Recensione: “Hybrid. Quel che resta di me”, di Kat Zhang

hqcrdmlibroTitolo: Hybrid. Quel che resta di me [TO What’s left of me]
Serie: The Hybrid Chronicles #1
Autrice: Kat Zhang
Traduttrice: Carla De Caro
Editore: Giunti
Anno: 2013
Pagine: 416

In un mondo alternativo, ogni persona nasce con due diverse personalità, due anime. Con il passare del tempo, in modo naturale, l’anima dominante prende il sopravvento e quella recessiva viene dimenticata, scompare come un amico immaginario che ci ha tenuto compagnia solo nell’infanzia. Il sopravvivere delle due anime dopo la pubertà è illegale e visto dalla società come un’aberrazione da correggere. Ma in Addie, nonostante i suoi sedici anni, è ancora presente Eva, la sua seconda anima. Rannicchiata nella mente di Addie, Eva interagisce con l’altra parte di sé: come due vere sorelle si amano, si proteggono, ma possono diventare anche gelose l’una dell’altra. Nonostante tutti i tentativi per difendere e nascondere l’esistenza della debole Eva, il segreto di Addie viene scoperto.

Immaginate di vivere intrappolati nel corpo del vostro fratello gemello, essere un’anima recessiva non destinata a superare l’infanzia e di cui tutti fingono di dimenticarsi, per quieto vivere, dopo la scomparsa. È questo l’universo claustrofobico e ansiogeno creato da Kat Zhang, un mondo fantascientifico tanto affascinante quanto inquietante, in cui due persone condividono lo stesso corpo e le stesse sensazioni, ma sono dotate di personalità indipendenti, capaci di interagire e prendere il sopravvento l’una sull’altra. Almeno fino alla pubertà, dopo la quale l’anima più debole lentamente si assopisce, perde forza di volontà e di movimento, lascia nell’altra il tiepido ricordo di un fratellino o una sorellina in potenza che non avrà più a fargli compagnia nella mente. Solo allora si avrà un individuo a tutto tondo, padrone totalmente della propria pelle. Tuttavia, qualche volta l’anima recessiva non si addormenta col passare degli anni, rimane in sottofondo nella testa di quella dominante nonostante la sua stessa esistenza rischi di far classificare la persona come Ibrido, ciò che più la società americana aborre e cerca di combattere con ogni mezzo possibile perché minaccia alla vita altrui. È questo quello che succede a Eva, la narratrice della storia, coraggiosa quanto testarda e tenera anima debole di Addie, suo vero e proprio sostegno, amica fedele e disposta a restare in silenzio finché questo comporta il tenerla al sicuro. Finché non conosce – o, sarebbe meglio dire, conoscono – Devon e Hally, e Ryan e Lissa. Esiste forse una possibilità per Eva di riprendere possesso del corpo? E fino a dove è disposta ad arrivare Addie per aiutarla?

Ero terrorizzata. Avevo undici anni e anche se mi ero sentita ripetere da sempre che era del tutto naturale che l’anima recessiva svanisse, io non volevo andarmene. Volevo vedere altre ventimila albe, vivere altre tremila giornate d’estate in piscina, sotto il calore del sole. Volevo sapere cosa si provava a dare il primo bacio. Le altre anime recessive erano state fortunate a svanire verso i quattro o cinque anni. Sapevano meno.

Eva, intrappolata in una prigione fatta di ossa e carne, reclusa in un corpo che non è più suo da quando ne ha perso la possibilità di controllo, è la forza che manca ad Addie, abituata a starsene raggomitolata in un cantuccio mentre lei vive ed è circondata dall’affetto della famiglia, disposta a rinunciare a quel briciolo di libertà che Ryan e Lissa le offrono per lei; Addie, anima dominante in quanto testardaggine, è in realtà un concentrato di paure che lottano tra di loro per impedire che il terribile segreto che custodisce esca allo scoperto e metta a repentaglio i suoi cari. Legate da un rapporto indissolubile, Eva e Addie discuotono costantemente per cercare di capire qual è la cosa migliore da fare, litigano e smettono di parlarsi quando si feriscono a vicenda ma rimangono l’una per l’altra il faro e l’unico punto di riferimento perenne. Un senso di soffocamento accompagna la lettura e le loro vicende, una stretta sulla gola che si nasconde dietro ogni angolo, pronta a togliere il fiato in ogni momento, sempre presente per acuirsi da metà libro, farsi intollerabile più volte e mai disposta a concedere un attimo di respiro, neanche nel finale. Se la prima parte, fatta di teneri ricordi d’infanzia e piccoli tentativi di “risvegliare” Eva, scorre via dolorosamente ma pur sempre fluida, la seconda, dal momento in cui l’innominabile segreto che Addie si è sforzata di nascondere al mondo intero per anni viene scoperto, prende la forma di una tortura cinese, in cui ogni parola è una goccia, che, lenta e inevitabile, ci cade addosso in un crescendo di claustrofobia che sempre più prende il sopravvento. Magistralmente la Zhang ci fa assaporare il susseguirsi di giornate identiche nella clinica Nornand, marcate soltanto da brevi e fugaci scambi di sguardi e poche parole con Ryan/Devon e Hally/Lissa, ore trascorse a fare compiti che nessuno si prende la briga di controllare e inquietanti sparizioni a cui nessuna spiegazione attendibile viene data. 

Ero intrappolata nel nostro corpo e tra le sue braccia e, in qualche modo, era il primo, la vera prigione.

Hybrid, uno young adult che con coraggio mette in secondo piano il romance per lasciar spazio all’azione e alla descrizione di un mondo distopico da paura e che mi mette l’angoscia solo immaginare come possibile, ci immerge in un universo dal quale è impossibile fuggire, vittime della stessa maledizione di Eva, intrappolati nei suoi pensieri e nella sua sofferenza senza poter staccare gli occhi dalla storia che ci racconta; e lo fa maledettamente bene. Con una prima persona plurale che diventa un io solamente col prendere possesso del corpo, si prende coscienza delle doppie personalità che lo abitano e del loro strettissimo legame, ma, al tempo stesso, con una maestria che soprende per essere alla prima prova d’autore, la Zhang riesce a rendere indipendenti le due ragazze e a far imparare al lettore come riconoscere gli altri ibridi, in una sorta di gioco ad indovinare chi sia chi in quale momento e in base a cosa lo si può dire. Ibridi sono le persone che non si stabilizzano e non lasciano andare l’anima recessiva, ma ibrido è anche il romanzo stesso: a metà strada tra un distopico e un romanzo di fantascienza, difficilmente si accontenta di queste etichette e finisce per essere sicuramente una ventata d’aria fresca nel genere ya, un qualcosa che inevitabilmente stimola la riflessione. Un inno alle anime deboli, ovunque si nascondano, affinché non perdano la speranza.

Voto: ❤❤❤❤❤

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6 pensieri su “Recensione: “Hybrid. Quel che resta di me”, di Kat Zhang

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