Recensione: “Mystic city”, di Theo Lawrence

Buongiorno, bambolotti, e buon inizio della settimana! Sono reduce dalla visione della Puntata di Outlanderyou know what I mean – e della prima della nuova stagione di Downton Abbey e, no, non c’è modo migliore di iniziare una giornata, specialmente un lunedì mattina. Oggi tipo uscirà la graduatoria delle borse di studio e sono un fascio di nervi ma okay, pensiamo alle cose serie. Tipo questa recensione, la più arrabbiata e delusa che abbia scritto finora. Mi dispiace tantissimo quando ho grandi aspettative e mi ritrovo a vederle demolite una dopo l’altra. Mai fidarsi delle copertine, mannnaggia a me! E, soprattutto, mai del modo in cui un libro viene pubblicizzato. Mai, Cecilia, mai.

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Titolo: Mystic city
Serie: Mystic City #1
Autore: Theo Lawrence
Traduttore: Giorgio Salvi
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2014
Pagine: 390

In una New York sommersa dall’acqua a causa del riscaldamento globale, i quartieri sono rigidamente divisi: Aire, la zona più elevata, è abitata dai ricchi, mentre la classe inferiore è costretta a vivere nel degrado del livello più basso, Abyss. La sopravvivenza della città è garantita dall’energia generata dai mystic, rappresentanti della classe inferiore dotati di poteri magici. Ma i mystic sono un potenziale pericolo, e per contenere la loro minaccia le due famiglie rivali che governano New York si alleano: Aria e Thomas, i rispettivi figli, dovranno sposarsi. Ma Aria si innamora di Hunter, un mystic ribelle e appassionato rivoluzionario, determinato a cambiare il destino del suo popolo. Un amore proibito è destinato a portare lutti e dolore, ma anche a travolgere per sempre la vita di Aria e del mondo stesso.

Come ho detto, avevo grandi aspettative e forse questo non è un ottimo punto di partenza, perché, si sa, la realtà non è mai come ce la dipingiamo in mente però, quando ho saputo dell’uscita di Mystic city e ho letto la trama ho pensato potesse essere qualcosa di coinvolgente, se non altro. In fondo, la storia non è niente di nuovo, dai tempi di Romeo e Giulietta esistono in letteratura coppie contrastate da famiglie in lotta o comunque opposte, e che lo siano per estrazione sociale, per rivalità politiche o per semplici pregiudizi poco cambia, ma sicuramente innovativo potrebbe essere il modo in cui il tema viene trattato o il coinvolgimento che l’autore riesce a creare coi suoi personaggi nel lettore. Ecco, tutto questo non mi è mai successo. Neanche una volta ho pensato ad Aria come a una povera ragazza che non può liberamente stare con la persona che ama né la famiglia di lei mi ha suscitato sgomento o rabbia per come usa i figli come strumenti scambiabili per accrescere il proprio potere. Piuttosto mi sembrava di vedere una puntata di una soap opera, dove alla fine di ogni capitolo sbuca l’imprevisto che dovrebbe lasciare interdetti ma che viene silurato all’inizio di quello successivo in preparazione del prossimo colpo di scena eclatante ma che eclatante non lo è poi mai davvero. Una trama povera, retta soltanto dal romance e da quel briciolo di azione che le ultime quaranta pagine ci regalano, quasi per accontentare chi si aspettava qualcosina di più; non c’è niente di male, in tutto questo, se non che le premesse mirassero a qualcosa di leggermente diverso, più “attivo”, di più, insomma.
In un futuro non ben definito, New York come la conosciamo non esiste più: sommersa dalle acque a causa del riscaldamento globale e divisa tra Aire, la parte alta e ricca, e Abyss, quella bassa e povera, Aria Rose, figlia della facoltosa famiglia Rose, sta per avere tutto quello che ha sempre desiderato: un matrimonio come coronamento di un amore degno di un romanzo, epico e per il quale ha combattuto addirittura contro la sua stessa famiglia, quello con Thomas Foster, fratello del candidato sindaco e figlio cadetto dell’altra prestigiosa famiglia cittadina da sempre acerrima rivale della sua. Praticamente un sogno che prende vita, se non che Aria non ricordi niente: in seguito all’assunzione di una potente droga mistica, ha perso la memoria, ovvero tutto ciò che ha a che fare col suo perfetto fidanzato.

Fin da bambina, ho sempre desiderato innamorarmi. Provare l’amore travolgente che si vede nei film o si legge nei libri, trovare l’anima gemella – la persona con cui sei destinato a trascorrere l’eternità – che ti completa. Questo è proprio il tipo di sentimento che, a detta dei miei, condivido con Thomas. Ma allora perché, quando mi tocca, non sento nient’altro che un banale contatto?
Pensavo che il vero amore mi avrebbe folgorato […]
L’aria calda mi sferza la faccia fino a risvegliare in me la consapevolezza di essermi battuta per il vero amore e aver vinto.
Adesso non mi resta altro da fare che ricordarlo, questo amore.

Ma i suoi ricordi, per la sua famiglia, possono attendere, quel che non può invece è il matrimonio, che deve essere celebrato in tempi record, a sostegno della campagna politica del fratello di Thomas, in modo da sconfiggere, tramite l’unione delle famiglie, la candidata mystic di Abyss. E di Abyss è anche Hunter, un ragazzo magico che la colpisce subito e le fa provare cose che una promessa sposa non dovrebbe provare nei confronti di qualcuno che non è il proprio futuro marito. Ed è così che Aria si ritrova a trascorrere del tempo con Hunter, a cercare di capire il suo mondo, a scoprire cose che non avrebbe mai pensato del proprio mondo, della propria famiglia… Cose che forse potrebbero cambiare la sua visione e sconvolgere tutto ciò che ha sempre conosciuto.

All’improvviso mi accorgo che ho il viso bagnato di lacrime.
— Aria, non piangere. — Hunter mi prende la mano per consolarmi e vengo attraversata da una scarica di energia. Mi ritraggo.
— Mi dispiace. Lasciami provare di nuovo — mi chiede. — Devo capire come toccarti senza farti male.
Ruota lentamente i palmi verso l’alto. Sta aspettando che posi le mani sulle sue, ma io ho paura. Poi lo guardo negli occhi e lo so, lo sento: Hunter non mi farà alcun male. Tengo le mani parallele alle sue, per dirgli che va bene. Una raffica di vento ci investe, facendomi rabbrividire.
Mi tocca di nuovo, stavolta con più attenzione, prima solo con un dito, tracciando il contorno della mia mano. La scarica iniziale si assopisce fino a diventare una sensazione di calore diffuso… e molto piacevole. Hunter ha lo sguardo concentrato, le labbra strette mentre mi sfiora le dita con la punta delle sue, una per una, finché le nostre mani non sono congiunte.
Studio le linee del suo volto, la curva del suo collo, realizzando di non essermi mai sentita così in intimità con qualcuno in tutta la vita. È come se fossi completamente nuda.

Non mi piace recensire libri che non mi hanno colpita, finisco col diventar puntigliosa e trovar anche quelle piccole falle nello stile, nella dipanazione della trama e nella caratterizzazione dei personaggi che, se il libro mi fosse comunque piaciuto, non noterei o trascurerei tranquillamente. Ma proprio non ci riesco con Mystic city. A darmi fastidio non è solo lo stile asettico, quasi ipercontrollato nel non lasciar trasparire il minimo briciolo di poesia o nel lasciar cadere descrizioni povere di particolari quando andavano approfondite per maggior chiarezza; una New York sommersa, e quindi inedita, in cui Central Park e Manhattan diventano un acquitrino con alberi spogli e un fetore tremendo e i palazzi sono persino più alti di quelli attuali, sarebbe stata capace di catalizzare da sola l’attenzione del lettore se Lawrence l’avesse ben descritta e non si dimenticasse di curare i dettagli, piccoli piccoli ma che inevitabilmente incidono sulla riuscita di una tessitura perfetta e omogenea di trama, scenario e personaggi. Un esempio su tutti: i tunnel della metropolitana della città non hanno la minima goccia d’acqua. Com’è possibile se la città è sommersa? Spiegamelo, Lawrence, ti scongiuro, ne ho bisogno.
Tuttavia, ciò che mi urta i nervi – Oh i miei poveri nervi! – sono Aria e tutti i personaggi coinvolti. Senza il minimo d’introspezione, né la possibilità di sfumature caratteriali inevitabili, a New York o sei buono o sei cattivo, non ci sono altre possibilità e, se sei Aria, sei stupida, così stupida da rischiare di morire un numero imprecisato di volte, lamentarti di avere una vita orribile e trascorrerla facendo shopping, gossip con le amiche e girovagando per feste, ma non far assolutamente niente per cambiare una virgola. Impossibile immedesimarsi, ma anche lontanamente pensabile provar quel briciolo di affetto che le eroine degli young adult spesso sanno scatenare.
Mi aspettavo l’azione turbolenta che l’uso del nome di Hunger games come pubblicità inevitabilmente porta, scontri tra famiglie rivali i cui figli decidono di battersi insieme per il loro amore e per i diritti dei mystic – da sempre sfruttati come vettori di energia dai piani alti della città – e quei cliffhanger che caratterizzano i distopici come si deve ma… no, non è questo il caso e un po’ mi dispiace. Avrebbe potuto esser tanto, viste le premesse, e invece si accontenta di esser scontato. Voto a metà, ma solo perché ho fiducia nel sequel e una seconda possibilità si dà sempre a tutti.

Voto: ❤❤❤

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