell’essere più profondo. In fondo, ammettiamolo tranquillamente, siamo tutti stufi di vampiri, licantropi, mostri e mostriciattoli vari che niente di nuovo aggiungono a racconti e tradizioni folk che affondano le loro radici nella notte dei tempi e una ventata d’aria fresca, seppur frutto di una miscela azzeccata tra questi, era proprio quello che ci voleva. Se poi a ciò aggiungiamo che la loro peculiarità è morire per impedire a dei perfetti sconosciuti di morire a loro volta, possiamo forse lamentarci? Abbiamo tutti bisogno dei nostri eroi, Kate ha Vincent ma, per come la vedo io, è soprattutto lui ad avere lei.

Voto: ❤❤❤❤

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