Recensione: “Legend”, di Marie Lu

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Titolo: Legend
Serie: Legend #1
Autrice: Marie Lu
Traduttore: Giorgio Salvi
Casa editrice: Piemme
Anno: 2013
Pagine: 264

Los Angeles, Stati Uniti. Il Nord America è spaccato in due parti, la Repubblica e le Colonie, e la guerra sembra destinata a non finire mai. A quindici anni, June è già una promessa della Repubblica. Nata in una famiglia ricca e prestigiosa, oltre a una bella casa, un mucchio di soldi e la possibilità di frequentare le scuole migliori, possiede anche un vero talento nel cacciarsi nei guai e senza l’intervento di Metias, il fratello maggiore, probabilmente qualcuna delle sue bravate all’accademia militare sarebbe già finita male. Dalla morte dei genitori, Metias è l’unico su cui può contare, almeno fino al giorno in cui viene ucciso in circostanze misteriose. Il primo sospettato è Day, un ragazzo della stessa età di June, ma nato e cresciuto nei bassifondi della Repubblica. Ed è anche il criminale più ricercato del paese. Da quel giorno, June ha un unico desiderio: vendicare Metias. Ma per lei e Day il destino ha altri piani.

Legend è uno di quei libri di cui ho sempre sentito pareri discordanti, divisi tra chi lo ritiene un’ottima distopia, in confronto ai vari sottogeneri e simil Hunger games che tanto spopolano, e chi, proprio per questo, per il suo essere in parte sui generis, lo odia. Per quanto mi riguarda, non ho potuto non farmi assorbire interamente dalle sue pagine febbrili e coinvolgenti, dal suo mondo dal retrogusto post-apocalittico e intrigante per quanto atrocemente doloroso e dall’accennata star-crossed love story di shakespeariana memoria tra due ragazzi appena adolescenti. È uno di quei libri che parte in punta di piedi, direttamente nel centro della narrazione, tanto da far girar la testa per le troppe nuove informazioni che si devono assimilare in poco tempo senza una spiegazione precisa e immediata; ma è anche uno di quelli che ti fa ringraziare d’avergli dato una chance nonostante il buio nel quale si brancola nei primi capitoli, con sguardo ancora incapace, come quello di June, di scavare nello strato superficiale ed affacciarsi su un universo che è l’esatto opposto da quel che sembra.
In quel che rimane degli Stati Uniti occidentali, è sorta una Repubblica, guidata dall’Elector Primo e costantemente in lotta con gli abitanti delle Colonie, la parte orientale dell’ex Paese, separata da loro dalle barriere divisorie che corrono dal North Dakota fino al Texas occidentale; una Repubblica che impone ai suoi membri una Prova che deciderà le loro sorti, e la loro posizione sociale, all’età di dieci anni, capace di individuare l’intelligenza e le doti di ognuno e quindi di classificarli in modo da destinare gli individui migliori all’Esercito e al Congresso, quelli nella media a lavorare nell’Università, quelli scarsi allo sfiancante lavoro nelle centrali elettriche e nelle turbine idrauliche e, infine, i peggiori ai campi di lavoro forzati, con un biglietto di sola andata per la morte certa. Day, quindici anni, nato nei bassifondi di Los Angeles, fa parte di quest’ultimo gruppo, in fuga da quando è stato gettato tra i cadaveri e creduto morto, ed è il criminale più ricercato di tutto lo Stato, una vera e propria beffa vivente per l’esercito che non conosce neanche la sua identità e che minaccia di screditarne la credibilità ogni qual volta che si fa gioco di loro irrompendo in una banca o dando fuoco ai caccia da combattimento pronti per partire per il fronte. Tutto il contrario, June, anche lei quindici anni, Prodigio col punteggio massimo alla Prova, ribelle per attitudine ma sensazionale a qualsiasi test venga sottoposta, è nata e cresciuta in uno dei quartieri ricchi, sotto l’amorevole ala del fratello Metias, l’unica famiglia che abbia mai conosciuto. Due ragazzi lontani anni-luce l’una dall’altra, le cui vite corrono su binari così paralleli che non sarebbero forse mai stati destinati a incontrarsi, se l’assassinio del fratello di June non venisse attribuito a Day e la cieca rabbia mista alla volontà di vendetta non la spingano ad accettare di occuparsi della sua cattura. Ma cosa succede quando il mondo che hai sempre conosciuto e gli ideali per i quali ti batti non sembrano corrispondere alla verità? Succede un bel casino, ve lo dico io.

Un tempo ero affascinata dalla sua leggenda, da tutte le storie che avevo sentito prima di incontrarlo. Adesso sento quello stesso incanto che ritorna. Immagino la sua faccia, così bella anche dopo il dolore e la tortura e l’angoscia, i suoi occhi luminosi e sinceri. Mi vergogno ad ammettere che mi è piaciuto quel po’ di tempo che ho trascorso con lui, nella sua cella.
La sua voce riesce a farmi dimenticare tutti i dettagli che mi affollano la testa, portando con sé emozioni legate al desiderio oppure alla paura, a volte anche alla rabbia, ma sempre suscitando in me qualcosa. Qualcosa che prima non c’era.

Con uno stile intenso senza aver bisogno di fronzoli estetici e un’alternanza di punti di vista al presente tra i due protagonisti, Marie Lu ci infiltra attraverso gli occhi di June nella miseria dei quartieri periferici di Los Angeles e, grazie alla delicatezza di Day, ci fa percepire con durezza ma al tempo stesso con compassione la difficoltà di vivere in un sistema che non lascia scampo alla libertà personale, facendo così scontrare l’immagine di un assassino senza scrupoli con la ferma tenerezza con la quale lui si occupa di far avere alla sua famiglia tutto ciò di cui potrebbero aver bisogno, un delicato angelo custode che difficilmente riesce a combaciare con l’efferato crimine di cui sembra essersi macchiato. Niente torna per June, quando finalmente riesce a rintracciarlo: le tessere del puzzle che le sono state date non coincidono né vogliono incastrarsi, e, mentre le domande le affollano la mente e la spingono a domandarsi a chi credere, una flebile speranza di romance fa la sua apparizione, tanto fioca quanto in grado di far scattare la scintilla per ribaltare ogni certezza e mettere tutto in discussione. 

«È strano…» dico dopo a Day, mentre siamo rannicchiati insieme sul pavimento. Fuori l’uragano impazza. Tra qualche ora dovremo metterci in marcia. «È strano essere qui con te. Ti conosco appena. Eppure… a volte ho la sensazione che siamo la stessa persona nata in due mondi diversi.»
Rimane in silenzio per un momento, giocando distrattamente con i miei capelli. «Mi chiedo come saremmo stati se io fossi nato in una vita come la tua e tu nella mia. Saremmo esattamente come siamo adesso? Sarei uno dei soldati di punta della Repubblica? E tu saresti comunque un famoso criminale?»
Sollevo la testa dalla sua spalla e lo guardo. «Non ti ho mai chiesto del tuo soprannome. Perché “Day”?»
«Ogni giorno significa altre ventiquattro ore. Ogni giorno è tutto di nuovo possibile. Si vive alla giornata, si muore in un momento, ogni cosa va presa un giorno alla volta.» Sposta lo sguardo verso il portellone aperto del vagone, dove una coltre di acqua scura cela il mondo. «Bisogna cercare di camminare nella luce.»

Un libro che rifugge la chiusura delle etichette, al quale stanno strette e sembrano superflue, rapportate alla potenza della storia narrata – al di là della storia d’amore tra due ragazzi tanto diversi socialmente quanto simili caratterialmente, il giorno e la notte che si completano attraverso i loro punti di vista -, quella di una Nazione perennemente in stato di guerra, minacciata dall’esterno dalle Colonie e anche al suo interno dai Patrioti, di una popolazione stremata dal continuo sorgere di nuovi ceppi di un’epidemia che sta mietendo sempre più vittime nei bassifondi, di un potere che apparentemente si occupa dei suoi cittadini ma che in realtà sta tenendo sotto controllo le loro menti. Legend sa prendere le caratteristiche migliori dei distopici in circolazione e condirla con una storia d’amore che non prende mai il sopravvento sull’azione che, anzi, inaspettatamente, prende una piega che non ci si aspetta e incolla anche quei pochi sventurati che continuavano a non farvisi assorbire completamente; magnificamente descritto, quest’universo ha saputo conquistarmi subito, con protagonisti mai banali e con un’introspezione che non può non farli amare incondizionatamente, nonostante si ritrovino a compiere scelte avventate e sbagliate, e personaggi secondari che, seppur non presenti fisicamente in gran parte dello svolgimento, intensi nell’esserci nei ricordi di chi li ama. Doloroso senza sconti come ogni buona distopia che si rispetti, capace di scatenare la fangirl che sotto sotto, ma neanche più di tanto, ognuna di noi ancora ha in sé e brillantemente scritto, non posso non consigliarlo.

Voto: ❤❤❤❤

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