Recensione: “Half Bad”, di Sally Green

TGIF! Credo di aver aspettato questo venerdì da lunedì mattina appena ho aperto gli occhi e finalmente è arrivato. Prima settimana di Università conclusa, tra rogne con la segreteria studenti e l’amore appena nato ma destinato a crescere sempre più per la lettrice d’inglese, e una vita da pendolare che non mi era mancata neanche un po’. Com’è andata la vostra settimana tra lavoro e studio? So che aspetavate questo venerdì per la mia recensione, eh! Perciò, niente, ve la lascio e vado in stazione pronta a macinare chilometri su e giù per le vie di Siena.
Buon fine settimana, amicetti!

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Titolo: Half bad
Serie: Half life #1
Autrice: Sally Green
Traduttore: Luca Scarlini
Casa editrice: Rizzoli
Anno: 2014
Pagine: 400

La Magia esiste, ed è spaccata da una guerra millenaria. Appartenere a un fronte definisce il ruolo di ciascuno nel mondo, garantisce compagni e alleanze; ma soprattutto decide chi sono i nemici, che vanno giustiziati senza rimorso. Nathan vive in una zona grigia: figlio di una maga Bianca e dell’Oscuro più terribile mai esistito, cresce nella famiglia materna, evitato da tutti, vessato dalla sorellastra, perseguitato dal Concilio che non si fida di lui e anno dopo anno ne limita la libertà, fino a rinchiuderlo in una gabbia. La stessa guerra che divide il mondo della Magia si combatte nel cuore di Nathan, in perenne bilico tra le due facce della sua anima, che davanti alla dolcezza di Annalise vorrebbe essere tutta Bianca, e invece per reagire alle angherie si fa pericolosamente Nera. Ma è difficile restare aggrappato alla tua metà Bianca quando non ti puoi fidare della tua famiglia, della ragazza di cui ti sei innamorato, e forse nemmeno di te stesso.

I libri come questo sono della specie peggiore, perché li apro al massimo delle aspettative, colpita dalla trama e mi ritrovo tra le mani pagine che rimangono piatte su mondi che non riescono ad aprirsi, rimangono bloccati nell’inchiostro che li crea e non mi arrivano proprio. Preferisco di gran lunga leggere qualcosa che odio e ritrovarmi a ridere con le avventure di Christian Grey e Anastasia Steele che rimanere delusa così, con un amaro in bocca che difficilmente riesco a buttar giù. Non tutto mi è dispiaciuto, anzi, la storia in sé è bella, offre svariati spunti di riflessione ed è impossibile che non smuova almeno un po’ anche quelle come me che voglion sembrar intoccabili e poi si ritrovano a singhiozzare ad ogni punizione che Nathan si ritrova a subire. Infatti, nato da una strega bianca e uno stregone nero, fin dalla nascita è etichettato come diverso, in virtù soltanto delle sue origini, emarginato dalla sua stessa società che si dipinge come la perfezione degli Incanti Bianchi, detentori della magia buona, è costretto a vivere separato dall’amata nonna e dai due fratellastri, chiuso in una gabbia in un bosco, costretto a subire le angherie di chi non lo accetta perché “figlio di”. Nonostante quello che la vita, i suoi coetanei e il mondo degli adulti che professa di difendere la propria discendenza gli hanno riservato, Nathan è intelligente, tenace, sensibile, soffre e non ha paura di mostrarlo, cade faccia a terra, si rialza e cade di nuovo per poi rimettersi in piedi, sa essere paziente e determinato; è un protagonista diverso dai soliti di questo filone, forse troppo perfetti e irraggiungibili per sembrare reali, vicini: non è bello, né incredibilmente sveglio, è uno come tanti e per questo gli si vuol bene, da subito.

Il trucco è fregarsene. Fregarsene di quanto fa male, fregarsene di tutto.
Il trucco di fregarsene è fondamentale; è l’unico trucco che ti rimane a disposizione.

Si soffre con lui, così tanto da aver voglia di picchiare ogni singolo membro di quella che a tutti gli effetti è una setta di disagiati, legati dall’odio verso il diverso, protettori di una specie che deve rimanere incontaminata e pura. La diversità spaventa, porta delle incognite che non si possono conoscere, finché non le si accetta e Nathan è questo: metà bianco, metà nero, in bilico tra la bontà e il male, apparentemente, ma è chiaro fin da subito che la stessa dicotomia che gli viene attribuita è insita in ogni membro della società che lo circonda, che l’esser nato da due Bianchi non presuppone la benevolenza e l’altruismo perché esiste un filo sottilissimo come la lama di un rasoio che separa il bianco dal nero, il buono dal cattivo, e oltrepassarlo è facilissimo, quando ci si erge giudici su un piedistallo, lanciando benedizioni o condanne. Nathan è un reietto, uno scarto che nessuno vuole, da tenere a bada perché bomba pronta a esplodere ma soprattutto figlio di suo padre, Marcus, il peggior Incanto Nero che l’umanità abbia mai visto, l’assassino di numerosi Incanti Bianchi, ladro dei loro doni e inarrestabile; una merce di scambio o una trappola per catturare quel padre che non ha mai conosciuto ma che, inconsapevolmente o meno, lo ha condannato alla peggior vita che poteva avere, in cui si spilluzzica affetto come si può e si stringe i denti ogni qualvolta che una frustata colpisce la schiena già intrisa di sangue e ferite. Intorno a lui tanti, troppi personaggi indefiniti, che appaiono il tempo di un abbraccio, come quello del fratello, o il tempo di un momento, privi di una qualche profondità e perciò lontani anni-luce dall’esser sentiti; scenari che si susseguono senza definizione, passaggi che si scambiano rapidi e incolori, inadeguati a saltar fuori e crearsi nella testa del lettore. Ma il problema non è solo questo. L’enorme incognita, per quanto mi riguarda, è un’altra: lo stile della Green, troppo arido e freddo, non mi ha mai catturata, incapace di stare al passo dei pensieri mai immobili di Nathan, sembrava affannare nello stargli dietro e nel tenere le fila di una narrazione che sarebbe stata molto diversa se avesse visto la penna di Dashner, tanto per citarne uno a caso, a raccontarla. Half bad non ha saputo incollarmi alle sue peripezie e ho dovuto sforzarmi di finirlo, perché a Nathan ho imparato a voler bene e la sua storia mi ha commossa più volte, ma lo stile dell’autrice no, mai. Complice probabilmente anche l’uso della seconda persona per gran parte del libro: distaccato e impersonale come neanche la terza, non riesce a penetrare nei pensieri dei suoi personaggi come la prima e lascia spettatori passivi di una trama che di per sé è avvincente e ricca di azione. Peccato.

Voto: ❤❤❤

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