Pagine sullo schermo #1: “Delirium”

Il mio amore per le serie tv è così grande da avermi spinta ad iniziare a tradurle e sottotitolarle, in quel gruppo meraviglioso che è Subs4You, scoprendo quanto sia difficile e snervante ma allo stesso tempo gratificante ed educativo farlo, cose che non possono essere comprese appieno finché non ci si ritrova con l’orario di scadenza che ticchetta e la corsa per l’uscita in pole position agli sgoccioli. Amo le serie tv, e da quando sono una subber il nostro amore non è che una montagna russa che va solo in salita, tanto per citare qualcuno che apparirà prima o poi in questa rubrica. Perciò unire due passioni in una sola rubrica mi è parsa la cosa migliore, specialmente se questo mi dava l’opportunità per dire quel che penso di un adattamento. Non sono una di quelle persone che credono che nella trasposizione un libro debba rimanere immacolato e intatto, quasi il cambio di una parola significasse stuprarlo; anzi, so benissimo che il mezzo televisivo e quello cinematografico sono differenti sotto molteplici aspetti da quello letterario, più evocativo perché crea attraverso le parole immagini mentali differenti in ognuno di noi e proprio per questo più magico, per come la vedo io. La tv o il cinema non possono farlo, devono obbligatoriamente renderci l’idea dei registi e degli sceneggiatori e a qualcuno non piace veder stravolto il mondo che ci si era immaginato.

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Nonostante odi profondamente quelli che inneggiano subito alla rivolta popolare non appena qualcosa non è non solo fedele ma identico al libro, dopo aver visto il pilot di Delirium… beh, potrei far parte di quel team per questa partita. Giusto perché sono fatta di masochismo per il novantanove virgola nove per cento, me lo sono vista non una, non due ma bensì tre volte prima di arrendermi all’evidenza dei fatti. Una cagata è sempre una cagata, non importa la compagnia con la quale la guardi (e una volta è testimoniata dalla conversazione su whatsapp con la Chiù che è stata tipo la cosa più bella di quei quarantacinque minuti altrimenti sprecati), non importa quanto impegno tu ci metta – e io, insomma, mi ci sono impegnata a tal punto da correre a rileggere il primo libro della serie pur di non lasciarmi sfuggire proprio niente, rimane tale sempre e comunque. E io non posso che essere immensamente contenta per la bocciatura del pilot.
La storia, per chi non lo sapesse, segue le vicende di Lena in un ipotetico futuro nel quale l’amore è considerato la malattia per eccellenza, da curare a diciotto anni tramite una procedura volta a privare della possibilità di innamorarsi. Lena, orfana e cresciuta dalla zia fortemente convinta della cura, non vede l’ora di compiere diciotto anni per potervisi sottoporre e scongiurare il pericolo di finire come la madre, suicidatasi per il dolore insopportabile dopo la morte del padre. Ma, mentre i giorni che la separano da quel momento passano e diminuiscono sempre più, succede l’unica cosa che doveva non capitarle: conosce Alex, ribelle infiltratosi tra i militari del regime, e si innamora; cosa che rimette in discussione tutto ciò in cui aveva creduto fino a quel momento.
Il plot è interessante al punto giusto, un universo nel quale amore, compassione e passioni di qualunque tipo esse siano sono visti come il male per eccellenza mi spaventa da pazzi ma al contempo intriga nemmeno poco e una trasposizione cinematografica o televisiva l’avrei seguita volentieri. Se non fosse che mi sia trovata davanti questo episodio pilota in cui niente, ma proprio niente, va come dovrebbe andare. A cominciare dall’aver voluto compattare due libri della trilogia e condensare il primo in venti minuti di storia; scelta che, francamente, non capirei neanche se me la spiegassero con tutta la buona volontà del mondo quelli che l’hanno presa. Perché, se hai la possibilità di creare una serie tv e quindi hai episodi che vanno da un minimo di quarantacinque a un massimo di sessanta minuti, hai la pretesa di poter riassumere un libro in poche scene? In un film, per alleggerire la trama, è essenziale scremare scene e personaggi secondari, scegliere cosa può rimanere e cosa deve essere sacrificato in virtù di una riuscita compatta e fluida ma in un telefilm non lo concepisco; soprattutto se le scene si susseguono una dopo l’altra a una velocità supersonica e l’innamoramento di Lena e Alex avviene nel giro di, credo, due giorni. Innamoramento, non una cotta. Quell’amore per il quale rischi la vita. In due giorni. In due scene. Quello stesso amore che nel libro non sbocciava automaticamente, ma faceva il suo percorso, con il giusto tempo, nel corso di un’estate. E di amore tanto si parla, qua dentro ma poco si mostra e, soprattutto, si percepisce. Un’accelerazione nei tempi che rovina l’intreccio del libro e costringe ad anticipare temi dai volumi successivi, come il tradimento di Hana e l’infiltrazione dei ribelli nell’ALD. Tutto così velocemente che mi gira la testa.
Comunque, non è questo ciò che mi fa storcere il naso, né tantomeno lo scambio tra padre/madre incarcerati, un cast che definire ridicolo e incapace è veramente poco (mi dispiace, Emma, ma per me è no) e una recitazione così sclerata da ricordare la Mezzogiorno nell’Ultimo bacio, (e, se ve lo state chiedendo, no, personaggi così preda dell’ansia non sembrano curati, corpi svuotati dalle emozioni, quanto l’opposto). Ma comunque. Ciò che non mi torna, principalmente, è l’improvviso cambio di prospettiva di Lena, il suo esser pronta in cinque minuti a ribaltare la propria vita e mandare in vacca ciò in cui ha sempre creduto. Nel libro, seguiamo un percorso lento e doloroso, carico di paure e dubbi, ripensamenti e riflessioni. Lena matura, prende la sua decisione, cambia idea, è tormentata da un mondo che non riconosce più e non sa cosa fare. Qui no, basta che Alex le mostri la cella del padre, le dia due baci e le faccia gli occhi dolci che è pronta a lasciarsi uccidere per lui e per la lotta alla cura. Stravagante, quanto meno, ed è un peccato perché ci sarebbe stato tanto su cui lavorare, un’intera trilogia che non è sensazionale, visto che forse tira oltremodo per le lunghe qualcosa che poteva veder la fine in un volume unico – che però si riscatta col terzo capitolo -, ma che aveva solide basi sulle quali muoversi e poter sviluppare qualcosa che probabilmente non avrebbe fatto paura a Divergent Hunger games, ma si sarebbe ritagliato il suo piccolo seguito. Me compresa.
Mi rimane una domanda: Lauren, diobonino, come hai potuto permetterlo? Non te lo perdono.
Se vi volete malissimo e volete pregiarvi della fantastica recitazione di Daren Kagasoff che, vi anticipo, non si discosta dal suo cognome poi molto, i sottotitoli li trovate qui.
E voi? Letto il libro o la trilogia? Visto il pilot? Pareri?

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