Recensione: “Brutti”, di Scott Westerfeld

Buon lunedì, miei piccoli grandi amici! Mentre me ne sto rannicchiata in pigiama a ripetere che non voglio andare a lezione e lascio che il panico prenda il sopravvento, vi lascio questo grande, enorme meh con cui, anche a distanza di tempo dall’averlo finito, non ho ancora i conti. Mi ha delusa, tanto, in numerosi punti, non mi ha catturata come avevo pensato, mi ha lasciato l’amaro in bocca… Ma, prima di perdermi in chiacchiere e anticiparvi qualcosa, meglio che vi lasci alla recensione e vi auguri un sereno inizio di settimana!

_brutti-1350734357Titolo: Brutti
Serie: Beauty #1
Autore: Scott Westerfeld
Traduttore: Angela Ragusa
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2006
Pagine: 354

Tally è una ragazza normale. Ma essere normali, nel suo mondo, equivale a essere brutti. Brutti solo fino a sedici anni, fino a quando non si è sottoposti per legge a un’operazione di chirurgia estetica che rende bellissimi e uguali a tutti gli altri “perfetti”. Ecco perché Tally non vede l’ora di compiere sedici anni. Ma poco prima del giorno fatidico incontra Shay, che le fa scoprire il brivido dell’imprevisto e il fascino dell’imperfezione e la mette al corrente di un’inquietante versione dei fatti. Tally adesso non vede l’ora di conoscere la verità. E sarà più difficile e pericoloso di un’operazione…

Capitano storie a volte che hanno premesse micidiali e tutte le intenzioni di ridurti la vista ancora di più da quanto ti terranno incollata alle loro righe, con la voglia irrefrenabile di mangiare in un sol boccone un capitolo via l’altro, ma che poi si snodano in un modo tale da deluderti sempre più e da non permetterti di appassionarti alle vicende che, per quanto atroci e insidiosamente fastidiose, non coinvolgono neanche un po’. Brutti non è del tutto fedele al suo titolo, ma quasi ci riesce. Racchiude in sé una storia che avrebbe potuto essere un faro nel marasma di young adult e uno schiaffo alla società moderna, che sempre più mette in risalto l’apparenza estetica e canoni irraggiungibili per le comuni mortali che si ritrovano corpi normali, non per questo brutti ma soltanto differenti; e invece si accontenta di starsene a galleggio nel mucchio dei distopici che tanto vanno di moda ultimamente.
In un mondo in cui Photoshop è diventato reale e tutti vengono sottoposti a sedici anni ad un’operazione estetica capace di rendere Perfetto un banale Brutto, Tally, a pochi mesi dalla fine della sua esistenza a Bruttopoli, non vede l’ora di raggiungere l’amico Peris nell’isola dei Neoperfetti, il magico luogo in cui le feste sono all’ordine del giorno, la felicità sprizza da ogni poro e niente sembra più turbare le menti di coloro che ci vivono. Manca poco, perciò, a quel momento e non vuol che trascorrere i giorni che le restano tranquillamente, se non che incontra Shay, Brutta prossima ai sedici anni come lei ma fermamente decisa nel rimanerlo: Shay le mostra che l’imperfezione non sempre va di pari passo con l’infelicità e che esiste una comunità, Fumo, in cui coloro che sono fuggiti all’operazione vivono serenamente allo stato brado, belli in virtù delle loro differenze e felici di averne; la comunità alla quale vuol arrivare prima che sia troppo tardi e la sua operazione venga fissata. Così, dopo che Shay scappa, Tally viene costretta dall’agenzia Circostanze Speciali a una scelta decisiva: restar Brutta per sempre oppure aiutarli a trovar Shay e Fumo e diventare Perfetta. Bruttezza e amicizia (nuova) o bellezza e amicizia (vecchia)? La scelta le sembra semplice, tanto più che l’esser Brutta per sempre è la cosa peggiore che possa accaderle e che potrà, al contempo, salvare Shay dal destino al quale si è autocondannata; Tally, perciò, accetta e parte alla ricerca di Fumo, in un viaggio che la porterà a conoscere cose di cui ignorava l’esistenza, a rivelazioni capaci di minare le fondamenta di tutto ciò in cui ha sempre creduto, ad amicizie così spontanee e vere da costringerla a mettere in dubbio ogni sua certezza.

— A volte alcuni brutti arrivano per conto loro, seguendo indicazioni cifrate come hai fatto tu, però sono sempre gruppetti di tre o quattro. Nessuno affronta mai il viaggio da solo.
— Devi giudicarmi un’idiota.
— Per niente. — La prese per mano. — Secondo me sei stata molto coraggiosa.
Tally scrollò le spalle. — Non è poi stato un viaggio così tremendo.
— Non è il viaggio in sé che richiede coraggio. Ho fatto viaggi molto più lunghi da solo. È lasciare la propria casa. — Le sfiorò con un dito la mano dolorante. — Neanche riesco a immaginare come sarebbe abbandonare Fumo e tutto quello che ho sempre conosciuto, sapendo che probabilmente non potrei più tornare indietro.

La trama, si può ben capire, è interessante. Un’ipotetica società futura che ha ceduto ai dettami della moda e alla sua pretesa di considerar perfetto soltanto il corpo che corrisponde a determinati requisiti (una sorta di The O.C. che prende vita) e brutto tutto ciò che se ne discosta, è tanto intrigante e affascinante quanto spaventosa. Un futuro che non voglio vedere, ma che di per sé avrebbe dovuto impedirmi di staccare gli occhi dalle pagine, cosa che non è affatto successa. Indubbiamente, a contribuire a un mio giudizio a metà sicuramente concorre in primo luogo Tally, odiosa fin dal principio nella sua ossessiva insistenza nel bollare come pessima ogni idea differente dalla sua, nel proseguo della storia, pur avendo un quadro più completo e più elementi a disposizione per ricomporre il puzzle di ciò che la società maschera tramite le operazioni, continua a dimostrarsi senza spina dorsale, egoista e incapace di ammettere le proprie colpe. Se all’inizio il suo comportamento era giustificabile perché cresciuta in un mondo che martella le menti umane per inculcare l’idea che “bellezza è perfezione e felicità” e che diventare Perfetta la farà ricongiungere con l’unico vero amico che abbia mai avuto, si arriva a un certo punto in cui è impossibile continuare a farlo. Non è solo l’aver messo in pericolo una comunità intera e i suoi abitanti, cosa di per sé non di poco conto ma che comunque rimane involontaria; è più l’esser oggetto di venerazione e di cieca fiducia immeritate da parte dei Fumosi, che guardano a lei come alla sola che è riuscita a fuggire da Bruttopoli senza aiuto, e il continuare a mentire anziché ammettere la verità e rivelare la vera sé. Non mi ha mai convinta, così come non l’ha fatto la sua storia con David, figlio della coppia fondatrice della comunità dei Fumosi: sterile, priva di senso pare l’attrazione che li lega, inefficace nel trasmettere quel briciolo di emozione che i primi amori letterari sanno creare. Dolce David, così innamorato della sua Fumo nella quale è nato, riesce a scavare nella corazza di Tally e a riempire le sue falle insegnandole che è bella, bellissima ai suoi occhi, non per quello che è esteticamente, ma per quello che è davvero, dentro sé. Talmente puro e incontaminato da amare senza riserve; certamente uno dei migliori personaggi della storia e per i quali il mio parere propende verso un “ni”, invece che un secco “no”.

– Ho visto arrivare qui un sacco di ragazzini di città. Tu sei diversa. Vedi il mondo con chiarezza, anche se sei cresciuta nella bambagia. Ecco perché volevo che lo sapessi. Ecco perché…
Tally ancora una volta vide risplendere il suo viso… e di nuovo provò quell’incredibile emozione.
— Ecco perché sei bella.
[…] — Ascolta, Tally, non è la tua bellezza che m’importa. M’importa molto di più quello che hai dentro.
— Però prima hai visto la mia faccia. Hai reagito alla simmetria, alla tonicità della pelle, alla forma degli occhi. E hai deciso che cosa ho dentro basandoti sulla tua reazione. Sei programmato per questo!
[…] – Sai qual è la prima cosa in te che ho notato? Che ha destato il mio interesse?
[…] — I graffi che avevi sulla faccia. […]
—Le imperfezioni della pelle sono il segno di un sistema immunitario debole.
David rise. — Sono il segno che hai avuto un’avventura, che hai lottato per arrivare qui. Per me erano il segno che avevi una storia da raccontare.

Con uno stile che certamente non esalta il tema trattato ma lo mortifica con un linguaggio banale e privo di una parvenza di poeticità, Brutti vuol far riflettere sulle sorti del mondo, sullo sfruttamento delle risorse da parte dell’uomo e sull’immagine di perfezione che i media e la società dominante ci impongono come unica possibile; in una lotta sfrontata tra umanità e natura, in cui è quest’ultima a risentirne e a far le spese per il progresso della prima, Westerfeld ci mostra quanto la separazione netta tra le due sia impossibile e che sia proprio la differenza la vera bellezza perché, in fondo, “alla natura non servivano operazioni per diventare perfetta. Lo era e basta”. Ed è qui che mi ha conquistata, perché un messaggio tanto bello e vero andrebbe ripetuto ogni giorno, per far sì che nessuno punisca il proprio corpo e la propria mente affinché risponda a determinati requisiti, affinché cresca sempre più la consapevolezza di dover imparare a valorizzare ciò che la natura ci ha donato e ad accettare quel che di sé non piace, perché, dopotutto, l’unica persona con la quale staremo per sempre siamo proprio noi stessi ed è bene capire come volersi bene e smetterla di odiare ciò che non si può controllare. Una lezione che io stessa ancora fatico a imparare.

Voto: ❤❤❤

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