Un, due, tre, stella #1. Recensione: “Il labirinto”, “La fuga”, “La rivelazione”, di James Dashner

Ho appena finito questa trilogia e molto probabilmente quella che segue sarà la recensione più sconclusionata dall’apertura del blog, quasi un mese fa (!), però una tra le più sentite, a cui tengo particolarmente. La lettura per me è sempre stata un momento privato, personalissimo e quanto più di isolante possibile; non ricordo di aver mai condiviso le letture in passato (se non a libro concluso) ma da qualche mese a questa parte leggere in compagnia è diventato una delle cose migliori a cui abbia mai preso parte e condividere in tempo reale opinioni e sensazioni con quelle pulzelle che fanno parte del Club del libro è diventato un bisogno, oltre che un divertimento. Perciò iniziare Il labirinto senza sapere cosa aspettarmi, proseguire con La fuga e concludere il viaggio coi Radurai con La rivelazione con loro è senza dubbio un motivo che mi porta ad apprezzare ulteriormente questi tre volumi, ma la materia prima non è da poco, anzi! Non avevo mai letto qualcosa di così claustrofobico e capace di rapirmi al punto da non voler, masochisticamente, staccare gli occhi dalle sue righe. Ma andiamo con ordine, beccatevi queste tre copertine (un po’ meh ma ci accontentiamo visto che creano una continuità che proprio ci voleva) e corriamo come dei velocisti dritti alla recensione. Ah, quasi dimenticavo: a questo punto è d’obbligo informarvi che, per quanto cercherò di limitare al massimo gli spoiler, non venite a picchiarmi qualora me ne dovesse sfuggire qualcuno. Parlare di un’intera trilogia senza rivelare qualcosina per sbaglio sarà una fatica disumana e ci tengo alla mia incolumità, almeno per un altro po’ lasciatemi tutta intera. Perciò, detto questo, siete pronti, teste di caspio?

9788834718063_a39ca6ce-0a58-419d-9ed5-1cb6f6121285_largeTitolo: Il labirinto [TO The maze runner]
Serie: The maze runner #1
Autore: James Dashner
Traduttrice: Annalisa Di Liddo
Editore: Fanucci
Anno: 2011
Pagine: 432

Quando Thomas si risveglia, le porte dell’ascensore in cui si trova si aprono su un mondo che non conosce. Non ricorda come ci sia arrivato, né alcun particolare del suo passato, a eccezione del proprio nome di battesimo. Con lui ci sono altri ragazzi, tutti nelle sue stesse condizioni, che gli danno il benvenuto nella Radura, un ampio spazio limitato da invalicabili mura di pietra, che non lasciano filtrare neanche la luce del sole. L’unica certezza dei ragazzi è che ogni mattina le porte di pietra del gigantesco Labirinto che li circonda vengono aperte, per poi richiudersi di notte. Ben presto il gruppo elabora l’organizzazione di una società disciplinata dai Custodi, nella quale si svolgono riunioni dei Consigli e vigono rigorose regole per mantenere l’ordine. Ogni trenta giorni qualcuno si aggiunge a loro dopo essersi risvegliato nell’ascensore. Il mistero si infittisce quando – senza che nessuno se lo aspettasse – arriva una ragazza. È la prima donna a fare la propria comparsa in quel mondo, ed è il messaggio che porta con sé a stupire, più della sua stessa presenza. Un messaggio che non lascia alternative. Ma in assenza di qualsiasi altra via di fuga, il Labirinto sembra essere l’unica speranza del gruppo… o forse potrebbe rivelarsi una trappola da cui è impossibile uscire.

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Titolo: La fuga [TO The scorch trials]
Serie: The maze runner #2
Autore: James Dashner
Traduttrice: Silvia Romano
Editore: Fanucci
Anno: 2012
Pagine: 352

Il Labirinto e i viscidi Dolenti sono ben poca cosa se paragonati alla lunga marcia che la Cattivo ha stavolta pianificato per loro attraverso la Zona Bruciata, una landa squallida inaridita da un sole accecante e sferzata dalle tempeste di fulmini, popolata da esseri umani che l’Eruzione, il temibile morbo che rende folli, ha ridotto a zombie assetati di sangue. Nelle due settimane in cui dovranno percorrere i centocinquanta chilometri che li separano dal porto sicuro, la loro meta, tra cunicoli sotterranei infestati da sfere metalliche affamate di teste umane e creature senza volto dagli artigli letali, i Radurai dovranno dar prova del loro coraggio e dar voce al loro istinto di sopravvivenza. In questo scenario da desolazione postnucleare, superando le insidie di città fatiscenti e foreste morte, il viaggio verso il luogo misterioso in cui potranno ottenere la cura che salverà loro stessi e il mondo diventerà per Thomas, Brenda, Minho e gli altri un percorso di scoperta del proprio mondo interiore, del limite oltre il quale è possibile spingere le proprie paure.

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Titolo: La rivelazione [TO The death cure]
Serie: The maze runner #3
Autore: James Dashner
Traduttrice: Silvia Romano
Editore: Fanucci
Anno: 2014
Pagine: 352

Thomas sa che non può fidarsi dei Malvagi nonostante le menti oscure dell’organizzazione dicano che il tempo delle menzogne sia finito e che le Prove a cui gli ultimi sopravvissuti dei Radurai sono stati costretti, siano terminate. I Malvagi ora sostengono di aver raccolto tutti i dati di cui avevano bisogno, ma di dover fare ancora affidamento sui Radurai – i cui ricordi sono stati ripristinati – per un’ultima missione: tocca a Thomas e agli altri trovare una cura per l’Eruzione, un morbo spietato che conduce alla follia. Ma succede qualcosa che neanche i Malvagi potevano prevedere: i ricordi di Thomas si spingono molto più lontano di quanto possano anche solo sospettare, fino alla verità, e il ragazzo sa che non può credere a una sola parola di quello che dicono. Sì, il tempo delle menzogne è finito, ma la verità è ancora più pericolosa della menzogna, e Thomas deve fare molta attenzione, se vuole sopravvivere.

Amo le distopie, amo gli young adult e ormai anche i muri lo sanno, ma non avevo mai letto qualcosa così: The maze runner ha alcune delle caratteristiche proprie di questi generi ma riesce ad eluderne altre e a non cadere nelle trappole che queste etichette inevitabilmente portano con sé, non vi si ingabbia e fa trattenere il fiato fino alla fine, mantenendo l’ansia e l’attenzione ad un livello da cardiopalma, cosa che mai mi era successa prima. Dalla prima riga del primo volume si è in una nebulosa di domande che non ottengono risposte, ci si ritrova catapultati tra le mura del Labirinto senza sapere perché e non si può far altro che guardarsi attorno spauriti da un mondo nuovo, con una tabula rasa al posto dei ricordi, con la sola certezza di dover sopravvivere, a qualsiasi costo. Perché iniziare a leggere Il labirinto significa finirci dentro allo stesso modo di Thomas: impreparati, inconsapevoli, incazzati per di più. Ed è così che le nuove scoperte dei Radurai diventano quelle del lettore, ci si affida a quel poco che i ragazzi sanno, si gioisce con loro quando un Dolente viene sconfitto, si cade nell’angoscia più nera quando nel perfetto schema sociale che si è costruito viene inserita una variabile nuova, una ragazza in mezzo a soli ragazzi, per di più in coma. Si impara, col passare delle righe, a voler bene a questi personaggi, ad apprezzarli nonostante spesso siano cattivi, meschini l’un l’altro, ci si ritrova a ragionare come loro, ad usare il loro stesso linguaggio e la loro stessa ironia, unica arma capace spesso di far arrivare a fine giornata, all’agognato sospiro di sollievo per la morte scampata un’altra volta. Non si sa niente e quando lo si sa non si può contare sul fatto che sia vero. E la cosa assolutamente geniale e allo stesso tempo quanto più sadica possibile è che è così fino alla fine: verità e menzogne sono sullo stesso livello costantemente, scegliere di credere a qualcuno può significare la morte, fidarsi di uno sconosciuto piuttosto che di un amico potrebbe essere la mossa migliore. Ma chi può saperlo? Non i Radurai, né, tantomeno, noi.

Ragazzo mio, da quando sei comparso in quella Scatola non hai imparato niente. Questo non ha niente a che vedere con l’odio o la simpatia, l’amore o l’amicizia. Niente del genere. Tutto quel che ci interessa è sopravvivere. Molla questo fare da mammoletta e comincia a usare quel tuo caspio di cervello, se ne hai uno. [Da Il labirinto]

Se leggere Il labirinto è sentirsi in affanno via via che le pagine scorrono, approdare alla Fuga sembra dare un attimo di tregua, aiuta a tirar la testa fuori dall’acqua e riempire i polmoni di aria in attesa di tornare sotto e perdere l’unica certezza che rimaneva, la fiducia che sembrava incrollabile nei confronti di chi senti più vicino. Seguiamo i Radurai nel mondo sovrastante e vediamo finalmente le conseguenze di quel male che ha piegato l’umanità e la sta condannando all’estinzione. Ci aggiriamo sotto un sole cocente all’inverosimile coperti solamente da una misera coperta quando va nel migliore dei modi, senza acqua o cibo a disposizione, senza speranze e senza appigli, costretti a difendersi dagli Spaccati – persone colpite dal virus più letale che l’umanità abbia mai visto flagellarla e che dà come meravigliosi regali prima della morte la follia più nera e una rabbia pronta a scatenarsi su tutto e tutti – pur di approdare al porto sicuro, quel luogo che chi muove le fila ha deciso per donare la salvezza. La fuga, tuttavia, ennesima vittima della sindrome del “secondo volume”, non è all’altezza del suo precedessore, non se ne sta seduto sulla tua spalla mentre leggi pronto a toglierti il fiato e spaventarti, probabilmente pecca di noiosità in alcuni punti, in meccanismi già visti e collaudati nel Labirinto che non suscitano più le reazioni sperate, perché ormai conosciuti, ma, caotico nelle dinamiche nascoste che si intravedono ma non si lasciano afferrare e comprendere e frustrante per tutte quelle spiegazioni che si ostina a negare, se non altro getta le basi per rimescolare le carte e sconvolgere ulteriormente l’universo dei suoi protagonisti nell’ultimo libro della trilogia, rimettendo completamente in discussione le delicate dinamiche di gruppo e privando dell’unica cosa che rimaneva a Thomas e ai suoi compagni.

Non gli importava più degli altri. La confusione intorno a lui sembrava avergli portato via l’umanità, trasformandolo in un animale. L’unica cosa che voleva era sopravvivere, riuscire a raggiungere quell’edificio, entrare lì dentro. Vivere. Guadagnare un altro giorno. [Da La fuga]

Di tutt’altra manifattura La rivelazione, un costante giramento di testa che non lascia possibilità di salvezza per la velocità con la quale i fatti si succedono senza sosta e la totale incapacità di distinguere la verità dalla menzogna, il giusto dallo sbagliato, gli amici dai nemici. Bombardati immediatamente dalle notizie che la C.A.T.T.I.V.O. sembra disposta a condividere coi ragazzi, dopo l’annuncio del termine delle prove a cui sono stati sottoposti e la volontà di rimuovere il filtro che impedisce loro di ricordare il passato, è infatti utile ricordarsi il ritornello che Teresa non si stanca di ripetere – “la C.A.T.T.I.V.O. è buona” – ma, filtrati dai ricordi che Thomas recupera senza alcun bisogno di essa e da ciò che Newt in prima persona, anche se tutti gli altri ragazzi a modo loro ne pagano le conseguenze, sperimenta, crederle diventa, pagina dopo pagina, sempre più difficile. Ad ogni modo, se l’organizzazione che li ha scelti e mandati a morire nella speranza di trovare una cura per l’umanità non è degna di fiducia e lo ha ampiamente dimostrato, il pericolo verso il quale i Radurai si stanno lanciando sembra essere immensamente più grande, capace di condurli alla follia nonostante l’immunità e portarli a compiere azioni che nessuno avrebbe mai immaginato. Ben oltre i limiti del sopportabile, della logica, dell’amicizia.

Non credo si possa più parlare di giusto o sbagliato (…) solo di orribile, e di non così orribile. [Da La rivelazione]

A questo punto, probabilmente, è giusto dire che La rivelazione in realtà non rivela, anzi; ostinatamente, Dashner nega le risposte che martellano il cervello dall’inizio, compie una serie di scelte che non ti aspetti e va nella direzione opposta a quella che sarebbe stata la più naturale, in un finale che lascia a metà tra l’attonimento e la speranza. La frustrazione è, quindi, la sensazione che accompagna la lettura dell’ultimo capitolo della trilogia, frustrazione che si sfoga, per quanto mi riguarda, principalmente su Thomas, mai apparso così debole quanto nel momento in cui rifiuta – per paura di scoprire quanto sia profondo il suo legame con l’invenzione delle prove – la rimozione del filtro che gli avrebbe restituito, forse una volta per tutte, la verità e la conoscenza, caratteristiche essenziali per combattere la C.A.T.T.I.VO. finalmente ad armi pari, finendo per sbiadire nel confronto con quello che a tutti gli effetti si rivela essere leader indiscusso e indiscutibile della brigata, ovvero Minho.
Attonimento e speranza, dicevo. Emozioni che non mi hanno mai abbandonata dal primo libro e che non fanno che accrescere e prendere sempre più il sopravvento su tutte le altre sensazioni che attanagliano durante la lettura perché, davvero, risposte definitive, soddisfacenti, che facciano chiudere La rivelazione tirando un sospiro di sollievo non ce ne sono. Così, in una serie di rocambolesche decisioni che chiudono il cerchio riportando i Radurai all’esatto punto di partenza, probabilmente quello che Dashner ci dà è il finale migliore che si potesse desiderare, più aperto possibile e carico di domande ancora sospese nel vuoto che forse, un giorno, troveranno una risposta soddisfacente. Ma chissà?
Abile tessitore di una trama e di un mondo così tridimensionali da fartici vivere in mezzo, Dashner manda avanti il tutto con uno stile secco e febbrile, senza dover ricorrere a virtuosismi tecnici o frivolezze estetiche, capace di tenere incollati alle sue parole, di rendere vividi i Dolenti, coi loro rumori sordi e sibilanti, di palesare gli Spaccati come dei novelli zombi dai quali voler stare alla larga più possibile, ma, soprattutto, di non far capire mai niente, fino alla fine. E, anche lì, la tanto agognata pace ci viene negata, è una liberazione a metà, che un po’ allevia e un po’ lascia su un cliffhanger che non verrà risolto completamente. The maze runner così si rivela essere quell’intricato rebus che subito mi era parso, una matrioska di rivelazioni e scoperte che subito vengono cancellate, un thriller che con uno strano senso masochistico di ansia e inquietudine tiene prigioniero dei suoi capitoli costringendo ad arrivare il più in fretta possibile alla conclusione, allo stesso modo in cui Minho e i velocisti corrono a perdifiato lungo le tortuose intersezioni del labirinto per rientrare prima della chiusura delle porte nella Radura nel suo primo capitolo. E Dashner, da gran sadicone, ha altri assi nelle maniche e son pronta a scommettere che il prequel e l’intermezzo concentrato su Thomas – tra secondo e terzo volume – di questa meraviglia mi lasceranno col fiato sospeso un altro po’, anche se spero che, principalmente, sappiano rispondere alle questioni a cui i miei neuroni si stan sforzando di dar soluzione, ma sono terrorizzata. Perché, in fondo, ha ragione la mente geniale che sta dietro tutto quanto, Dashner, vero capo della C.A.T.T.I.V.O.:

«Porca vacca, ho paura.»
«Porca vacca, sei un essere umano. Dovresti averne, di paura.» [Da Il labirinto]

Voto: ❤❤❤❤❤

[EDIT: ehi, se non vi sploffate troppo nelle mutande, nell’App store e su Google play trovate il gioco ispirato al Labirinto]

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8 pensieri su “Un, due, tre, stella #1. Recensione: “Il labirinto”, “La fuga”, “La rivelazione”, di James Dashner

    • Ciao Paola! Grazie del commento, son felice che ti sia fermata a lasciarmi la tua opinione! envenuta 🙂
      A me sinceramente ha spiazzato il secondo, l’ho trovato “moscio” rispetto al primo (che rimane il mio preferito), ma il terzo è stato secondo me adrenalina pura. Non mi ha fatto impazzire il finale, da romantica voglio sempre un finale felice o per lo meno “in toni dolci”, ma quello che ha scelto Dashner è quello che più secondo me era in linea con l’intera trilogia. In un mondo così, l’happy ending da favola avrebbe stonato e lì sì che mi avrebbe delusa parecchio. Ma capisco la tua delusione 🙂

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